Il sindacato in Europa: crisi politica e ideologica in una UE sempre più autoritaria

Redazione 22 gennaio 2014 1
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EuropeanStrikes

di Asbiorn Wahl – 21 gennaio 2014

Dove la socialdemocrazia è stata al potere nei paesi della UE in anni recenti, i suoi leader sono stati leali esecutori di politiche brutali di austerità, sovrintendendo a grandi attacchi allo stato sociale e ai sindacati. Ciò, tra altre cose, ha a sua volta portato a un calo spettacolare del sostegno ai socialdemocratici; con poche eccezioni, oggi sono a malapena rappresentati nei governi europei. I socialdemocratici si sono incollati in un angolo e sono sempre più stretti tra una crescente ribellione sociale e la loro lealtà all’Unione Europea neoliberale.

Asbiorn Wahl è consulente del sindacato norvegese dei dipendenti comunali, vicepresidente della sezione dei lavoratori dei trasporti della federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti (ITF) e direttore della campagna a favore dello stato sociale, una coalizione nazionale a base sindacale che combatte le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Il suo libro più recente è ‘The Rise and Fall of the Welfare State’ [L’ascesa e la caduta dello stato sociale] (Pluto Press, 2011).

Un dramma politico ed economico acuto segna l’Europa contemporanea. Il tremendo trauma della crisi finanziaria è stato seguito da un disastro del debito sovrano. Nei paesi colpiti più duramente la gente ha sperimentato grandi attacchi ai servizi pubblici, ai salari, alle pensioni, ai sindacati e ai diritti sociali. Le politiche draconiane di austerità hanno spinto la situazione di tali paesi da cattiva a peggiore, conducendole a una profonda depressione. Il risultato è una crisi sociale e politica ancor più grave. Cresce la disoccupazione e sia in Grecia sia in Spagna la disoccupazione giovanile ha oggi superato il 50 per cento. Nell’Unione Europea questo sta portando a scontri sociali interni più intensi, sia sociali sia politici.

Di fronte a queste crisi multiple i movimenti tradizionali del lavoro appaiono perplessi e in parte paralizzati. La socialdemocrazia è politicamente e ideologicamente allo sbando e in confusione, riflettendo una crisi profonda di tali movimenti. D’altro canto i socialdemocratici hanno svolto un ruolo guida in feroci attacchi contro i sindacati e lo stato sociale nei paesi in cui sono stati al potere. Peraltro, altri socialdemocratici adottano dichiarazioni e appoggiano appelli che condannano duramente il corso politico seguito oggi dall’Unione Europea. Anche sindacati sono stati colpiti dalle crisi multiple e non sono stati in grado di tenere a freno gli attacchi mossi contro di loro. Naturalmente la disoccupazione di massa sta anche indebolendo il loro potere e la loro influenza al tavolo dei negoziati. Estese ristrutturazioni delle industrie, privatizzazioni dei servizi pubblici e un accresciuto utilizzo di lavoratori temporanei hanno contribuito alla perdita di potere dei sindacati.

Questa paralisi della sinistra politica è stata illustrata nel 2011 quando grandi masse di giovani hanno protestato in paesi come Spagna, Grecia, Portogallo e Italia. I movimenti di protesta erano ispirati più da ciò che accadeva a Piazza Tahrir al Cairo che dai partiti politici o dai sindacati dei loro paesi di residenza. Questi ultimi erano scarsamente presenti nella costruzione di alleanze, nella politicizzazione o nel contribuire a dare direzione e contenuto alla lotta. Al contrario, grandi settori della burocrazia sindacale sono ristagnati in un’ideologia di alleanza sociale che non ha più alcun significato, poiché le forze capitaliste si sono ritirate dallo storico compromesso post seconda guerra mondiale tra lavoro e capitale, e sono passate all’offensiva per sconfiggere il movimento sindacale e liberarsi delle parti migliori dello stato sociale.

Mentre si sta dispiegando la crisi economica più profonda e più grave dopo la depressione degli anni ’30, la critica del capitalismo si è più o meno ridotta al silenzio. I movimenti sindacali e del lavoro non rappresentano più un’alternativa generale credibile a un capitalismo in crisi che genera disoccupazione, povertà, sofferenza e miseria di massa in gran parte del continente europeo. Nella misura in cui i sindacati hanno avanzato proposte alternative, hanno ignorato le strategie e non hanno mostrato né la capacità né la volontà di mettere in azione gli strumenti di lotta necessari per guadagnare terreno. I sindacati a livello europeo hanno affilato la loro retorica, ma hanno esitato quando si è trattato della mobilitazione necessaria per opporsi agli attacchi.

Com’è stato possibile tutto questo in una parte del mondo che è stata la sede dei sindacati e dei movimenti del lavoro più forti e militanti del mondo? E come siamo arrivati al punto che governi socialdemocratici in Grecia, Spagna e Portogallo si siano resi responsabili degli attacchi più gravi ai sindacati e allo stato sociale, fino a quando la resistenza della popolazione e degli elettori frustrati li ha cacciati dalle cariche e li ha sostituiti con governi di destra ancor più fedeli al capitale finanziario?

Questo articolo si occupa delle sfide e delle barriere che i sindacati hanno oggi di fronte nell’Unione Europea. Ci sono numerose barriere strutturali che l’Unione Europea, come istituzione sovranazionale, rappresenta, così come barriere politico-ideologiche interne che impediscono ai sindacati di adempiere il loro ruolo nella situazione attuale. Saranno descritti gli sviluppi più importanti che stanno sfidando e minacciando quella che molti chiamano l’Europa Sociale: attacchi a servizi pubblici, pensioni, salari e condizioni di lavoro, così come forti tendenze antidemocratiche. Ma è prima necessario affrontare brevemente il ruolo della socialdemocrazia oggi in Europa alla luce della sua storia. 

Il ruolo storico della socialdemocrazia

Molto suggerisce oggi che l’era storica della socialdemocrazia è finita. Questo non significa che i partiti politici che si definiscono socialdemocratici (o socialisti, come si autodefiniscono nell’Europa meridionale) non saranno in grado di vincere elezioni e di formare governi, da soli o con altri partiti. Tuttavia il ruolo che la socialdemocrazia ha svolto storicamente, come struttura politico-partitica con un determinato progetto sociale progressista, sembra oggi irrevocabilmente concluso. Gli obiettivi originali della socialdemocrazia – sviluppare il socialismo democratico mediante riforme graduali, porre l’economia sotto il controllo della politica e soddisfare i bisogni economici e sociali della grande maggioranza della popolazione – sono stati abbandonati molto tempo fa.  Ciò su cui, invece, mi concentrerò è il ruolo svolto da essa nella sua età d’oro – l’età del capitalismo del benessere – come partito politico inter-capitalista con un progetto sociale.

Il cambiamento del carattere dei partiti socialdemocratici si è sviluppato in un lungo arco di tempo, ma le contraddizioni sociali oggi più intensificate contribuiscono a rivelare ciò che si cela dietro il velo sottile della retorica politica. Dove la socialdemocrazia è stata al potere nei paesi UE in anni recenti, i suoi leader sono stati leali esecutori di politiche brutali di austerità, sovrintendendo a grandi attacchi contro lo stato sociale e i sindacati. Ciò, tra altre cose, ha a sua volta portato a un calo spettacolare del sostegno ai socialdemocratici; con poche eccezioni oggi essi sono scarsamente rappresentati nei governi europei.

Il ruolo della socialdemocrazia nei suoi anni d’oro è consistito nell’amministrare il compromesso di classe, non di rappresentare i lavoratori contro il capitale, bensì di mediare tra le classi all’interno di una cornice di economia capitalista regolamentata. In conseguenza i partiti (specialmente dove sono stati al potere per lungo tempo) sono cambiati diventando, da organizzazioni di massa di lavoratori, organizzazioni burocratiche fortemente integrate nell’apparato statale, con perdite spettacolari di membri e con le loro organizzazioni che si sono sempre più convertite in strumenti per carrieristi della politica e in macchina di campagna elettorale per una nuova élite politica.

