Gli Zapatisti a vent’anni

Redazione 24 gennaio 2014 1
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Gli Zapatisti a vent’anni

Di Laura Carlsen

18 gennaio 2014

Ci sono due prove per i movimenti impegnati nel cambiamento sociale: resistenza e rigenerazione. Dopo due decenni, il movimento Zapatista del Messico può ora dire di averle superate entrambe.

Migliaia di Zapatisti si sono presentati questo mese per festeggiare il 20°anniversario dell’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del 1994 (EZLN). Durante le feste del Nuovo Anno nei cinque Caracoles, o centri regionali del governo autonomo zapatista, veterani e adolescenti che non erano ancora nati all’epoca dell’insurrezione, hanno ballato, flirtato, hanno sparato dei razzi, e hanno festeggiato la “autonomia” – l’ideale di autogoverno che è al centro dell’esperienza zapatista.

Si emerge di nuovo pubblicamente

Gli Zapatisti sono usciti a migliaia per le loro  feste di anniversario, sorprendendo alcune persone. Si scopre che la loro morte è stata molto esagerata. Abituati alla faccia della politica come a un uomo bianco che parla, la stampa e la classe politica hanno cominciato a scrivere necrologi per il movimento quando il Subcomandante Marcos si era ritirato dalla vista pubblica nel 2006.

Sebbene le comunità zapatiste abbiano continuato a emettere una fiumana continua di comunicati denunciando attacchi politici e militari, espropriazioni di terre, e la presenza di forze paramilitari nelle comunità zapatiste, i media li hanno ignorati.  Hanno previsto con compiacimento che il movimento fosse moribondo e che presto non avrebbe meritato nulla di più di una nota folcloristica nella storia dell’avanzata inesorabile del capitalismo globale. Il ritorno al potere del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) nel 2012,  sembrava riaffermare l’idea che il Messico era “era tornato alla normalità.”

Quando circa 50.000 Zapatisti hanno marciato in silenzio il 21 dicembre 2012, contestavano la linea ufficiale dimostrando il loro movimento era tutto tranne che morto. Il comunicato dell’EZLN era breve e pertinente: “Avete sentito questo? E’ il suono del vostro mondo che crolla. E’ quello del nostro che risorge.”

Le celebrazioni del 20° anniversario e del Nuovo Anno hanno segnato un secondo momento di quella rinascita.  I festeggiamenti sono stati un affare di famiglia. La stampa è stata esclusa, e sebbene fossero usciti una serie di articoli del Subcomandante Marcos prima degli eventi, l’organizzazione non ha emesso nessun altro documento pubblico il 1° gennaio, proprio il giorno dell’anniversario. Era il momento che gli Zapatisti si dessero pacche sulla schiena, un’affermazione interna, più che una dichiarazione politica.

Forse può essere stata “soltanto la famiglia,” ma gli Zapatisti hanno una famiglia ampiamente estesa. Migliaia di sostenitori e di studenti, per lo più giovani del Messico e dell’estero che frequentano La Escuelita (La Scuoletta) si sono sparsi  nei Caracoles per partecipare alle cerimonie e alle danze durate tutta la notte.

La Scuoletta ha avuto inizio in agosto per insegnare “la libertà” secondo gli Zapatisti.” Gli studenti si sono appaiati con i tutori presi tra i membri del movimento, e sono stati inseriti nelle famiglie in tutto il territorio zapatista. Le lezioni consistono soprattutto nell’accompagnare le famiglie zapatiste durante le loro incombenze quotidiane  e in lunghe chiacchierate davanti a fagioli e tortilla.

Questa iniziativa ha aperto l’esperienza zapatista agli estranei, che sono stati incoraggiati a fare domande alle famiglie che li ospitavano. Ha anche messo in grado l’organizzazione di guardarsi allo specchio – per vedersi attraverso gli occhi degli studenti e per riflettere sugli argomenti trattati e per riuscire a conoscere altre comunità.

Il 31 gennaio, molti dei 4.000 studenti che frequentano le sessioni invernali della scuola, sono andati a Oventic, un nebbioso villaggio sugli altopiani vicino alla città di San Cristobal de las Casas, oppure sono rimasti in comunità più lontane con le famiglie che li ospitavano, per partecipare a competizioni sportive, eventi  musicali, a discorsi e danze.

