Cattiva TV per cattiva UE: Prospettive di sviluppo dell’area euro nel prossimo decennio

Redazione 23 gennaio 2014 1
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Paragone

 

di Kieran McMorrow e Werner Roeger – Commissione Europea –  4 dicembre 2013

 

Nota del traduttore: normalmente non seguo la televisione; l’accendo come rumore di fondo per distrarmi. Ieri sera era sintonizza sul programma ‘La gabbia’ condotto da Gianluigi Paragone su LA7. Al minuto 1.12.54 ho avuto un sussulto. A quanto pareva c’era uno scoop. La Commissione Europea confessava ufficialmente, nientepopodimeno, che nel prossimo decennio l’Europa sarebbe stata ridotta in miseria. Naturalmente il seguito è stato prevedibile. Grande scandalo, grande indignazione, grandi accuse. Non che l’Unione Europea non meriti di essere messa alla sbarra, ma con migliori argomenti.

Il fatto è che mai nella storia, mi pare, è successo che un’istituzione abbia ammesso i suoi errori, se non, e raramente, quando le vittime erano ormai morte e sepolte.

Così mi sono incuriosito. Ho recuperato il documento citato e qui di seguito lo traduco perché i lettori possano trarre le loro conclusioni sul suo contenuto e su come lo stesso è stato presentato.

Sono l’ultimo a difendere le oscenità delle politiche neoliberiste della UE, ma mi piacerebbe che quando la si attacca si cercasse di colpire nel segno e non di sparare a casaccio con il solo risultato di fare del chiasso inutile  (e guadagnare utile e redditizia audience).

Un indizio: se un qualche scienziato, con ottime argomentazioni, afferma che, in assenza di interventi, il cambiamento climatico estinguerà la specie umana, sta dichiarando che ciò avverrà in ogni caso? Sta, appunto, dichiarando che occorre fare qualcosa. Il problema rimane che cosa sia più utile fare, se sia possibile farlo e se si sia in tempo. Il caso del documento della Commissione Europea mi pare simile. La domanda, dunque, è: quali ‘riforme strutturali’ si vorranno far approvare per prevenire lo scenario ipotizzato?  

 

 

 

 

I. Le prospettive di sviluppo dell’area euro nel prossimo decennio (1)

 

L’economia europea sta mostrando segnali di svolta dalla crisi economica e finanziaria. Tuttavia non si è trattato di un ordinario declino ciclico, poiché gli squilibri macroeconomici si sono accumulati nel corso di molti anni. Non si tratta neppure di una ripresa ciclica e di un ritorno alla crescita ordinari. Le tendenze strutturali in Europa si sono andate indebolendo dalla metà degli anni ’90, in modo più considerevolmente visibile nella produttività totale dei fattori. Inoltre il boom del credito avviato nei primi anni del 2000 ha condotto a una cattiva allocazione degli investimenti e delle risorse, che oggi costituisce un ulteriore peso per la ripresa. Le profonde sfide strutturali in Europa sono in corso di graduale correzione. Ma la ricollocazione delle risorse resta lenta, considerate la necessaria riduzione dell’effetto leva, le rigidità strutturali e le restanti debolezze del settore bancario. Rimangono necessari sforzi persistenti per invertire tendenze di lunga durata e per contrastare l’impatto sulla crescita in arrivo dall’invecchiamento della popolazione. Questo capitolo presenta una simulazione basata su uno scenario di “inerzia” in cui, nel prossimo decennio, i tassi di crescita saranno considerevolmente più bassi di quelli goduti nel decennio precedente la crisi finanziaria, essendo in media inferiori all’1%, cioè circa metà del tasso previsto negli USA. Tuttavia il capitolo mostra anche che l’area euro ha un potenziale enorme di ripresa della crescita, rispetto agli USA. Conseguentemente, con l’introduzione di una gamma di riforme strutturali che rafforzino il reddito pro capite, concentrate in particolare su molte opportunità di crescita non sfruttate collegate sia al lavoro sia alla TFP, i decisori della politica potrebbero migliorare in misura significativa le future prospettive di crescita e ridurre le tensioni fiscali che qualsiasi deterioramento permanente della crescita del reddito inevitabilmente implica. Negli ultimi anni, con un rafforzato governo dell’economia, è stato creato un forte quadro per progredire sul sentiero delle riforme e gli stati membri dovrebbero attuare le raccomandazioni formulate loro.

 

 

Introduzione

 