Basata, com’era, sul compromesso di classe, la socialdemocrazia è sprofondata in una crisi politica ed economica sempre più profonda quando i detentori del capitale, rispondendo alla propria necessità di accumularlo, hanno gradualmente cominciato a ritirarsi dal compromesso storico intorno al 1980. I partiti socialdemocratici erano così profondamente integrati nell’apparato statale che sono cambiati assieme allo stato quando esso è finito fortemente influenzato dall’egemonia neoliberale emergente. I partiti socialdemocratici hanno così contribuito pesantemente alle deregolamentazioni, alle privatizzazioni e agli attacchi al benessere pubblico negli ultimi pochi decenni. Ciò è stato vero sia che si sia verificato sotto l’etichetta della “terza via”, come nel Regno Unito, della Die Neue Mitte [Il nuovo centro]  come è stato chiamato in Germania sotto Gerhard Schroeder o persino sotto la bandiera al vento del folkhemmet (“la casa del popolo”) in Svezia. Di fatto, quando i governi socialdemocratici erano in maggioranza nei tardi anni ’90, per la prima e unica volta nella storia, non ha avuto luogo alcun cambiamento nelle politiche neoliberali della UE. Ciò indusse all’epoca un commentatore a concludere che “non è rimasto molto della sinistra” [1].

La decadenza politico-ideologica della sinistra è stata bene illustrata dalle molte dichiarazioni prive di significato formulate dopo la crisi finanziaria in rapporto alle misure d’emergenza del governo. Molti socialdemocratici in Europa hanno affermato che i salvataggi delle banche e delle istituzioni finanziarie per mano del governo interventista erano la prova che stava tornando la politica della sinistra. La disciplina statale e il keynesismo erano nuovamente tornati all’onore e alla dignità, si diceva. Persino la copertina di Newsweek proclamò “Adesso siamo tutti socialisti” [2]. Il moderato, oggi in pensione, Segretario Generale della Confederazione Sindacale Europea (ETUC), John Monks, lo disse con questi termini: “In tutta Europa, tutti sono oggi socialdemocratici o socialisti: Merkel, Sarkozy, Gordon Brown … abbiamo il vento nelle nostre vele” [3].

Tuttavia c’è una differenza tra le politiche keynesiane di riforma sociale e i disperati salvataggi governativi per salvare gli speculatori, le istituzioni finanziarie e forse lo stesso capitalismo. Che si sia trattato di queste ultime cose molti hanno preso coscienza solo quando la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi dei debiti sovrani e i pacchetti di stimolo sono stati sostituiti da politiche reazionarie e antisociali di austerità, in cui banche e istituzioni finanziarie sono state salvate a spese del tenore di vita, della sicurezza e del lavoro della gente comune.

La socialdemocrazia ha appoggiato, senza eccezione, tutti i trattati neoliberisti e tutte le importanti leggi di austerità dell’Unione Europea. I partiti socialdemocratici hanno appoggiato appieno la creazione del mercato unico, che in realtà è stato un progetto sistematico di deregolamentazione, privatizzazione e di indebolimento dei servizi pubblici e dei sindacati. Il problema che affrontato oggi i partiti socialdemocratici è che le richieste di politiche keynesiane di stimolo, che alcuni di essi appoggiano, violano gli stessi trattati e le stesse leggi della cui approvazioni essi sono stati strumento. I socialdemocratici si sono cacciati in un angolo e sono sempre più stretti tra la crescente ribellione sociale e la loro lealtà all’Unione Europea neoliberale.

La crisi politica colpisce anche partiti a sinistra della socialdemocrazia. In paesi in cui tali partiti sono stati in governi di coalizione con i socialdemocratici – Francia, Italia, Norvegia e Danimarca – le conseguenze sono state comprese in una gamma da semplicemente negative a disastrose. In larga misura, i piccoli partiti di sinistra sono stati presi in ostaggio delle politiche neoliberiste, compreso il sostegno alle privatizzazioni e alla macchina di guerra statunitense, come nel caso della sua invasione e occupazione dell’Afghanistan [4]. Non sono stati capaci di essere critici costanti del sistema, per non dire di offrire un’alternativa credibile. Questo significa che quasi non esiste alcuna forza politica o sociale con forza e legittimazione oggi in Europa che sia in una posizione di assumere la guida dell’organizzazione e del coordinamento della resistenza sociale che regolarmente sta emergendo in tutta Europa contro le politiche di austerità e la disuguaglianza di reddito e ricchezza rapidamente crescente.

Una delle conseguenze più drammatiche e pericolose di questo sviluppo, in cui i tradizionali partiti del lavoro perseguono vari gradi di politiche neoliberali, è che si è infranta la fiducia nella sinistra politica, mentre ha guadagnato terreno il populismo e l’estremismo di destra. Partiti rappresentanti quella politica sono oggi entrati in scena – e nei parlamenti – nella maggior parte dei paesi europei. Le indicazioni sono che sarà necessaria una ristrutturazione politica della sinistra perché il movimento del lavoro sia di nuovo in grado di passare all’offensiva e realizzare un più vasto e alternativo progetto sociale.

Attacchi massicci contro i servizi pubblici, i salari e le pensioni

Molti si aspettavano che la crisi finanziaria, con le sue conseguenze devastanti, sarebbe sfociata nell’addio definitivo al neoliberismo, all’economia speculativa e all’egemonia delle forze del libero mercato. Queste politiche avevano portato a una spettacolare ridistribuzione della ricchezza sociale dal lavoro al capitale, dal pubblico al privato e dai poveri ai ricchi. Il sistema era screditato e certamente i politici si sarebbero resi conto a quel punto che le deregolamentazioni, privatizzazioni sistematiche e che il capitalismo sregolato avevano fallito disastrosamente. L’economia dell’azzardo andava fermata. In Islanda migliaia di posti di lavoro e l’intera economia nazionale erano stati trasformati in un casinò in cui un piccolo gruppo di speculatori si era arricchito oltre l’immaginabile a spese della popolazione del paese. Era intollerabile; erano maturi i tempi per il controllo e la disciplina.

Non è quello che è successo. I neoliberisti e gli speculatori, che avevano pesantemente contribuito a causare la crisi, sono rimasti sul sedile del guidatore, anche quando sono state progettate misure d’emergenza e i conti sono stati pagati. Naturalmente ciò che era successo fino alla crisi, e ciò che è successo da allora, riflette rapporti di potere nella società. Non è la pura ragione, bensì i rapporti di potere prevalenti che determinano quale “soluzione” sia scelta. Se la ragione avesse prevalso – se gli interessi della maggioranza del popolo fossero stati al primo posto – l’economia distruttiva della speculazione sarebbe stata fermata. Si sarebbe potuto fare mediante l’imposizione di regole, prendendo un crescente controllo democratico delle banche e di altre istituzioni finanziarie e vietando le vendite allo scoperto, i fondi speculativi e le transazioni in una varietà di (cosiddetti) strumenti finanziari ad alto rischio. Ciò avrebbe limitato il potere delle banche, disciplinato i liberi flussi dei capitali e riformato un sistema fiscale che oggi agevola i ricchi e incoraggia la speculazione sfrenata.

La deregolamentazione dei mercati, maggiori disuguaglianze nella società e un’estesa speculazione sono stati i fattori chiave che hanno contribuito a determinare il crollo finanziario del 2008. In reazione, numerosi governi hanno fatto galoppare il debito pubblico per salvare le loro banche, istituzioni finanziarie e speculatori. Gli effetti sono stati disastrosi e in molti paesi sono state colpite duramente masse così vaste che i neoliberisti e gli speculatori hanno probabilmente temuto disordini sociali. Il tempo ha tuttavia dimostrato che non c’era ragione di temerli; la rivolta popolare contro l’economia della speculazione non si è materializzata. Così i neoliberisti hanno potuto continuare con il loro progetto di cambiare l’Europa secondo i loro interessi economici e politici.