L’anniversario ha innescato un dibattito sul movimento, due decenni dopo che migliaia di Maya con la maschera erano usciti dalle foresta e dalle zone di montagna, in formazione militare, per conquistare i seggi municipali nello stato sud orientale del Chiapas.

Il Subcomandante Marcos ha pubblicato una serie dei suoi caratteristici comunicati che intrecciano meditazioni sulla morte (“non è la morte che ci preoccupa e che ci tiene occupati, ma la  vita”) e  s e biografia (la storiografia si alimenta di individualità; la storia impara dai popoli) con riflessioni sull’organizzazione, e una storia di uno scarabeo che si chiama Durito.*

I critici si sono precipitati a far notare che esiste ancora la povertà nelle comunità zapatiste – un fatto non negato dall’organizzazione e ovvio per i molti visitatori. I giornalisti e gli esperti hanno inventato e poi fatto circolare statistiche sul numero degli aderenti zapatisti, o sulla loro mancanza,       e anche sull’estensione del territorio zapatista e sulle condizioni di vita nelle regioni autonome. Molti hanno affermato che l’insurrezione famosa in tutto il mondo era morta o moribonda perché non era riuscita a risolvere i problemi o a mantenere il suo alto profilo.

Ciò che i giornalisti si sono persi mentre si intrufolavano nei festeggiamenti chiusi alla             stampa, è il significato di “autonomia.”

Gli Zapatisti pronunciano questa parola con orgoglio, come se parlassero dei loro figli o nipoti. Queste comunità si sono spostate costantemente dalla tradizionale griglia di potere.  La delusione per il tradimento del governo messicano che ha rifiutato la sua firma sugli Accordi di San Andres del 1996, ha portato a una decisione di non dare più la priorità a fare pressioni sulle istituzioni e invece di costruire dal basso.

Immaginate delle comunità dove i funzionari locali ruotano per evitare di accumulare potere, dove i partiti politici non hanno alcun ruolo o presenza, e dove i programmi statali e governativi – da lungo tempo abituati a comprarsi i difensori di una società più equa – sono messi al bando.

La comandante Hortensia si è rivolta alla folla a Oventic. “Stiamo imparando a governarci secondo i nostri modi personali di pensiero e di vita,” ha detto. “Stiamo cercando di andare avanti, di migliorarci e di rafforzarci – uomini, donne, giovani, bambine e anziani.”

Ha aggiunto che 20 anni fa, quando gli Zapatisti hanno detto per la prima volta !Ya basta! (“Ne abbiamo abbastanza), “non c’era una sola autorità che fosse del popolo. Ora abbiamo i nostri governi autonomi. Possono essere buoni o cattivi, ma è il volere del popolo.”

Gli Zapatisti riconoscono che il progresso nel miglioramento delle condizioni materiali, è stato lento e intralciato da ostacoli ed errori. Esprimono, però,un profondo orgoglio per quello che è stato costruito, per la “loro” organizzazione. Gli ambulatori locali – spesso  scarsamente riforniti di farmaci, e con personale poco stabile,  usano le medicine naturali preparate dalle cooperative della comunità, e hanno zone speciali dove delle ostetriche assistono le nascite. Le scuole con attrezzature rudimentali insegnano usando le lingue indigene delle comunità, concentrandosi sulla comprensione del mondo in cui vivono i bambini e sui concetti fondamentali di libertà. uguaglianza e collaborazione. L’organizzazione di difesa e produzione nelle comunità, dimostra disciplina e impegno.

L’anniversario ha rivelato che, a 20 anni di età, questa organizzazione politico-militare che sfugge a una facile classificazione, è quello che dovrebbe essere una democrazia: uno sforzo continuo  di costruire collettivamente una vita migliore. Quando gli Zapatisti si sono riuniti insieme arrivando dalle comunità di tutte le loro terre, per festeggiare, il principale risultato che hanno evidenziato era proprio la sopravvivenza dell’organizzazione:  dopo 20 anni di attacchi sono ancora lì a gestire le loro comunità, allevando nuove generazioni di Zapatisti, e portando avanti il dialogo con il mondo esterno che ha arricchito entrambe le parti.

Le comunità sono sopravvissute al momento di una corsa su lunga distanza quando i partecipanti passano il testimone. I giovani  costituiscono gran parte della base zapatista, della rappresentanza, e, sempre di più, della dirigenza. Educati nel sistema scolastico zapatista,  e cresciuti nelle comunità zapatiste, una nuova generazione sta iniziando ad assumere incarichi di autorità. Il loro desiderio di assumere l’identità collettiva della loro organizzazione, è un altro segno della capacità di resistenza     dell’esperimento di autonomia.