Mentre l’area euro comincia a mostrare segni di un’inversione economica con la crescita attesa riprendersi gradualmente nel 2014 e 2015, oggi è forse un buon momento per valutare le prospettive di lungo termine dell’area nel suo complesso. In questo capitolo diamo un’occhiata alle prospettive di crescita dell’area euro nel prossimo decennio in uno scenario di “assenza di interventi” in confronto con quelle degli ultimi pochi anni, con il decennio precedente la crisi finanziaria e con gli Stati Uniti. In termini generali il capitolo non prevede un periodo di stagnazione secolare, non indica prospettive di crescita relativamente tenui nell’area euro nei prossimi dieci anni. Il motivo di questo in una certa misura è antecedente la crisi economica e finanziaria e la sua fase di accumulo. Specialmente la produttività totale dei fattori (TFP) è debole, nella media, già da un periodo maggiore e indicata opportunità di riforma mancate già in precedenza.  Nella fase di accumulo della crisi finanziaria, il basso potenziale di crescita sottostante è rimasto celato da tassi effettivi di crescita relativamente benigni, particolarmente nelle economie in recupero. L’elevato debito associato alla crisi finanziaria è attualmente un ulteriore freno alla crescita. Mentre in media la crescita sarà bassa, l’aspettativa è comunque per un’accelerazione della crescita nella seconda metà del decennio, specialmente in quei paesi dell’area euro che attualmente hanno in corso significativi programmi di aggiustamento economico, con tendenze del TFP che comincia a trarre profitto dagli sforzi di ristrutturazione e con tassi di disoccupazione e d’investimento che riprendono in direzione di livelli pre-crisi. Quanto all’impatto della crisi finanziaria, mentre quantificarne gli effetti a medio e a lungo termine continua a essere motivo di controversie, con la letteratura sulle riprese non basate sul credito che suggerisce che può non agire necessariamente come un limite significativo all’attività economica [2], i risultati del presente capitolo sono molto più in accordo con la considerevole evidenza storica che le crisi finanziarie sono associate a recessioni anormalmente gravi, a riprese anormalmente deboli e a prolungate, anche permanenti, riduzioni del livello della produzione [3]. Oltre a guardare alle prove relative all’impatto delle crisi finanziarie sulla crescita, il presente capitolo tenterà di districare gli effetti della crisi da due altre influenze chiave sulla crescita futura, cioè le tendenze negative relative sia alla TFP (Produttività Totale dei Fattori) dell’area sia agli sviluppi [4].

 
EuropeanCommissionGraph1

 

Anche se questo capitolo è di natura essenzialmente analitica, il suo messaggio complessivo ha chiare implicazioni politiche. Senza riforme la crescita potenziale dell’area a medio e lungo termine implica inevitabilmente una crescita più debole di quella sperimentata in passato e una continua divergenza relativamente al tenore di vita negli Stati Uniti. Tuttavia, mediante riforme, l’area euro può essere posta su una traiettoria di crescita che garantirà il mantenimento dei livelli di crescita del reddito del passato e una rinascita del modello ante 1995 di convergenza al tenore di vita statunitense.

1.1 Prospettive di crescita dell’area euro

Utilizzando una metodologia approvata dall’EPC, cioè in assenza di cambiamento di politiche [5], lo per prevedere lo scenario base di crescita nel prossimo decennio, la tabella I.1 e il grafico I.1 mostrano il probabile sviluppo dell’economia dell’area euro nel periodo sino al 2023. Per porre questa prospettiva nel suo contesto appropriato queste previsioni sono confrontate con i risultati del decennio pre-crisi (cioè 1998-2007) e del periodo della crisi 2008-2013. La tabella I.1 si riferisce a medie di periodo, con il Grafico I.1 che ne mostra l’evoluzione, del PIL reale, del PIL potenziale e del PIL pro capite nel periodo 1998-2023. Quanto alle prospettive della crescita futura i tassi di crescita potenziale ed effettiva dell’area euro sono, in media, previsti di quasi un punto percentuale inferiori, nei prossimi dieci anni, rispetto al decennio pre-crisi. I tassi potenziali sono attesi ritornare solo gradualmente in direzione dei livelli pre-crisi nel periodo sino al 2023, con i contributi di capitale e lavoro che si riprenderanno lentamente dal significativo impatto della crisi. Questo indica la necessità di maggiori riforme strutturali per rimuovere la rigidità nell’allocazione delle risorse, essenziali al fine di aumentare il tenore di vita. Diversamente ci si potrebbe attendere che i tassi di crescita pro capite scendano di più di mezzo punto percentuale nel prossimo decennio rispetto al periodo pre-crisi (cioè da una media annua dell’1,6% a meno dell’1%). I tassi di crescita pro capite avevano una tendenza inferiore già prima della crisi. Si può costatare anche dal grafico che l’espansione pre-crisi dell’accumulazione di capitale non aveva portato a un aumento della crescita del TFP. Dopo la crisi, le risorse di capitale e lavoro sono sono gradualmente riallocate a usi più produttivi, il che danneggia ulteriormente la crescita potenziale.

EuropeanCommissionTableI.1
Al tempo stesso i tassi effettivi di crescita del PIL sono attesi essere leggermente superiori ai tassi potenziali nel prossimo decennio poiché l’area euro continuerà a confrontarsi con un significativo divario negativo di produzione al termine delle previsioni a breve termine nel 2015, dell’ordine dell’1,5%. Ciò non dovrebbe essere motivo di compiacimento. In circostanze normali, considerato il divario negativo di produzione, ci si aspetterebbe che i tassi di crescita del PIL effettivo fossero più elevati di quelli potenziali poiché il divario si colma progressivamente nel medio termine sino al 2018.  Con tassi di crescita potenziali in media intorno all’1% nel medio termine, e con una chiusura lineare del divario di produzione, ci si aspetterebbe perciò di vedere tassi di crescita effettivi del PIL di circa l’1,5% l’anno nel periodo 2016-2018. Una volta colmato il divario, i tassi di crescita effettivi del PIL saranno allora semplicemente pari ai tassi potenziali di crescita per il periodo dal 2019 al 2023.