La prima cosa che i campioni e i beneficiari del neoliberismo hanno fatto è stata negare le loro responsabilità. Anche se le loro speculazioni sfrenate e la formidabile redistribuzione della ricchezza dal basso al vertice aveva contribuito a scatenare la crisi, essi ora affermavano che il problema era che la gente aveva “vissuto oltre i propri mezzi”. Sono stati, e sono tuttora, diffusi miti che le pensioni e i servizi di assistenza sociale sono d’oro e che sono essi la causa reale della crisi. In particolare, l’élite sociale e i media dominanti hanno dipinto i lavoratori in Grecia come persone che si erano assicurate privilegi senza alcuna reale base economica. Ciò è usato come propaganda per legittimare un vasto attacco allo stato sociale, mentre il capitale finanziario è protetto.

L’Istituto Sindacale Europeo (ETUI) ha rapidamente documentato che tali accuse erano semplicemente dei miti con scarso collegamento alla realtà. Ad esempio, la produttività del lavoro era aumentata due volte più velocemente in Grecia rispetto alla Germania tra il 1999 e il 2009. Secondo statistiche dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i greci lavorano in media più ore l’anno (2.152) dei norvegesi (1.422) o dei tedeschi (1.430).  Anche se alcuni gruppi di occupati hanno un’età di pensionamento più bassa, le pensioni nel caso di ritiro precoce sono così basse che difficilmente qualcuno saprebbe che farsene. Ad esempio solo trenta o quaranta dei 20.000 autisti d’autobus di Atene hanno utilizzato l’opzione teorica di pensionamento precoce all’età di 53 anni. L’effettiva età media di pensionamento in Grecia è di 60,9 anni per le donne e di 62,4 anni per gli uomini, più elevata che in Germania, dove politici di destra hanno giocato su questi miti. Queste falsità continuano a dominare i media prevalenti e la vita politica in Europa, cosa che ci dice molto a proposito delle relazioni di potere esistenti, il servilismo dei media nei confronti delle élite e la crisi politica e ideologica della sinistra.

Anche se i salvataggi hanno salvato gli speculatori, i governi non hanno colto l’occasione per assumere un accresciuto controllo democratico o la proprietà delle istituzioni finanziarie. Naturalmente ciò sarebbe stato un progetto impegnativo, considerato l’enorme potere conquistato dalle forze capitaliste nelle nostre società attraverso la deregolamentazione e l’accumulo di ricchezza negli ultimi decenni. Il comunicato finale del vertice del G20 a Toronto, Canada, nel giugno del 2010, ci ha dato un esempio eccellente di questo. Conteneva poco altro che le ben note proposte neoliberisti di cancellare ancora altre barriere ai liberi movimenti di capitali, merci, servizi e manodopera. Non era rimasto nulla di tutte le proposte che erano circolate a proposito della necessità di disciplinare i mercati finanziari e di raccogliere maggiori fondi da banche e istituzioni finanziarie. Le perdite sono state perciò socializzate mentre i profitti sono stati privatizzati. Ancora una volta.

I governi, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – questi tre ultimi (non)popolarmente chiamati la Troika – non hanno reinstallato politiche keynesiane e disciplinato la finanza. Hanno invece sfruttato la crisi come scusa per trasformare ulteriormente la società in modo che soddisfi le esigenze del capitale finanziario. Così oggi la Troika prescrive in Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia la stessa politica che il FMI imponeva in passato ai paesi in via di sviluppo e alle nazioni dell’Europa orientale con i cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale, cioè massicce privatizzazioni. In Grecia, ad esempio, le ferrovie, le forniture idriche di Atene e Salonicco, servizi, porti, aeroporti e la residua proprietà pubblica della compagnia nazionale delle telecomunicazioni sono stati privatizzati. Tagli, privatizzazioni, e diffusi attacchi ai servizi pubblici sono all’ordine del giorno in un paese dopo l’altro. Questa è una ricetta di depressione e di crisi sociale.

In numerosi paesi europei – stati del Baltico, Bulgaria, Grecia, Irlanda, Portogallo, Romania, Spagna e Ungheria – i salari, le condizioni di lavoro e le pensioni sono stati gravemente peggiorati. Le pensioni sono state tagliate del 15-20 per cento in molti paesi, mentre i salari nel settore pubblico sono stati ridotti dal 5 per cento in Spagna e più del 40 per cento nel Baltico. In Grecia il numero dei dipendenti pubblici è già stato ridotto di più del 20 per cento. E altri ancora sono pretesi: in Spagna solo un posto libero ogni dieci nel settore pubblico è coperto, uno ogni cinque in Italia e uno ogni due in Francia. In Germania sono già stati tagliati 10.000 posti nel settore pubblico e nel Regno Unito è stato deciso di tagliare quasi mezzo milione di posti, il che in realtà comporterà lo stesso numero di posti nel settore privato.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) è stata aumentata in misura spettacolare in numerosi paesi. Sono stati tagliati i sussidi sociali, particolarmente ai disoccupati e ai disabili; sono stati tagliati i bilanci; le leggi sul lavoro sono state indebolite (specialmente la protezione del posto di lavoro); i salari minimi sono stati ridotti; i piani di assistenza sociale per tutti sono stati convertiti in programmi basati sulla verifica dei mezzi (come nel caso dei sussidi britannici per l’infanzia). Nel frattempo le imposte sui capitali sono state mantenute ferme, o addirittura ridotte. I contratti collettivi e i diritti del lavoro sono stati accantonati, non mediante negoziati con i sindacati, ma mediante decreti del governo e/o decisioni politiche. L’aumento della competitività delle imprese europee è sbandierato come l’obiettivo principale, al quale vanno subordinate tutte le preoccupazioni sociali. Questo rappresenta una situazione nuova e drammatica in Europa. Le massicce politiche di austerità e gli attacchi ai sindacati costituiscono, socialmente e politicamente, una miscela mortale, e le esperienze storiche in Europa rendono ciò particolarmente allarmante. Se i sindacati non saranno in grado di frenare questi sviluppi, avremo di fronte una sconfitta di dimensioni storiche del movimento del lavoro in Europa, con conseguenze enormi per lo sviluppo delle nostre società.

Michael Hudson, ex economista di Wall Street e oggi docente presso l’Università del Missouri, segnare che sta avendo luogo una grande lotta contro i lavoratori:

“L’EC [Commissione Europea] sta sfruttando la crisi bancaria dei mutui – e l’inutile divieto alle banche centrali di monetizzare deficit pubblici di bilancio – come un’occasione per sanzionare i governi e persino per spingerli alla bancarotta se non accetteranno di ridurre i salari … ‘Aderite alla lotta contro il lavoro o vi distruggeremo’ sta dicendo l’EC ai governi. Ciò impone una dittatura, e la Banca Centrale Europea (BCE) si è impossessata di tale potere togliendolo ai governi. La sua “indipendenza” dal controllo politico è celebrata come il “marchio della democrazia” dalla nuova oligarchia finanziaria odierna … l’Europa sta entrando in un’era di dominio totalitario neoliberista” [5].

Verso un’Europa autoritaria

Il ruolo dell’Unione Europea in quello che sta succedendo in Europa è stato cruciale. Oltre al deficit di democrazia caratteristico delle istituzioni della UE, tali istituzioni sono state create e plasmate durante l’era neoliberista. Sono dominate dagli interessi del capitale in misura straordinariamente elevata. La crisi è stata utilizzata per scatenare una grande battaglia dalle vette delle istituzioni di governo dell’Unione Europea per trasformare ulteriormente l’Europa a immagine del capitale.

Sempre più potere politico è trasferito alle istituzioni UE non elette di Bruxelles. L’unico organismo elettivo dell’Unione Europea, il Parlamento Europeo, è stato emarginato da gran parte del processo. L’Unione Europea, perciò, muove ora nella direzione di un ulteriore smantellamento della democrazia, a una velocita e in un modo che ha prospettive inquietanti.

