Nota sul populismo in economia politica

Redazione 24 gennaio 2014 1
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Senzatetto su una panchina a Brooklyn, New York - Foto Spencer Platt / Getty Images

Senzatetto su una panchina a Brooklyn, New York – Foto Spencer Platt / Getty Images

 

di Paul Krugman – 22 gennaio 2014

Tutte le indicazioni sono che il Presidente Obama farà della disuguaglianza il tema centra del suo discorso sullo Stato dell’Unione. Supponendo che lo faccia, subirà due generi diversi di cecchinaggio. Uno arriverà dai soliti noti della destra, che strilleranno alla “guerra di classe”. L’altro verrà da una varietà di persone, alcune benintenzionate, che sosterranno che anche se, certo, la disuguaglianza è un problema, la cosa cruciale oggi è far crescere l’economia e creare maggior occupazione; queste persone sosterranno che il populismo è un diversivo dal problema principale.

Ecco perché sbagliano.

Innanzitutto anche nell’economia convenzionale la disuguaglianza e la creazione di occupazione non sono temi del tutto separabili. Esiste una tesi dignitosa, anche se non a prova di bomba, che la crescente disuguaglianza ha contribuito a preparare il terreno alla crisi economica, e può ostacolare la ripresa; c’è una tesi anche più forte che un’occupazione debole deprime i salari e aumenta la disuguaglianza. Così Obama può, e si spera vorrà, tratta la disuguaglianza e l’occupazione come un tema unico, e farlo con una chiara coscienza intellettuale.

Oltre ciò c’è l’economia politica.

E’ risultato dolorosamente evidente a chiunque fosse disponibile a vedere (un gruppo che sfortunatamente non include una gran parte dell’armata della stampa) che l’ossessione sul deficit non è stata in realtà sul deficit bensì è consistita nell’utilizzare i deficit come clava con la quale abbattere lo stato sociale e dunque accrescere la disuguaglianza. Persino i protagonisti presunti non di parte hanno questa rimarchevole abitudine di includere la “riduzione delle aliquote fiscali marginali” come obiettivo chiave delle strategie di riduzione dei deficit, il che è una prova lampante di che cosa si sta realmente parlando.

Per contro, parlare della necessità di aiutare le famiglie in difficoltà è anch’esso un modo per spostare l’attenzione dall’ossessione per i deficit e aprire la strada almeno alla mitigazione dell’austerità, se non a un vero e proprio stimolo.

E io penso che dobbiamo guardare in faccia una scomoda realtà politica: il populismo moderato ha un vasto pubblico, la macroeconomia keynesiana no.

Sul primo punto un recente sondaggio Gallup mostra che la maggior parte degli statunitensi sono guerrieri di classe, almeno in senso moderato.
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D’altro canto il pubblico non “ci arriva” riguardo alla macroeconomia; continuano a incontrare favore affermazioni quali “le famiglie statunitensi stanno dovendo tirare la cinghia, dunque dovrebbe farlo anche il governo”. Non si può biasimare Obama se non fa uso del pulpito forte di cui dispone per insegnare alla nazione perché questo è sbagliato e avrei desiderato che avesse preso posizione più di qualche volta. Il fatto è che questa è semplicemente una faccenda difficile da affrontare – lo sa Dio che metà dei docenti di macroeconomia negli Stati Uniti sembra incapace di capirla – e nessun politico ci si è nemmeno provato. Si consideri l’opinione pubblica nel 1936, appena dopo che Franklin Delano Roosevelt aveva conseguito una schiacciante vittoria alla rielezione. Il pubblico dava credito alle sue eterodosse politiche macro e ne favoriva la prosecuzione? No.

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E immaginate un po’: FDR seguì l’opinione pubblica, ridusse lo stimolo e riprecipitò la nazione nella recessione, con conseguenze devastanti sulle elezioni di medio termine del 1938.

Così, se io fossi Obama farei ciò che lui sta apparentemente facendo: mi concentrerei sulla disuguaglianza, che è un tema valido e popolare, e la utilizzerei anche indirettamente per muovere la politica macro nella giusta direzione.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://krugman.blogs.nytimes.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 24 gennaio 2014 alle 10:38 - Reply

    Può un solo uomo cambiare il corso delle cose? È una visione holliwoodiana che il presidente degli Stati Uniti abbia questo potere. La sua corte è influente, legata alla presidenza precedente e alla successiva per garantire una continuità. Potrebbe cambiare approccio solo di fronte alla variabile indipendente popolare ma il popolo non locsa mentre i media continuano a renderlo edotto sulla sua sostanziale incapacità.

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