Mentre ci si attende che gli sviluppi della crescita dell’area euro nel suo complesso evolvano lungo il percorso appena descritto, i rispettivi percorsi dei singoli paesi dell’area euro sono previsti divergere significativamente dalla media dell’area euro. Questo quadro di divergenza rappresenterà una prosecuzione delle tendenze viste dalla metà degli anni ’90 ed esacerbate dalla crisi, in cui gli squilibri e le differenze esistenti relativamente alla necessità, e dunque alla velocità, della riduzione della leva finanziaria hanno fortemente influenzato le relative tendenze della crescita nell’area euro nel suo complesso. Riguardo alla crescita potenziale, questo processo di riduzione dell’effetto leva si sta mostrando in particolare in una caduta dei tassi d’investimento e in tassi di disoccupazione persistentemente elevati, con effetti domino sugli sviluppi del reddito pro capite. Quanto a questi ultimi, i risultati complessivi attesi, relativamente deboli, nell’eurozona nel suo complesso nel prossimo decennio non sono condivisi da tutti gli stati costituenti, con numerosi stati che ci si aspetta otterranno tassi medi annuali di crescita significativamente superiori a quelli della media euro, con tassi futuri di crescita, in alcuni casi, in generale paragonabili a quelli del decennio pre-crisi.

EuropeanCommissionGraph1.2
Un’indicazione del grado di dispersione dei rispettivi risultati dei singoli paesi dell’area euro è evidenziata dal Grafico I.2. Questo grafico mostra che i tre paesi dell’area euro dai risultati migliore nel decennio pre-crisi stavano andando spettacolarmente meglio della media in tale periodo con i tre peggiori che cercavano di crescere in misura prossima alla media dell’area euro. [6].  Durante gli anni della crisi (2008-2013) la caratteristica impressionante sono stati i risultati spettacolarmente peggiori dei tre paesi più deboli, con le previsioni di ripresa dei tassi di crescita del reddito  pro capite attesi essere accompagnati da una crescente convergenza nei risultati individuali dell’area euro.

1.2 Motori della crescita pre-crisi e post-crisi nell’area euro

Questa sezione del capitolo cercherà di mostrare che le prospettive di crescita dell’area euro da medio a lungo termine saranno principalmente determinate da tre fattori chiave: in primo luogo l’influenza delle tendenze pre-crisi, più significativamente quella del TFP; in secondo luogo la ricaduta della crisi finanziaria (compresa la cattiva allocazione delle risorse durante gli anni della bolla)  che ha provocato un ripresa inferiore alla media nel tempo (specialmente quanto all’andamento strutturale di disoccupazione e investimenti) e infine l’impatto atteso dell’invecchiamento delle popolazioni.

Tendenze pre-crisi della TFP

Riguardo alla TFP, il Grafico I.3 mostra le tendenze della TFP nell’area euro a partire dai tardi anni ’60 (7) con il grafico che indica che l’area euro nel suo complesso ha visto tassi di crescita relativamente alti della TFP nel suo riuscito periodo di recupero dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’90. Questo periodo di ripresa è stato comunque sempre più segnato da crescenti divergenze nei risultati rispettivi dei singoli paesi dell’area euro dai primi anni ’80 in poi. In aggiunta, il Grafico I.3 evidenzia la significativa interruzione della serie della TFP intorno al 1995, con il periodo post 1995 non solo segnato da un marcato declino della media della TFP dell’area euro, ma anche da notevoli differenze nelle produzioni di singoli paesi dell’area euro, con alcuni che hanno sperimentato robusti tassi tendenziali della TFP mentre altri sono stati caratterizzati da tassi di crescita della TFP prossimi a zero per un esteso periodo di tempo. Il movimento al ribasso nel periodo da meta degli anni ’90 all’inizio della crisi è stato, in parte, spiegato da una decelerazione a tassi più normali di alcune delle economie ad alta crescita della TFP mentre il periodo post-crisi è segnato da un ulteriore deterioramento di alcuni dei paesi dell’area euro dai risultati TFP più deboli, così come da incerti segnali di ripresa in alcune delle economie che avevano in corso programmi di aggiustamento.

EuropeanCommissionGraphI.3
Mentre le origini della crescente eterogeneità dei risultati della TFP nell’area euro hanno numerose cause possibili, ci sono pochi dubbi che le differenze nelle capacità dei rispettivi paesi di produrre e assorbire nuove tecnologie, più considerevolmente nell’area ICT, sono state un motivo notevole della crescita interna all’area euro di divergenze nel periodo post-1995 [8]. Interruzioni delle tendenze della TFP sono chiaramente evidenti in un numero significativo di paesi dell’aerea euro intorno al 1995,  con tale interruzione particolarmente evidente in quei paesi in cui la quota della produzione ICT rispetto a quella complessiva è relativamente bassa, più notevolmente in numerosi paesi del sud dell’Europa. Mentre l’interruzione si è indubbiamente verificata, non è tuttavia possibile separare gli effetti dell’ICT da altri importanti motori della TFP, come gli investimenti di competenze non ICT e cambiamenti nella composizione della professionalità della manodopera dell’area euro. A livello aggregato dell’area euro, questa interruzione delle tendenze della TFP si è tradotta in una caduta di tassi di crescita della TFP da un tasso annuale medio dell’1,5% del periodo 1985-1994 all’1% nel decennio successivo, con il Grafico I.3 che indica sia una decelerazione significativa post 2000 del tasso di crescita del gruppo con i risultati migliori (collegata forse alla scomparsa dei progressi della TFP nel settore produttivo ICT e dall’esplosione della bolla delle società punto.com) sia da un persistente declino dei risultati del raggruppamento più debole. Riguardo ai probabili sviluppi futuri, queste previsioni suggeriscono una ripresa relativamente sommessa dei tassi di crescita della TFP nel prossimo decennio, supponendo un’eterogeneità minore dei risultati dei singoli stati membri dell’area euro.