Attualmente questo sviluppo è attuato attraverso diverse innovazioni politiche:

  1. 1.      Il Semestre Europeo che significa che i governi nazionali dovranno ogni anno sottoporre le proprie proposte di bilancio statale e di cambiamenti strutturali a Bruxelles per l’”approvazione”.
  2. 2.      Il Patto Euro Plus, un patto di deregolamentazione e austerità che include tutti i paesi dell’Euro e altre nazioni dell’UE che hanno deciso di aderirvi (Regno Unito, Repubblica Ceca, Ungheria e Svezia ne sono rimaste fuori). Parte del patto sono attacchi agli orari di lavoro, ai salari e alle pensioni.
  3. 3.      Nuova governance economica, con sei nuove leggi, chiamate anche “la confezione da sei”. Il pacchetto è mirato a mettere a disposizione le basi legali per l’attuazione delle drammatiche politiche di austerità, comprese le norme di controllo.
  4. 4.      Il Patto Fiscale, che, secondo il primo ministro tedesco, Angela Merkel, dovrebbe essere irreversibile e che centralizzerà e renderà ancor meno democratico il potere economico nell’Unione Europea mediante (tra l’altro) l’introduzione di sanzioni finanziarie e di altro tipo contro gli stati membri che non rispetteranno le prescrizioni. Si tratta di un accordo intergovernativo e perciò formalmente non fa parte del quadro istituzionale della UE.

Numerosi di questi patti e accordi si sovrappongono, ma con un crescente livello di centralizzazione e di strumenti di politica autoritaria dall’alto, tra cui il trasferimento di potere dagli stati nazione a Bruxelles e dal Parlamento Europeo alla Commissione. Contemporaneamente assistiamo una divisione sempre più aperta tra alcuni paesi centrali, che gravitano su Germania e Francia, e una periferia di stati più deboli, particolarmente nell’est e nel sud dell’Europa.

I paesi più colpiti dalla crisi, come Grecia, Irlanda e Portogallo, sono più o meno posti sotto il commissariamento di organismi che sono ancor più distanti dalla legittimazione democratica: la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea. L’associazione europea dei datori di lavoro, l’Unione delle Confederazioni Industriali e Imprenditoriali d’Europa (UNICE), e la Tavola Rotonda Europea degli Industriali (ERT), esultano per il nuovo modello di governo dell’Unione Europea.

Lo svuotamento di democrazia in corso nella politica economica, così come gli attacchi al movimento sindacale intrapresi al fine di preparare il terreno alle politiche antisociali di austerità, rappresenta sviluppi che difficilmente si sono visti da quando il fascismo è stato sconfitto in Europa. Quattro precedenti giudizi (vedere oltre) della Corte Europea di Giustizia hanno tutti contribuito a restrizioni dei diritti sindacali nell’Unione Europea, tra cui il diritto legale di scioperare. Si aggiunga a questo che le autorità politiche di almeno dieci stati membri dell’UE hanno già attuato tagli di stipendi nel settore pubblico accantonando contratti collettivi senza negoziare con i sindacati e la gravità della situazione diviene chiara. Sta emergendo un’Europa sempre più autoritaria.

L’Unione Europea come barriera

Questo sviluppo può essere fermato? E’ possibile salvare l’Europa Sociale dagli attacchi in corso all’assistenza sociale e ai diritti dei lavoratori? E’ possibile mobilitare forze sociali di tutta l’Europa che possano resistere ai massicci attacchi delle forze capitaliste e dei loro servi politici, con lo scopo di invertire i rapporti di potere e di creare alla fine la base di un’offensiva sociale?

Per dire qualcosa di concreto al riguardo, dovremo guardare più da vicino alle sfide e alle barriere con cui si confrontano i sindacati nella lotta sociale. Cos’è che li trattiene da muoversi in modo forte e coordinato alla lotta almeno per difendere le conquiste sociali conseguite attraverso lo stato sociale? E’ necessario, allora, guardare ad alcune importanti barriere esterne e alle debolezze interne al movimento stesso.

Vi è una crescente consapevolezza che la stessa Unione Europea crea un numero di impedimenti, non solo allo sviluppo economico e sociale in Europa ma anche alla lotta sociale. Prenderemo in considerazione sei barriere.

Deficit di democrazia

La prima barriera è il deficit di democrazia, che esiste fin dall’inizio ma che è stato aumentato negli anni recenti. Ufficialmente il messaggio dell’Unione Europea e dei governi dei suoi stati membri, con il sostegno della Confederazione Sindacale Europea (ETUC) e di altre parti del movimento sindacale europeo, è l’opposto. Essi affermano che il Trattato di Lisbona del 2007 ha compiuto un passo importante in direzione di un aumento della democrazia poiché il Parlamento Europeo eletto ha visto ampliata la propria autorità in numerose aree.

Nella direzione opposta, tuttavia, alcuni stati membri sono stati più o meno posti sotto commissariamento della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea, con il supporto del FMI, dopo la crisi finanziaria. Inoltre il Parlamento è stato emarginato in gran parte del processo di sviluppo dei nuovi patti e delle nuove istituzioni descritte in precedenza. Infine, la nuova autorità attribuita alla Commissione di imporre sanzioni economiche agli stati membri che non rispettano i rigidi (e finanziariamente e politicamente dannosi) criteri di stabilità trasferiranno potere dai parlamenti democraticamente eletti a livello nazionale, alla Commissione non eletta, e così rafforzeranno la cancellazione della democrazia nel processo decisionale in Europa.

Neoliberismo reso costituzionale

Secondo: il neoliberismo è stato inserito nella costituzione come sistema economico dell’Unione Europea attraverso il Trattato di Lisbona e trattati precedenti. La libertà di movimento dei capitali e il diritto di stabilimento sono scolpiti nel marmo, e tutte le altre considerazioni sono subordinate a questo principio, che abbia costatato chiaramente nel mercato del lavoro (vedere oltre). La libera concorrenza è un altro principio fondamentale dei trattati della UE. In anni recenti è divenuto anche crescentemente applicato al mercato dei servizi, che differisce dal mercato delle merci per il fatto che il commercio nei servizi solitamente ha a che fare con l’acquisto e la vendita di manodopera mobile.

E’ da tempo un detto comune nella sinistra politica europea che il socialismo è vietato dai trattati della UE. Con i criteri di stabilità e il nuovo regime sanzionatorio a costringere i deficit di bilancio degli stati membri sotto lo 0,5 per cento e il debito governativo sotto il 60 per cento del PIL, possiamo concludere che il keynesismo tradizionale, o quella che potremmo chiamare la politica economica socialdemocratica tradizionale del periodo postbellico, non sono consentiti. Questo rappresenta una drammatica decurtazione della democrazia negli stati membri della UE e rappresenta un passo importante in direzione di un’Unione Europea più autoritaria e neoliberista.

Legislazione irreversibile

Terzo: il processo decisionale dell’Unione Europea rende virtualmente irreversibili i principi e le decisioni appena citati. Anche se tutti gli stati membri hanno delle protezioni istituzionalizzate delle loro costituzioni – ad esempio richiedendo maggioranze qualificate (o due terzi o tre quarti) per cambiare la costituzione – nell’Unione Europea deve esserci l’accordo totale (cioè il cento per cento dei ventotto stati membri) per cambiarla. Questo significa che la possibilità di cambiare uno qualsiasi dei trattati della UE in direzione progressista mediante processi politici ordinari è virtualmente inesistente. Un solo governo di destra di un singolo stato membro può impedirlo.

L’Europa come camicia di forza economica

Quarto: l’esistenza dell’euro, attualmente in diciassette dei ventotto stati membri, impone a molti dei paesi una camicia di forza economica. Fintanto che l’economia e la produttività si sviluppano in modo diverso negli stati membri dell’eurozona, e non esiste un vasto bilancio comune per ridurre le disuguaglianze economiche, i paesi avranno necessità di politiche monetarie differenti. Oggi è la Germania, la “locomotiva economica” dell’Europa, che beneficia di più di questo, con la sua strategia di trovare nelle sue esportazioni la via d’uscita dalla crisi; contemporaneamente i paesi più devastati dalla crisi e dall’indebitamento – come Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna e Cipro – sono i perdenti. Questi ultimi non hanno una moneta interna da svalutare e perciò abbassano i prezzi delle loro esportazioni e rendono più costose le importazioni. I paesi con un consumo interno maggiore e una competitività più debole sono costretti ad attuare una cosiddetta svalutazione interna, cioè ad aumentare la competitività mediante tagli ai salari e alla spesa pubblica. Questo è certamente in linea con il progetto neoliberista della UE, ma è devastante per lo sviluppo economico e sociale dei paesi. Questa camicia di forza economica può contribuire anche allo sviluppo di contraddizioni tra i lavoratori in paesi che hanno necessità di politiche molto diverse.