Anche il ruolo delle donne si è trasformato visibilmente – non soltanto per il numero di donne con incarichi direttivi, ma anche per aspetti di vita quotidiana, come un aumento della partecipazione degli uomini ai lavori domestici e alla cura dei bambini, e come sanzioni contro la violenza nei riguardi delle donne. Il cambiamento da un’alienazione frutto di oppressione, a un auto-governo    indigeno,  produce una grande differenza nelle loro vite, anche quando rimane la povertà.

Quando si valuta l’esperienza di due decenni, la maggior parte dei criteri ignora questi fattori soggettivi. Avendo aperto la comunità ai partecipanti  nella Scuoletta, gli Zapatisti hanno fatto qualcosa che i governi non fanno quasi mai: permettere alle persone di valutare da sole la loro esperienza. Quando sono tornati, gli studenti hanno raccontato l’esperienza entusiasticamente, descrivendo come le persone che li avevano ospitati avevano rivelato loro un mondo che non era affatto perfetto, ma un mondo in cui ogni persona  è importante  e ogni sforzo e ogni errore dipendeva da loro.

Mentre gli Zapatisti festeggiavano i loro successi, promettevano di correggere i loro errori, e onoravano i loro morti, hanno goduto anche di attività più tradizionali del Nuovo Anno, come fare esplodere dei piccoli razzi inseriti in delle bottiglie, e  vestirsi con i loro abiti migliori. Alla solida continuità dello Zapatismo si è aggiunto  un presagio di cambiamento, il senso che era iniziata ancora un’altra fase di uno dei movimenti rivoluzionari più inclassificabili  della storia.

Quando gli studenti arrivati da tutto il mondo si sono uniti con i veterani del movimento e con membri più giovani della comunità, nuove possibilità  brillano sotto la luna di un nuovo anno. Il contatto con una nuova generazione di sostenitori, ha dimostrato che il movimento indigeno per l’autonomia continua ad attirare persone da tutto il mondo. Per ora, le scuole continueranno. Gli Zapatisti hanno anche dato una spinta al Congresso Nazionale Indigeno poco attivo, organizzando un evento in agosto dove centinaia di rappresentanti indigeni hanno descritto la situazione nelle loro terre.

Tra il fango, le chitarre, gli evviva, i fuochi artificiali e gli abbracci, migliaia di Zapatisti hanno dato il benvenuto al 2014. Il dibattito sul fatto che il movimento sia morto o vivo, vittorioso e sconfitto, è stato lasciato alle spalle insieme al 2013. Non erano soltanto i festeggiamenti dove si beveva gratuitamente che rendeva ottimiste le persone: era un sentimento di realizzazione collettiva in condizioni difficili. Il senso di avere finalmente un futuro.

“So che non ve ne importa,” osservava il Subcomandante Marcos in una lettera ai suoi critici, “ma per gli uomini e le donne con le maschere che sono qui intorno, la battaglia che importa non è quella che è stata vinta o perduta. E’ la prossima, e per questa si stanno preparando nuovi calendari e nuovi terreni di lotta.”

*www.ipsnet.it/chiapas/2001/180301ma.htm‎

L’opinionista di Foreign Policy In Focus, Laura Carlsen, dirige il Programma Americano per il Centro per la Politica Internazionale a Città del Messico.

 

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/zapatistas-at-twenty-by-laura-carlsen

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

MESSICO: 20 ANNI FA LA SOLLEVAZIONE ZAPATISTA NEL CHIAPAS

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 24 gennaio 2014 alle 10:49 - Reply

    Quando ricorderemo la storia simile di migliaia di popoli in questa nostra epoca, ricorderemo un’eccezione indescrivibile: il popolo Zapatista. Se continueremo a guardarlo con i nostri occhi gonfi di bisogni indotti e con l’idea malata di felicità che ci hanno iniettato forse non lo capiremo mai. Ma se penseremo al valore di gestirsi soli e avere bisogno di poco e valuteremo il successo di un uomo e di una donna dalla loro capacità di vivere in pace nella famiglia umana, forse capiremo tutta la meravigliosa imperfezione dinamica dell’esperienza Zapatista.

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