Impatto della crisi finanziaria

In aggiunta al deterioramento della tendenza della TFP dal 1995, l’area euro è stata duramente colpita dalla crisi finanziaria. L’accumularsi della crisi è iniziato agli inizi del 2000 e la crisi è scoppiata nel 2008 e nel corso degli ultimi pochi anni ha avuto, e continua ad avere, un forte impatto sui risultati economici dell’area euro. Con un tasso annuale reale medio di crescita del PIL di -0,5% nel quinquennio 2009-2013, l’impatto immediato, fortemente negativo, della crisi sulla crescita dell’area euro è già spettacolarmente evidente. Tuttavia le ripercussioni sulla crescita nel medio e lungo termine sono meno evidenti e dipendono da una valutazione dei vari canali attraverso i quali la crisi potrebbe influenzare gli sviluppi del mercato del lavoro, degli investimenti e del tasso di progresso tecnologico.

Quanto ai mercati del lavoro, i determinanti chiave sono collegati al tempo necessario per ricollocare i nuovi disoccupati in opportunità alternative d’impiego in industrie in espansione e all’eventualità che i paesi siano in grado di evitare gli “effetti di isteresi” nei quali una grave perdita di talenti di capitale umano, indotta da lunghi periodi di disoccupazione, determina una duratura esclusione dal mercato del lavoro (9). Valutare i probabili effetti della crisi relativamente al contributo del lavoro alla crescita potenziale dipende fortemente da una valutazione dell’impatto di tutte le rigidità/frizioni reali o nominali esistenti nelle rispettive economie dell’area euro, con queste ultime collegate alla rigidità delle istituzioni del lavoro /del mercato dei prodotti. Il fallimento dei mercati del lavoro/dei prodotti nel provocare un grado sufficiente di aggiustamento dopo uno grosso shock avverso quale la crisi finanziaria, ostacola la ricollocazione del lavoro, con considerevole effetti domino negativi in termini di crescenti tassi di disoccupazione/caduta dell’occupazioni strutturali. Attualmente gli elevati livelli di disoccupazione sono principalmente determinati da cicli di medio termine che tendono a persistere per periodi molto estesi. Rigidità reali di aggiustamento (quali le frizioni settoriali riguardo alla ricollocazione, lenti aggiustamenti dei salari marginali, discrepanze nelle competenze, ecc.) stanno tendendo a rallentare la necessaria ricollocazione della manodopera uscita da industrie colpite dalla crisi come quella delle costruzioni. Queste rigidità reali a medio termine sono attese risolversi lentamente con il tempo, mentre le risorse sono riallocate tra i settori, con la disoccupazione che poi si progressivamente si dirige al ribasso verso la sua ancora strutturale di lungo termine. Mentre questo scenario non presuppone alcun importante effetto isteresi, implica ciò nonostante che, in assenza di persistenti riforme, l’area euro rischia di finire con un tasso di disoccupazione nel 2023 più elevato che nel periodo pre-crisi (vedere Orlandi (2012) [10]).

Per quanto riguarda gli investimenti, le tendenze sono già crollate spettacolarmente nella crisi, traducendosi in un rallentamento del tasso di accumulazione di capitale produttivo a causa dell’aumento dei premi di rischio sui finanziamenti a aziende e famiglie, comportamenti di finanziamento più prudenti delle banche e una correzione a livelli di investimento più “normali”,  dopo i modelli di sovra-investimento del periodo di boom precedente la crisi (vedere il Grafico I.4 che indica chiaramente che gli investimenti sono stati spinti da fattori diversi dai fondamentali della tendenza dell’occupazione e della tendenza della TFP dal 2005 in poi, tradottisi in un percorso di crescita potenziale pre-crisi che è stato amplificato da numerosi investimenti improduttivi indotti dall’effetto leva). Questa rallentamento, combinato con la riduzione in corso della leva finanziaria e con un sistema compromesso di allocazione del capitale, (che determina una riallocazione sub-ottimale delle risorse di capitale nella fase di ristrutturazione) sta contribuendo a una riduzione della crescita potenziale in una prospettiva da breve a lunga (11).

EuropeanCommissionGraphI.4
Questi sviluppi degli investimenti tangibili possono anche influenzare il tasso di progresso tecnologico nel lungo termine se, ad esempio, determinano effettivi disincentivanti sugli sviluppi degli investimenti intangibili, come la Ricerca e Sviluppo e sulle attività innovative in generale, con la conseguenza di effetti negativi duraturi a lungo termine sull’innovazione e sulle tendenze della TFP e di tassi inferiori di riuscita nello sviluppo e nella diffusione di nuovo tecnologie d’avanguardia [12]. Tuttavia l’impatto complessivo della crisi sulla TFP resta ambiguo. Oltre a un certo numero di meccanismi che tendono a ridurre la TFP dopo una crisi, ci sono anche tesi che i crolli possono avere un impatto positivo sulla TFP poiché possono indurre un processo di essenziale ristrutturazione e di pulizia dell’economia [13].  