Assenza di contestualità nel processo decisionale e in quello di attuazione

Quinto: l’assenza di contestualità nel processo decisionale tra gli stati membri della UE costituisce una barriera allo sviluppo di mobilitazioni transnazionali di sindacati e movimenti sociali contro molte delle politiche neoliberiste e reazionarie. Anche se molta della politica all’interno dell’Unione Europea è adottata da istituzioni UE, essa è portata avanti in modo tale che l’attuazione ha luogo in momenti diversi in stati membri diversi. Gli attacchi ai sistemi pensionistici e il loro indebolimento, ad esempio, si sono verificati nel tempo in forme diverse da paese a paese, in base a raccomandazioni dell’Unione Europa ma non mediante legiferazioni dirette. Ciò rende impossibile creare un’unica mobilitazione europea contro tali attacchi.  

Lo stesso vale per gran parte della politica dell’Unione Europea sulle privatizzazioni. Raramente l’Unione Europea prende decisioni sulle privatizzazioni dirette; essa decide di liberalizzare o di applicare le sue regole sulla competizione a un numero sempre maggiore di aree della società. Uno dei suoi effetti è la privatizzazione, come abbiamo visto nell’energia, nei trasporti e nelle telecomunicazioni. Inoltre l’attuazione di queste politiche ha luogo in tempi e modi diversi in paesi diversi, rendendo così difficile mobilitare una resistenza coordinata nell’intera Europa.

Il processo legislativo molto speciale determina ulteriori problemi. Le direttive non sono applicate direttamente negli stati membri; piuttosto, il contenuto delle direttive deve essere trasposto nella legislazione di ciascuno stato membro. Come se ciò non bastasse, la legislazione della UE è scritta in un linguaggio burocratico quasi impenetrabile. Questa realtà è spesso sfruttata da governi e politici nazionali, che minimizzano gli effetti di varie proposte legali, il che in seguito risulta avere diffusi effetti negativi.

Il ruolo ampliato della Corte Europea di Giustizia

Sesto: la Corte Europea di Giustizia ha recentemente assunto un ruolo più vasto nel reinterpretare ed effettivamente ampliare la portate di alcuni trattati e alcune leggi della UE, particolarmente per quel che riguarda gli scambi nei servizi, cioè, gli scambi di forza lavoro mobile. In questo contesto è importante capire l’applicazione delle quattro sentenze che sono state emesse tra il dicembre del 2007  e l’estate del 2008 – i casi Viking, Laval, Rueffert e Luxembour – le quali tutte hanno contribuito a limitare i diritti sindacali, compreso il diritto di sciopero.

Prima di tali sentenze, l’idea dominante era che le leggi e i regolamenti sul lavoro fossero fuori dal campo della UE. Essi appartenevano alla giurisdizione degli stati nazione. Mediante le quattro sentenze è stato chiaramente stabilito il contrario: le norme sul mercato del lavoro sono subordinate alla legge UE sulla concorrenza e al libero movimento dei capitali e al diritto di stabilimento. Le sentenze hanno avuto anche l’effetto di trasformare la cosiddetta Direttiva sul Trasferimento dei Lavoratori da una direttiva minima a una massima riguardo ai salari e alle condizioni di lavoro che si applicheranno a lavoratori di imprese insediate in uno stato membro e che operano in un altro.

Questa direttiva prescrive che siano da applicare i salari e le condizioni di lavoro dello stato ospite. Tuttavia, in base alle sentenze citate, questo è ora passato a includere solo alcune delle condizioni minime riguardanti salari e condizioni di lavoro, contribuendo così a un dumping sociale nell’Europa Occidentale, minando sia i livelli salariali sia le leggi a protezione del lavoro che sono state conquistate nel corso di molti decenni attraverso le lotte sindacali. Questo è stato, innanzitutto e soprattutto, dell’industria delle costruzioni così come dei settori dei servizi, come alberghi, ristoranti e trasporti.

L’enorme divario salariale tra i paesi in un mercato del lavoro europeo oggi unico è ciò che realmente sprona questo sviluppo, in misura considerevole protetto dalle leggi UE. Il Congresso ILO 94, che intende garantire salari e condizioni di lavoro in casi simili, è stato semplicemente ignorato dalla Corte Europea di Giustizia. Si aggiunga a questo l’elevato livello di disoccupazione e l’estremo sfruttamento di molti cui molti singoli lavoratore dell’Est Europa sono sottoposti in Europa Occidentale, sia legalmente sia illegalmente, e possiamo facilmente comprendere come i sindacati siano indeboliti e la regressione sociale sia divenuta l’ordine del giorno in un numero sempre maggiore di paesi europei.

L’Unione Europea sta minacciando l’unità dell’Europa

Considerando tutto questo insieme, assistiamo oggi a una situazione estremamente drammatica e grave in Europa. Mentre la creazione dei predecessori dell’Unione Europea, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e la Comunità Economica Europea, era basata in parte sul desiderio di pace in Europa dopo due guerre mondiali, oggi il progetto UE delle élite europee sta realizzando una formidabile polarizzazione economica, sociale e politica. Il cosiddetto Modello Sociale Europeo sta andando in frantumi. Assistiamo così alla situazione paradossale che il “progetto di pace della UE” è attualmente la maggiore minaccia all’unità dell’Europa, non a livello nazionale, ma a livello sociale. Tuttavia non possiamo ignorare la possibilità che, in determinate situazioni, la conseguenza sarà l’ascesa degli antagonismi nazionali. Considerata la storia dell’Europa, le élite economiche e sociali europee stanno giocando col fuoco.

Con tutte le barriere appena sintetizzate, resta anche senza risposta la domanda se sia o no realistico credere che l’Unione Europea nel suo complesso possa essere cambiata dall’interno mediante una vasta mobilitazione pan-europea. Forse sarà necessario che singoli paesi lascino non solo l’euro ma anche la stessa Unione Europea se vogliono salvare le loro economie e il benessere dei loro popoli. In tal caso sarà essenziale che sindacati e forze popolari si mobilitino in modo massiccio per un’Europa basata sulla democrazia, l’unità, la solidarietà e la coesione e contrastino così la possibilità della disintegrazione totale dell’Europa.

Barriere politico ideologiche interne

Anche se l’Unione Europea presenta importanti barriere esterne alla lotta sociale, ci sono anche barriere interne che impediscono ai sindacati di assolvere i loro compiti storici. Ciò non avviene solo a livello politico-ideologico, ma interessa anche le tradizioni e le strutture organizzative che non sono più efficaci nell’essere all’altezza delle nuove sfide nell’ambito dell’offensive neoliberista globale: la ristrutturazione internazionale della produzione, l’aumento del lavoro precario e delle migrazioni e la deregolamentazione dei mercati del lavoro.

A livello politico-ideologico la situazione è fortemente influenzata dalla crisi della sinistra, tra cui il fatto che la partecipazione sociale e il dialogo sociale si sono largamente sviluppati in un’ideologia complessiva in parti dominanti del movimento del lavoro sia a livello europeo sia a livello nazionale. Questo significa che al dialogo sociale è stata attribuita una posizione esaltata come modo di promuovere gli interessi dei lavoratori, completamente scollegata da un’analisi degli specifici rapporti di potere e da come essi promuovano o impediscano la possibilità dei lavoratori di guadagnare terreno. Così l’ideologia della partecipazione sociale è anche in grande misura scollegata dal riconoscimento che il progresso sociale nella situazione presente si può realizzare soltanto attraverso un’estesa mobilitazione sociale.

La critica dell’ideologia del dialogo sociale e della partecipazione sociale non è, naturalmente, una critica della discussione e della negoziazione dei sindacati con gli imprenditori. Queste sono cose che essi hanno sempre fatto e devono continuare a fare. La critica riguarda il fatto che il dialogo sociale, sempre uno dei molti strumenti del movimento del lavoro, si è trasformato nella strategia principale. E, in effetti, il sindacato ha preso esperienze storiche molto specifiche e si è comportato come se esse fossero vere in ogni tempo in termini di guida ideologica. Quando il dialogo sociale ha prodotto risultati in molti paesi, specialmente nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, è stato precisamente per la svolta di potere che ebbe luogo a favore della classe lavoratrice e del movimento sindacale nel periodo precedente.

Il compromesso di classe e il dialogo sociale furono, in altri termini, la conseguenza della mobilitazione, di scontri duri e di una considerevole svolta nei rapporti di forza. Tuttavia nell’attuale versione ideologica i leader sindacali li presentano come cause di crescente influenza dei lavoratori e dei sindacati. Questa discrepanza analitica crea confusione ideologica nel movimento sindacale, come, per esempio, in questa dichiarazione dell’ETUC: “ La UE è edificata sul principio della partecipazione sociale, un compromesso tra interessi diversi nella società a vantaggio di tutti” (corsivo aggiunto) [6].

Di fronte ai massicci attacchi dei datori di lavoro e dei governi oggi scatenati contro i sindacati e i diritti sociali, tali pretese ideologiche sono poste sotto crescente pressione. Ci sono pochi dubbi che le forze capitaliste in Europa si siano ritirate dal compromesso storico con la classe lavoratrice mentre oggi attaccano accordi e istituzioni che in precedenza avevano accettato nel nome del compromesso. Ciò nonostante l’ideologia della partecipazione sociale è tuttora profondamente radicata in vasti circoli del movimento sindacale europeo, come illustrano così bene le seguenti osservazioni del Segretario Generale dell’ETUC (oggi in pensione) John Monks. Il punto di partenza era un riferimento ad alcune tendenze del movimento del lavoro statunitense, in cui gli attivisti stavano conducendo campagne per obiettivi sociali più vasti:

“Possono esserci opportunità simili in Europa, dice Monks, se i sindacati saranno in grado di muoversi oltre il loro superato entusiasmo per le proteste di piazza passando a campagne per cambiamenti politici che beneficino ampiamente i lavoratori. “Considerata la durezza del mercato del lavoro e la disperazione degli imprenditori, non è questo il momento di una grande militanza”, afferma. Invece “è il momento di pretendere quadri di provvidenze sociali, addestramento, consultazione e di porre in atto sistemi di remunerazione più equi, in modo che quando l’economia si riprenderà non si ripetano i picchi di disuguaglianza toccati nello scorso decennio” [7].

E’ da notare che i commenti di Monk sono stati formulati dopo che la crisi finanziaria aveva portato a un livello intensificato di conflitto in diversi paesi europei. Come Monks pensasse di ottenere migliori provvidenze sociali e sistemi di remunerazione più equi senza necessità di ricorrere a superate proteste di piazza e militanza e simili, non è chiaramente evidente dall’intervista. Forse intendeva dire che ciò si poteva ottenere offrendo ulteriori concessioni agli imprenditori? In ogni caso l’ETUC si è spinta tanto in là, persino per essa, da firmare una dichiarazione congiunta con altre organizzazioni datoriali europee straordinariamente debole in relazione alla preparazione della strategia UE 2020. Ciò è avvenuto nell’estate del 2010, dopo che i sindacati greci avevano attuato numerosi scioperi generali e mentre i sindacati spagnoli preparavano il loro sciopero generale nonché nella piena attività preparatoria dei sindacati francesi alla loro lotta contro una riforma della previdenza. La dichiarazione chiedeva:

“Un equilibrio ottimale tra flessibilità e sicurezza … Le politiche di flessibilità-sicurezza devono essere accompagnate da solide politiche macroeconomiche, un favorevole contesto imprenditoriale, adeguate risorse finanziarie e offerta di buone condizioni di lavoro. In particolare, le politiche salariali, stabilite autonomamente dalle parti sociali, dovrebbero garantire che gli sviluppi dei salari reali siano coerenti con le tendenze della produttività, mentre i costi non salariali del lavoro siano limitati, ove appropriato, al fine di sostenere la domanda di lavoro … [Quanto ai servizi pubblici] vanno rafforzate l’accessibilità, la qualità e l’efficienza, anche traendo maggior vantaggio da una partecipazione equilibrata pubblico-privato e modernizzando i sistemi della pubblica amministrazione” [8].

Chiedere che i costi non salariali del lavoro siano limitati e legittimare la privatizzazione mediante partecipazioni pubblico-privato in questo modo – in una situazione caratterizzata da crisi, accresciuti scontri di classe e massicce aggressioni ai servizi pubblici – conferma che la sottomissione al dialogo sociale come strategia principale nella situazione attuale possa non avere altro che un effetto demoralizzante su quelli che vogliono lottare contro la regressione sociale.

Un’altra barriera interna per molti sindacati è il loro attaccamento ai tradizionali partiti dei lavoratori. Lo spostamento a destra di tali partiti, così come la generale crisi politica e ideologica della sinistra descritta più sopra, influisce anch’esso sui sindacati. Tuttavia essi hanno reagito in modo diverso a tali sviluppi. In molti paesi (come Norvegia, Svezia, Regno Unito), la lealtà tra confederazioni sindacali nazionali e partiti socialdemocratici è tuttora solida, mentre in altri è più debole.

Unica tra le nazioni nordiche, la Confederazione Sindacale Danese si è dichiarata formalmente indipendente dal Partito Socialdemocratico, ma senza adottare posizioni più radicali. Nel Regno Unito, alcuni sindacati, come il Sindacato Nazionale Britannico dei Lavoratori Marittimi, delle Ferrovie e dei Trasporti, hanno rotto con la socialdemocrazia e si sono consolidati in una posizione più chiaramente di sinistra e militante.  In Germania il governo Schroeder (cosiddetto “rosso-verde”) (1998-2005) ha condotto un attacco a tutto campo contro il sistema dello stato sociale e ciò ha portato a una profonda caduta della fiducia tra la Confederazione dei Sindacati (Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB) e il Partito Socialdemocratico (SPD). Quando il partito è finito all’opposizione ha tentato di avvicinare nuovamente il movimento sindacale, strategia non insolita, ma ha ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda dal leader del DGB, Michael Sommer: “Il problema dello SPD è sfortunatamente che soffre di mancanza di credibilità. E’ stato al potere sino al settembre dell’anno scorso ed è stato coinvolto in molte delle decisioni che riteniamo sbagliate. Hanno ancora molta strada da fare prima di essersi riconquistata la fiducia” [9].  

Le esperienze più estreme con i partiti socialdemocratici al governo, tuttavia, sono state in Grecia, Spagna e Portogallo. Considerando quanto facilmente tali partiti hanno potuto attuare i loro massicci attacchi allo stato sociale e al movimento sindacale, potrebbe essere ora che segmenti più vasti del movimento del lavoro riconsiderino i loro forti legami con la socialdemocrazia. E’ quanto meno difficile immaginare che lo stretto rapporto tra il movimento sindacale e la socialdemocrazia, dopo queste esperienze, possa essere lo stesso in Europa, pur essendo sopravvissuto a profondi conflitti in passato.

Aumento della resistenza

Deregolamentazione diffusa, libero movimento dei capitali e ruolo cruciale svolto da istituzioni globali e regionale nell’offensiva neoliberista necessitano di una prospettiva e di un coordinamento della resistenza globale oltre i confini. Solo in questo modo possiamo evitare che i lavoratori di un paese siano messi contro quelli di un altro, gruppi contro gruppi, e livelli di stato sociale contro livelli di stato sociale.  Il coordinamento internazionale della resistenza, tuttavia, richiede movimenti forti e attivi a livello locale e nazionale. Non esiste una lotta globale astratta contro la crisi e il neoliberismo. Le lotte sociali sono rese internazionali solo quando i movimenti locali e nazionali si rendono conto della necessità di coordinamento oltre i confini al fine di rafforzare la lotta contro le forze avversarie internazionali e ben coordinate. Ma il coordinamento internazionale presuppone che ci sia qualcosa da coordinare. In altre parole, organizzare la resistenza e costruire le alleanze necessarie localmente sono un primo passo decisivo.