Nella primavera del 2009 il Direttorato Generale degli Affari Economici e Finanziari (DG ECFIN) ha osservato i vari canali del lavoro, del capitale e della TFP e ha compiuto una valutazione generale delle implicazioni della crisi sulla produzione potenziale [14]. Ha concluso che lo scenario più realistico per l’economia dell’area euro consisterebbe in un periodo prolungato di bassa crescita dopo la crisi, nel quale le economie aggiustino i loro percorsi di crescita post-crisi e con l’effetto a lungo termine più probabile di una perdita cumulativa del livello del potenziale produttivo dell’area euro pari a circa il 5% del PIL. Questo punto di vista era coerente con le previsioni prevalenti relative a tali “shock” descritte in letteratura e con un‘analisi di numerose esperienze di singoli paesi rilevanti quali Finlandia, Svezia e Giappone negli anni ’90.

Considerato che il periodo 2009-2013 è stato effettivamente caratterizzato da un periodo prolungato di bassa crescita, con implicazioni significative in termini di tenore di vita nell’area euro nel suo complesso, sorge oggi una domanda chiave, cioè se il risultato della crescita negli ultimi quattro anni e mezzo cambi fondamentalmente la valutazione della primavera del 2009 sugli effetti a lungo termine della crisi. Al riguardo il Grafico I.5 mostra la valutazione dell’autunno 2013 del percorso futuro della produzione potenziale nell’area euro (risultata dalla metodologia ufficiale della Funzione Produttiva e basata sulle previsioni dei servizi della Commissione nell’autunno 2013) e paragona tale percorso con i percorsi della produzione potenziale alternativi  pre-crisi (cioè primavera 2008) e post-crisi (primavera 2009).
EuropeanCommissionGraphI.5

Questo grafico mostra che mentre i risultati in tempo reale del metodo PF nel periodo pre-crisi possono non essere stati molto buoni [15], non è chiaramente così nel caso del periodo post-crisi, con l’area euro che continua a seguire il percorso di produzione potenziale post-crisi elaborato utilizzando le previsioni della primavera del 2009.

EuropeanCommissionGraphI.6

In termini della posizione dell’economia dell’area euro attualmente in rapporto con la stima dell’ECFIN 2009 di una perdita a lungo termine del 5%, se si paragonano i livelli di produzione potenziale dell’autunno 2013 con gli sviluppi tendenziali pre-crisi, si può costatare dal Grafico I.5 che la maggior parte dell’effetto della crisi è stata di natura strutturale, non ciclica (con tale declino strutturale della crescita determinato principalmente da un contributo molto inferiore del lavoro – cioè da un aumento della disoccupazione strutturale e da una crescita più lenta della popolazione in età da lavoro – e da tendenze più deboli degli investimenti). In aggiunta a ciò, poiché il percorso tendenziale della crescita pre-crisi era basato su una prospettiva irrealistica della crescita della TFP ed era anche amplificato dalla situazione del boom pre-crisi degli investimenti in alcune economie dell’area euro [16], la stima più affidabile dell’impatto a lungo termine della crisi continua a essere di una perdita permanente del 5% del livello della produzione potenziale dell’area in paragone alla traiettoria più probabile della produzione in assenza di crisi.

L’invecchiamento della popolazione comincerà a pesare sul contributo complessivo del lavoro nel prossimo decennio.

La precedente Tabella I.1 mostrava che ci si aspetta che il lavoro contribuisca in media per 0,2 punti percentuali ai tassi di crescita potenziale complessiva nel prossimo decennio, metà del contributo nel decennio pre-crisi ma tuttavia un miglioramento rispetto al -0,2 sperimentato dopo la crisi dal 2008 al 2013. Il Grafico I.6 mostra che questa ripresa del contributo del lavoro sarà lenta ma costante nei prossimi anni prima di affievolirsi alla fine del periodo. Quanto ai motori chiave di tale ripresa, contributi positivi sono attesi sia dal declino del NAWRU [tasso di disoccupazione che non modifica i salari – n.d.t.] e da modesti aumenti dei tassi di partecipazione, con tali influenze positive lentamente compensate verso la fine del periodo a causa del declinante contributo degli sviluppi della popolazione in età lavorativa. Se si confronta il contributo al potenziale dei cambiamenti demografici nel prossimo decennio con il decennio pre-crisi, si costata che il contributo dalle tendenze della popolazione sarà ridotto a circa un quarto di quello del periodo pre-crisi (sulla base delle proiezione della popolazione attuale a cura dell’Eurostat).

EuropeanCommissionGraphI.7
I.3 Area euro e Stati Uniti nel prossimo decennio

La tabella I.2 e il Grafico I.7 confrontano l’area euro con gli Stati Uniti nel periodo 1998-2023 riguardo ai tassi di crescita potenziale e del PIL pro capite. Quanto risulta evidente dalla tabella e dal grafico suggerisce che non solo i risultati della crescita statunitense sono stati meno influenzati dalla crisi finanziaria ma anche che gli Stati Uniti sono previsti emergere dalla crisi in una posizione più forte rispetto all’area euro. Dopo gli inevitabili riequilibrio/ristrutturazione delle rispettive economie nel periodo immediatamente successivo alla crisi (cioè 2008-2013) gli Stati Uniti sono visti realizzare tassi di crescita medi del potenziale e  del reddito pro capite nel 2014-2023 che sono in genere paragonabili a quelli del decennio pre-crisi, mentre i tassi equivalenti di crescita dell’area euro sono previsti ridursi della metà. Perché gli Stati Uniti emergono più rapidamente? C’erano là minori squilibri, minori rigidità strutturali?