La lotta sociale in Europa è in corso di passaggio a una fase nuova. La crisi acuisce le contraddizioni e provoca scontri. Scioperi generali sono già stati messi in programma in molti paesi, specialmente in Grecia, dove la popolazione è stata sottoposta ad attacchi draconiani che minacciano le condizioni base della sussistenza. In Portogallo, Italia, Spagna, Francia, Irlanda, Belgio, Romania, Bulgaria, Slovenia e nel Regno Unito sono già stati messi in atto scioperi generali e/o grandi dimostrazioni. Lo sviluppo sino ad ora più promettente è stato lo sciopero generale messo in atto contemporaneamente dai sindacati di sei paesi della UE (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Cipro e Malta) il 14 novembre 2011, mentre in altri paesi i sindacati hanno tenuto dimostrazioni o attuato scioperi più limitati.

Anche se sinora l’esito di queste battaglie è parecchio vago, è in queste lotte che troviamo speranza di un altro sviluppo: alleanze con altri movimenti nuovi e non convenzionali, specialmente tra i giovani, come abbiamo visto con i Los Indignados spagnoli e in Portogallo. Almeno una cosa è diventata chiara: il modello sociale europeo, come lo conosciamo dai suoi giorni migliori, è stato abbandonato dalle élite europee, anche se alcune di esse stanno ancora appoggiando a parole il movimento sindacale.

Anche se ci sono molte barriere all’europeizzazione della lotta sociale, ci sono stati alcuni esempi di campagne di portata europea organizzate dai sindacati e dai movimenti sociali oltre i confini nazionali. Un esempio è stato la lotta contro la Direttiva UE sui Porti, che è stata respinta dal Parlamento Europeo nel 2003 e nel 2006, grazie a pressioni dal basso mediante scioperi e dimostrazioni. Un altro è stato la lotta contro la Direttiva sui Servizi che, anche se non respinta, è stata modificata in conseguenza. La lotta contro la Costituzione UE (poi Trattato di Lisbona) ha visto anch’essa una certa resistenza di portata europea, anche se la mobilitazione era stata in larga misura basata dove alla fine ha prevalso, prima in Francia e in Olanda, più tardi in Irlanda.

Gli spettacolari attacchi ai sindacati e allo stato sociale che ora stanno avendo luogo contribuiscono in realtà a rafforzare la voce di numerosi leader sindacali europei. Il Vicesegretario Generale dei Sindacati Europei dei Servizi Pubblici, Willem Goudriaan, afferma che il Patto Euro Plus rappresenta “un’interferenza nella contrattazione collettiva mai vista prima nella UE”. Anche il cauto Segretario Generale dell’ETUC, John Monk, che nel 2009 aveva affermato che tutti erano “diventati socialdemocratici o socialisti adesso”, ha cambiato tono appena prima del suo pensionamento nel 2011 e ha caratterizzato così il Patto Euro Plus: “La UE è in rotta di collisione con l’Europa Sociale … Questo non è un patto a favore della competitività. E’ un patto perverso per un tenore di vita inferiore, per maggior disuguaglianza e più lavoro precario” [10].

Che nel 2011 l’ETUC, che è sempre stata molto favorevole all’Unione Europea, abbia per la prima volta nella storia dell’Unione Europea sollecitato il Parlamento Europeo a respingere una proposta di modifica di un trattato è un’ulteriore indicazione che un cambiamento è in corso. Ciò potrebbe contribuire a mettere in discussione tra i lavoratori europei la legittimità dell’Unione Europea. L’effettiva modifica del trattato ha riguardato  l’istituzione del fondo d’emergenza dell’Unione Europea [Meccanismo Europeo di Stabilità], il cui fine è di prestare fondi agli stati membri in crisi. Non era in vigore un meccanismo simile quando si è sviluppata la crisi in Grecia e invece l’Unione Europea ha improvvisato. L’ETUC ha respinto la proposta perché questo patto non conteneva nulla nella direzione di quella che poteva essere chiamata un’Europa Sociale, che sta diventando un obiettivo sempre più distante.  

Con continue politiche di austerità draconiana e crisi economica, sociale e politica sempre più grave esiste la possibilità che aumentino le contraddizioni all’interno della socialdemocrazia, così come all’interno del movimento sindacale in Europa. Forse abbiamo avuto un assaggio di questo durante il Congresso dell’ETUC ad Atene nel maggio del 2011, quando i segmenti più militanti del movimento sindacale hanno dimostrato di fronte all’edificio del Congresso, accusando l’ETUC di tradire la lotta e hanno chiesto che se ne andasse a casa.

A livello politico-retorico, è in corso una radicalizzazione dei messaggi dai sindacati europei in reazione alla crisi economica, sostenuta da alcune dimostrazioni simboliche, organizzate dall’ETUC a Bruxelles il 29 settembre 2010, a Budapest il 9 aprile 2011 e a Wroclaw il 19 settembre 2011. Molto resta da fare, tuttavia, prima che a ciò segua una mobilitazione sociale più impegnata e diffusa, in cui i sindacati mettano in atto i loro metodi di lotta più efficaci per far valere le loro rivendicazioni.

Questa assenza di azione sindacale non è, naturalmente, responsabilità soltanto di singoli nella dirigenza delle organizzazioni sindacali internazionali. Il consiglio dell’ETUC è costituito da rappresentanti di numerosi sindacati nazionali e le decisioni hanno vasto sostegno da loro [11]. La nuova situazione è il risultato di enormi svolte nei rapporti di forza nella società, della crisi e di intensificate contraddizioni di classe che hanno cancellato la base per una prosecuzione della politica del patto sociale nel periodo post seconda guerra mondiale. I capitalisti hanno cambiato strategia, ma non il movimento sindacale. Riconoscere questo e tener conto delle sue conseguenze è una delle principali sfide del movimento sindacale di oggi.

Che cosa si deve fare?

La svolta politica a destra e la crisi politico-ideologica nella sinistra significano che lo stesso movimento sindacale deve svolgere un ruolo politico più centrale, indipendente e aggressivo; politico non nel senso partitico, ma nel senso di assumere una prospettiva politica più ampia nella lotta sociale. La parte più vasta del movimento sindacale oggi non è in grado di assumere tale ruolo, ma ne ha il potenziale. Uno sviluppo in questa direzione richiede che il movimento sindacale passi attraverso un processo di cambiamento, quanto meno a causa delle nuove condizioni della lotta create dalla ristrutturazione, dal neoliberismo e dalla crisi globali. Nel medio termine andrà messa in preventivo anche una riorganizzazione della sinistra politica.

Se i nostri obiettivi sono il progresso e la democratizzazione, la crisi economica e sociale in corso ci ha spalancato la porta. Mentre la crisi evolve, la necessità di un corso politico nuovo e radicale sta concretamente aumentando di giorno in giorno. Essa presuppone, tuttavia, che i sindacati siano in grado di rifondarsi politicamente e organizzativamente. Il compito immediato consiste nel resistere agli attacchi aggressivi dei capitalisti e dei loro servi politici, nello scatenare la lotta difensiva contro i massicci attacchi ai salari, alle pensioni e ai servizi pubblici. Nel lungo termine, tuttavia, ciò non sarà sufficiente, come il socialista scozzese Murray Smith indica così giustamente:

“In qualsivoglia scenario esiste una debolezza strutturale del movimento dei lavoratori, che avvantaggia il governo e la classe dominante. La debolezza è politica e sta nell’assenza di un’alternativa credibile e visibile al neoliberismo. Una simile alternativa politica non è una precondizione alla resistenza agli attacchi nel breve termine, forse nemmeno alla vittoria nelle battaglie. Ma a un certo punto l’assenza di un’alternativa coerente ha un effetto smobilitante. Questo problema è anteriore alla crisi attuale, ma la crisi lo ha fatto diventare una questione molto più urgente. Quella che è necessaria e la prospettiva di un’alternativa di governo incarnata da forze politiche che abbiano una possibilità credibile di conquistare il sostegno della maggioranza della popolazione, non necessariamente nell’immediato, ma come prospettiva. Un tale programma politico comporterebbe l’organizzazione di beni e servizi, democraticamente decisi, per soddisfare le necessità della popolazione. Ciò significa spezzare la presa della finanza sull’economia, creare un settore finanziario di proprietà pubblica, rinazionalizzare servizi pubblici, un sistema di tassazione progressivo, misure che contestino i diritti di proprietà” [12].