Supponendo che le previsioni relative all’area euro e agli Stati Uniti alla base di questo scenario si dimostrino accurate, l’area euro è prevista finire nel 2023 con un tenore di vita, relativamente agli Stati Uniti, che sarebbe più basso che a metà degli anni ’60. Se ciò dovesse concretizzarsi, il tenore di vita dell’area euro (PIL potenziale pro capite) sarebbe solo intorno al 60% dei livelli statunitensi nel 2023, con circa due terzi del divario nel tenore di vita dovuti a livelli più bassi della produttività del lavoro e con il terzo restante dovuto a differenze nell’utilizzazione del lavoro (cioè differenze nelle ore lavorate per lavoratore e nel tasso di occupazione).

EuropeanCommissionTableI.2

Mentre le divergenze tra i tassi di crescita potenziali dell’area euro e degli Stati Uniti sono naturalmente problematiche (con tendenze più forti della popolazione statunitense che vi svolgono un ruolo) ciò che è relativamente più preoccupante è il divario emergente rispetto al tenore di vita complessivo (determinato da una crescente divergenza rispetto alle tendenze della produttività del lavoro), con il Grafico I.8 che pone gli sviluppi attesi futuri del reddito pro capite dell’area euro e degli USA nella loro prospettiva storica di più lungo termine.

Questo grafico mostra che l’area euro [17] ha goduto di un ritmo relativamente forte di convergenza con il tenore di vita statunitense negli anni ’60 e ’70 e ha in generale raggiunto i tassi di crescita tendenziale del PIL pro capite statunitense negli anni ’80 e nei primi anni ’90. Questo processo di convergenza ha poi subito un’inversione intorno a metà degli anni ’90 con tale svolta determinata da un’inversione relativamente improvvisa delle tendenze da tempo consolidate dell’apporto del lavoro e della produttività del lavoro. Dal lato positivo, il precedente movimento al ribasso della tendenza dell’apporto del lavoro nell’area euro in confronto con gli Stati Uniti era terminato e, dal lato negativo, la convergenza post seconda guerra mondiale dei livelli di produttività dell’area euro rispetto agli Stati Uniti aveva subito un’inversione. In effetti, dopo aver toccato un picco a metà degli anni ’90 prossimo al 90% dei livelli statunitensi, i livelli relativi orari di produttività del lavoro nell’area euro si sono deteriorati di dieci punti percentuali pieni nel successivo periodo sino al 2013 e sono attualmente proiettati verso un declino di ulteriori 6 punti percentuali sino a circa il 73% dei livelli statunitensi nel 2023.

EuropeanCommissionGraphI.8

Il Grafico I.8 rende chiaro che l’interruzione della spinta dell’area euro a convergere con il tenore di vita statunitense a metà degli anni ’90 è stata dovuta ai risultati persistentemente scarsi della produttività del lavoro nel periodo successivo. Un tema supplementare chiave è la necessità di comprendere che cos determina queste tendenze divergenti della produttività del lavoro. La produttività oraria del lavoro può essere scomposta in due componenti, cioè la TFP e l’intensità di capitale (cioè i livelli di investimento per ora lavorata) con il Grafico I.9 che mostra che anche se c’è stato un certo relativo deterioramento dei risultati degli investimenti nell’area euro rispetto agli USA nel periodo a partire dal 1995, la causa principale degli scarsi risultati della produttività dell’area euro in tale periodo è stata il declino dei livelli della TFP dell’area rispetto agli Stati Uniti. I livelli relativi della TFP sono scesi da circa l’85% dei livelli USA all’attuale 78% e sono proiettati in ulteriore discesa a circa il 73% nel 2023. Poiché le tendenze della TFP sono quelle che determinano il tenore di vita nel lungo termine, l’interruzione prematura del processo di convergenza dell’area euro all’85% dei livelli della TFP statunitense a metà degli anni ’90 e il successivo declino della posizione relativa dell’area euro sono motivo di preoccupazione. Questo indica che la divergenza delle future prospettive di crescita non è dovuta soltanto alla crisi ma ha radici che risalgono ancora più indietro.
EuropeanCommissionGraphI.9

Come accennato in precedenza, pare esserci stata una frattura nella serie della TFP dell’area euro intorno al 1995. Da allora gli Stati Uniti e l’area euro hanno cominciato a divergere, con i tassi di crescita della TFP statunitense in accelerazione e quelli dell’area euro in decelerazione. Questa divergenza delle tendenze della TFP è indubbiamente collegata agli sviluppi dell’ICT, con gli Stati Uniti che godono di un’esplosione della crescita della TFP in una serie di industrie che producono attrezzature ICT e con la caduta dei prezzi relativi dell’ICT che promuove il tasso di intensificazione del capitale in misura maggiore negli Stati Uniti che in Europa (vedere Jorgensen e altri (2008)) [18]. Queste tendenze divergenti tra l’area euro e gli Stati Uniti sono perdurate nel tempo. Attualmente ci sono prove relativamente scarse che i tassi tendenziali di crescita della TFP stiano convergendo a quelli degli Stati Uniti. Tuttavia, come affermato in precedenza, i risultati dei singoli stati membri dell’area euro sono molto eterogenei, con certi paesi caratterizzati da robusti tassi di tendenza alla crescita della TFP rispetto agli USA e altri che continuano a divergere dall’orizzonte tecnologico statunitense.