La visione di uno sviluppo alternativo della società è importante, allora, per offrire ispirazione e direzione alla lotta in corso contro la crisi e la regressione sociale. Non è tuttavia certo che l’assenza di alternative sia il problema principale. Ci sono moltissimi elementi per un modello alternativo di sviluppo. L’alternativa alla privatizzazione è non privatizzare. L’alternativa all’accresciuta competizione è maggior collaborazione. L’alternativa alla burocrazia e al controllo dall’alto è la democratizzazione e la partecipazione dal basso. Le alternative alle crescenti disuguaglianze e alla povertà sono la ridistribuzione, la tassazione progressiva e tutele sociali universali e gratuite. L’alternativa all’economia della speculazione distruttiva è la socializzazione delle banche e delle istituzioni creditizie, l’introduzione di controlli sui capitali e il divieto di operare in strumenti finanziari sospetti. La lista potrebbe essere resa molto più lunga.

Piuttosto che una mancanza di alternative, può anche trattarsi di una questione di capacità e volontà di attuare la mobilitazione e di far uso delle risorse necessarie per forzarne l’attuazione. Qui è importante che ci sia una resa dei conti politica con l’eredità ideologica del patto sociale, quell’ideologia della partecipazione e quella fiducia nel dialogo sociale profondamente radicati come modo migliore per risolvere i problemi sociali a vantaggio di tutti, come si suol dire.

La classe lavoratrice, i sindacati e altre forze popolari si confrontano oggi con una brutale lotta per il potere, che è stata scatenata dall’alto. La costante tendenza a canalizzare la reazione dei sindacati a questi attacchi nel vuoto di potere politico che il dialogo sociale oggi rappresenta a livello europeo, fa poco altro che indebolire la capacità dei sindacati di mobilitare. Da questo punto di vista c’è molto che suggerisce che questa la capacità, piuttosto che la possibilità, che è la sfida più importante che i sindacati hanno oggi di fronte. E’ arrivata l’ora, in altre parole, si promuovere un nuovo corso per la lotta dei sindacati, come è stato suggerito dalle organizzazioni sindacali basche il 27 gennaio 2011, quando hanno attuato il loro secondo sciopero generale in meno di un anno:

“Siamo scesi in piazza, siamo scesi in sciopero due volte e continueremo a mobilitarci. Perché non vogliamo il futuro di povertà che hanno preparato per noi. Ci hanno minacciato dicendo che dopo la crisi nulla sarà più come prima. Dunque cambiare le cose sta nelle nostre mani. E’ necessario continuare a combattere per un cambiamento reale, per un modello economico e sociale diverso in cui l’economia operi a favore della società” [13].

Abbiamo visto in passato che le lotte sociali sviluppano nuova dirigenza e nuove organizzazioni. Anche se oggi predominano nell’Unione Europea tendenze populiste e autoritarie di destra, le politiche antisociali delle élite possono anche provocare esplosioni sociali, specialmente nell’Europa meridionale. Ciò può aprire la possibilità di altri sviluppi, in cui gli obiettivi siano più cambiamenti fondamentali di rapporti di potere e di proprietà e un approfondimento della democratizzazione della società. La battaglia è tra un’Europa più autoritaria e una più democratica. Al presente le tendenze autoritarie hanno la meglio, ma i rapporti di forza possono cambiare di nuovo.

Note:

1. John Vinocur, “On the New European Economic Road Map, There’s Not Much Left of the Left,New York Times, 14 novembre 1998, http://nytimes.com.

2.  “NEWSWEEK Cover: We Are All Socialists Now,” 8 febbraio  2009, http://prnewswire.com. La copertina è apparsa sul numero del 16 febbraio 2009 di Newsweek.

3. “In From the Cold?,” Economist, 12 marzo 2009, http://economist.com.

4. Per una trattazione più completa di questo fenomeno vedere Asbjørn Wahl, “To Be in Office, But Not in Power: Left Parties in the Squeeze Between People’s Expectations and an Unfavourable Balance of Power,” in Birgit Daiber, ed., The Left in Government: Latin-America and Europe Compared (Brussels: Rosa Luxemburg Foundation, 2010).

5. Michael Hudson, “A Financial Coup d’Etat,” Counterpunch, 1–3 ottobre 2010, http://counterpunch.org.

6. “ETUC: The European Social Model,” http://etuc.org.

7. “In From the Cold?

8. European Social Partners, “Joint Statement on the EU 2020 Strategy,” 3 giugno 2010, http://etuc.org.

9. Citato in Terje I. Olsson, “Mer lønn og forbruk skal løse krisa” [Salari e consumi più elevati risolveranno la crisi]  Fri Fagbevegelse, 8 ottobre 8, 2010. In origine http://frifagbevegelse.no; disponibile via http://archive.org/.

10. Comunicato stampa dell’ETUC “EU on a ‘Collision Course’ with Social Europe and the Autonomy of Collective Bargaining,” 4 febbraio 2011, http://etuc.org.

11. C’è anche chi è a favore di posizioni più aggressive come è stato, per esempio, il Segretario Generale della Federazione Europea dei Lavoratori dei Trasporti (ETF), Eduardo Chagas, all’interno del consiglio dell’ETUC negli ultimi anni. Ultimamente anche alcuni dei sindacati dell’Europa del sud hanno spinto per uno sciopero generale nell’intera Europa. Merita di essere segnalato che le confederazioni sindacali del nord sono state alla retroguardia in queste discussioni.

12. Murray Smith, “Den europæiske arbejderbevægelse under angreb!” [Il movimento europeo del lavoro sotto attacco!], Kritisk Debat, no. 56, giugno 2010, http:// kritiskdebat.dk. [mia traduzione [di Asbiorn Wahl – n.d.t.]]

13. Opuscolo unitario dei sindacati baschi ELA, LAB, STEE/EILAS, EHNE e HIRU che hanno attuato uno sciopero generale di un giorno contro I tagli alle pensioni e gli attacchi allo stato sociale. Vedere http://labournet.de.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/european-labor-political-and-ideological-crisis-in-an-increasingly-more-authoritarian-european-union-by-asbj-rn-wahl.html

Originale: Monthly Review

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 23 gennaio 2014 alle 02:22 - Reply

    L’Europa è sfuggita alla morsa di nuove guerre dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale ma non è sfuggita alla avidità e alla costruzione di una nuova aristocrazia. I migliori al governo questa volta non hanno titoli nobiliari o ambizioni militari obsolete. Le terre non si conquistano più con le divisioni militari ma con la potenza del denaro come mezzo di espansione, usura e schiavitù. Così la Grecia è caduta sotto il tacco dell’impero cui credeva entusiasticamente di appartenere. Nei parlamenti europei la sinistra è sparita o perché poco radicale o perché troppo autoritaria nella sua espressione socialista. La ricostruzione dopo anni di liberalizzazione della sinistra è difficile e impossibile per consueti canali istituzionali. La difesa dei più deboli non si può fare da lontano e quindi è vicino alla popolazione che la sinistra radicale può coagulare entusiasmo senza consenso, uscendo dalla mercificazione del momento elettorale e costruendo cento, mille parlamenti fatti da voci stanche ma preparate, razionali e agguerrite. Un nuovo sindacalismo può nascere solo a valle della più ambiziosa delle proteste pacifiche che è una prospettiva audace: l’astensionismo.

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