In termini generali, perciò, mentre si deve essere cauti quanto al formulare giudizi riguardo all’impatto continuo atteso delle tendenze pre-crisi o, cosa più importante, della stessa crisi finanziaria, sulle prospettive di crescita futura degli USA e dell’area euro, quello che si può dire è che gli Stati Uniti sono entrati nella crisi in una condizione economica molto migliore di quella dell’area euro (sostenuta da risultati significativamente migliori della TFP). Inoltre le tendenze demografiche future e le tendenze della TFP degli Stati Uniti sono attualmente previste sostanzialmente più favorevoli, con effetti domino positivi riguardo agli sviluppi degli investimenti statunitensi (e della produttività complessiva) nel prossimo decennio.  

I.4 Osservazioni conclusive

Questo capitolo ha evidenziato il declino strutturale del tasso di crescita dell’area euro negli ultimi 15-20 anni e, presupponendo che i governi dell’area euro non reagiscano con politiche appropriate, ha suggerito che queste tendenze sono previste proseguire nel prossimo decennio. Tassi bassi futuri di crescita rifletteranno essenzialmente l’influenza delle tendenze deboli ante crisi, in modo più considerevole della TFP (specialmente a partire da metà degli anni ’90), con questi problemi preesistenti esacerbati nel prossimo decennio dalla continua ricaduta negativa della crisi finanziaria e dall’emergente erosione della crescita derivante dall’invecchiamento della popolazione.

Per quanto riguarda i risultati futuri attesi dell’area euro rispetto agli Stati Uniti, i tassi medi di crescita annuale potenziale dell’area euro, nei prossimi dieci anni, sono previsti essere di 1,5 punti percentuali inferiori a quelli degli Stati Uniti (cioè 1% contro 2,5%). Quanto alle future prospettive del tenore di vita dell’area euro, i tassi di crescita del PIL pro capite sono attesi essere solo metà di quelli degli Stati Uniti.

Poiché lo scenario della crescita in direzione del 2023 presuppone politiche immutate, il quadro presentato potrebbe migliorare in misura significativa con l’attuazione di un ambizioso programma di riforme strutturali concentrato sulla promozione delle componenti della crescita rappresentate dal lavoro e dal TFP, con una risposta endogena dell’accumulazione del capitale a una miglior prospettiva sia del lavoro sia della TFP. Poiché i livelli della TFP nell’area euro sono attesi essere inferiori al 75% dei livelli degli Stati Uniti nel 2023 e poiché i tassi di disoccupazione strutturale saranno notevolmente più elevati di quelli degli Stati Uniti, è chiaro che c’è un gran numero di fonti significative di crescita non sfruttate nell’economia dell’area euro.

Conseguentemente, mentre commentatori come Gordon (2012) [19] possono formulare ipotesi sulle ridotte prospettive future degli Stati Uniti di produrre e sfruttare nuove tecnologie per espandere il loro orizzonte di crescita, questa previsione di un tasso inferiore dell’innovazione statunitense è di minor interesse immediato per l’area euro, considerato lo spazio enorme di recupero di crescita che esiste attualmente. Come segnalato nello studio accompagnatorio del QREA [Quarterly Report on the Euro Area] circa l’impatto sulla crescita delle riforme strutturali nei mercati del lavoro e dei prodotti dell’area euro, se gli stati membri riusciranno a colmare metà del divario con i tre stati membri dai risultati migliori nell’area euro, i tassi di crescita del PIL nell’area area potrebbero essere migliorati di mezzo punto percentuale ogni anno nel prossimo decennio. Simulazioni equivalenti di convergenza alla frontiera statunitense della tecnologia della conoscenza produrrebbero miglioramenti significativamente più elevati del tasso di crescita nell’area euro.

Questo problema della necessità di rafforzare le prospettive di crescita dell’area euro è stato sottolineato con forza in occasione del lancio della Strategia di Lisbona ancora nel 2000, quando i tassi di crescita potenziale della UE erano a un più robusto tasso del 2,5%.  E’ necessario sottolineare di nuovo questo problema, più di un intero decennio dopo, quando la questione della riforma, oggi, è manifestamente più pressante. Come dimostrato dall’ampia variazione dei risultati passati e attuali della crescita nei singoli paesi dell’euro, le politiche contano molto nel determinare i risultati in termini di crescita e reddito da medio a lungo termine. Negli ultimi anni l’Europa ha rafforzato il suo governo dell’economia. Al fine di portare il potenziale di crescita di tutti i paesi dell’area euro al livello di quello di quelli che hanno i risultati migliori, devono essere proseguite le riforme strutturali e devono essere ulteriormente rafforzate in linea con le priorità identificate nel Semestre Europeo e nel programma “Europa 2000”.

[1] Sezione preparata da Kieran McMorrow e Werner Roeger.

[2] Vedere, per esempio, Takats, E e C. Upper (2013), “Credit and growth after financial crises”, BIS Working Papers, No 416. Claessens, S, A. Kose and M. Terrones (2009), “What happens during recessions, crunches and busts?”, Economic Policy, Vol. 24(60), pp. 653-700.

[3] Vedere, per esempio: Cerra, V. and S. Saxena (2008), “Growth dynamics: the myth of economic recovery”, American Economic Review, Vol. 98(1), pp. 439-457. Haugh, D., P. Ollivaud and D. Turner (2009), “The macroeconomic consequences of banking crises in OECD countries”, OECD Economic Department Working Paper, No. 683. Reinhart, C.M. and K. Rogoff (2009), “The aftermath of financial crises”, NBER Working Paper, No. 14656.

[4] La TFP misura l’efficienza complessiva di un processo di produzione economica.

[5] Per ulteriori dettagli sulla metodologia approvata EPC vedere D’Auria, F., C. Denis, K. Havik, K. Mc Morrow, C. Planas, R.Raciborski, W. Röger and A. Rossi (2010), “The production function methodology for calculating potential growth rates and output gaps”, ECFIN Economic Papers, No. 420.

[6] La composizione dei tre raggruppamenti di paesi “più forti” e “più deboli” può variare di anno in anno.

[7] Nota: Poiché i tassi tendenziali di crescita della TFP sono calcolati con due tecniche di stima diverse per il periodo anteriore al 1980 (filtro HP) e post 1980 (filtro Kalman) ciò produce una frattura della serie intorno al 1980. Abbiamo utilizzato l’interpolazione lineare per collegare queste due serie TFP, con la discrepanza distribuita nell’arco di quattro anni.

[8] Vedere, per esempio: Colecchia, A. and P. Schreyer (2002), “ICT investment and economic growth in the 1990′s: Is the United States a unique case? A comparative study of nine OECD countries”, Review of Economic Dynamics, Vol. 5(2), 408-442. Inklaar, R., M.P. Timmer and B. van Ark (2008), “Market service productivity across Europe and the US”, Economic Policy, Vol. 23(53), pp. 139-194. Oulton, N. (2010), “Long term implications of the ICT revolution for Europe: applying the lessons of growth theory and growth accounting”, ICTNET 2nd Workshop on ICT, Intangibles and Innovation, London.

[9] Vedere Blanchard, O e L.H. Summers (1989), “Hysteresis in unemployment”, NBER Working Paper, No. 2035; or Blanchard, O. and J. Wolfers (2000), “The role of shocks and institutions in the Rise of European unemployment: The aggregate evidence”, The Economic Journal, Vol. 110(462), pp. C1-C33.

[10] Orlandi, F. (2012), “Structural unemployment and its determinants in the EU countries”, ECFIN Economic Papers, No.455

[11] Vedere Furceri, D. e A. Mourougane (2009), “The effect of financial crises on potential output: New empirical evidence from OECD countries”, OECD Economic Department Working Paper, No. 699.

[12] Aghion, P., P. Askenazy, N. Berman, G. Cette and L. Eymard (2008), “Credit constraints and the cyclicality of R&D investment: Evidence from France”, PSE Working Papers or Barlevy, G. (2007) “On the cyclicality of Research and Development”, American Economic Review, Vol. 97(4), pp. 1131-1164.

[13] Caballero, R.J. and M.L. Hammour (1994), “The cleansing effects of recessions”, American Economic Review, Vol. 84(5), pp. 1350-1368.

[14] European Commission, Directorate-General for Economic and Financial Affairs (2009), “Impact of the current economic and financial crisis on potential output”, European Economy Occasional Papers 49, June 2009.

[15] Il metodo ha generato un percorso della tendenza pre-crisi diretto a un’area euro con un divario produttivo prossimo a zero, mentre successive revisioni mostrano ora un divario di produzione positivo relativamente ampio negli anni precedenti la crisi.

[16] Questo implica che il sottostante “limite di velocità”, il tasso di crescita dell’economia nell’area euro nell’era precedente la crisi era in realtà inferiore a quanto suggerivano le stime in tempo reale, a causa di un persistente quadro di cattiva allocazione delle risorse negli anni della bolla.

[17] Un aggregato sintetico dell’area euro comprendente undici degli attuali diciassette paesi dell’area è stato costruito per consentire un confronto per il periodo dalla metà degli anni ’60 alla creazione dell’Euro; gli undici paesi sono Belgio, Germania, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Italia. Olanda, Austria, Portogallo e Finlandia.

[18] Jorgenson, D.W. and K.J. Stiroh, (2008) “US economic growth at the industry level”, American Economic Review, Vol. 90(2), pp. 161-167. Jorgensen, D.W., M.S. Ho and K.J. Stiroh (2008), “A retrospective look at the US productivity growth resurgence”, Journal of Economic Perspectives, Vol. 22(1), pp. 3-24.

[19] Gordon, R.J., (2012), “Is US economic growth over ? Faltering innovation confronts the six headwinds”, NBER Working Paper, No. 18315

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/qr_euro_area/index_en.htm

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 24 gennaio 2014 alle 00:38 - Reply

    Se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato è che ci sono troppe variabili per controllare e prevedere e che si possono avere solo delle indicazioni orientative, delle stime di massima che, se non vengono chiarite come tali, rendono pettegolezzo ogni informazione. Sull’UE conviene o ammettere il fallimento come istituzione ma non come insieme di popoli che hanno una possibilità di solidarietà da cogliere proprio in questa crisi, o perseverare a lungo in una pianificata stagnazione a usura spacciata per crisi.

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