Io sono libanese, ma non i miei figli

Redazione 18 gennaio 2014 1
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Io sono libanese, ma non i miei figli

Di Warsa Moahmed

17 gennaio 2014

I pregiudizi  patriarcali in molti paesi musulmani hanno a lungo negato alle donne sposate con stranieri che il diritto di passare la loro nazionalità ai propri figli. C’è stato un lento progresso in alcuni paesi, ma continua una campagna per il cambiamento.

“Guillaume è francese. L’ho incontrato nel 1996 quando faceva il servizio civile (in alternativa a quello militare) e studiava in Libano. Stiamo insieme da allora,” dice Lina (1). Però la loro relazione aveva delle complicazioni:  “Io ero Musulmana  e lui era cristiano, e quindi non potevamo sposarci qui [in Libano] dato che non esiste il matrimonio civile. Quindi l’ho sposato a Cipro nel 2000.” La coppia ha informato del loro matrimonio le autorità libanesi e francesi a Beirut. A Lina, 40 anni che è un architetto era stata garantita la cittadinanza francese un anno dopo, ma hanno deciso di restare in Libano. A Guillaume, 45 anni, agente immobiliare piace il Libano, anche se le restrizioni burocratiche li avviliscono: ogni anno lui deve fare domanda per il permesso di residenza. “Tutte queste procedure sono difficili, Mi fanno stare male.”

Quando è nato il loro primo figlio, nel 2004, Lina ha scoperto che “mio figlio, che era nato in Libano da una madre libanese, aveva bisogno del permesso di residenza come se fosse uno straniero.” Il Libano alle madri di trasmettere la loro nazionalità ai figli: lo fanno anche il Kuwait, il Qatar, la Siria, l’Oman, il Sudn e la Somalia. L’unica eccezione si fa se l’identità del padre è sconosciuta.

Lina e Guillaume ora hanno due figli maschi e il maggiore chiede: “Che cosa sono io? Perché non ho un passaporto libanese?”  Lina sente che è ingiusto dirgli che lui è libanese, “ma non libanese come le altre persone.” Guillaume si sente frustrato per i suoi figli che non sono autorizzati a frequentare una scuola statale o a usare il sistema sanitario, e non saranno in grado di possedere delle proprietà, di mettere su un’azienda o entrare in certe professioni. Questo non-status si applicherà anche ai bambini che potranno avere i suoi figli.

Zeynab,  nel documentario All for the Nation [Tutti per la nazione] (Carol  Mansur, 2011) non ha neanche i documenti di identità. E’ nata e cresciuta in Libano, ma il padre egiziano è morto prima di registrarla in Egitto. Ufficialmente non esiste agli occhi dello stato libanese. La madre di Zeynad ha dovuto mettere i suoi figli in un orfanotrofio, dato che, senza cittadinanza, non avevano diritti  o autorizzazione all’istruzione gratuita o a qualsiasi altra cosa.

Nel film, Adel, un avvocato egiziano sposato con una donna libanese, dalla quale ha avuto due figli, racconta la storia della sua espulsione dal Libano. Parla del denaro che il Libano ricava dalle richieste per il permesso di residenza: sebbene fossero gratuiti per Guillaume (cittadino dell’Unione Europea), non lo erano per Adel. La residenza talvolta può venire rifiutata, e in questo caso i mariti e i padri sono costretti a partire nel giro  di pochi giorni.

La discriminazione ha come obiettivo le donne

Nei 22 paesi membri della lega Araba (2) i problemi di cittadinanza comprendono la trasmissione di questa tramite i genitori o il matrimonio, la naturalizzazione, la duplice nazionalità, il cambio di nazionalità e i diritti di suolo e di sangue (vedi Citizens by choice – Cittadini per scelta). Le donne soffrono maggiore discriminazione legale rispetto agli uomini. Sebbene tutte le nazioni arabe abbiano ratificato la Convenzione  del 1981 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, la maggior parte escludeva alcuni articoli, specialmente quelli sulle misure politiche e sul modo in cui la nazionalità viene trasmessa ai figli.

Le organizzazioni stanno quindi facendo la campagna per uguali diritti. Un uomo può trasmettere la sua nazionalità a sua moglie straniera e ai figli, dovunque siano nati. Le donne straniere che sposano degli arabi hanno più diritti rispetto alle donne locali che sposano cittadini di un’altra nazione, e sono soggette a meno restrizioni.

Adnan Khalil, nato e cresciuto a Jeddah, in Arabia Saudita, ha conosciuto la sua moglie americana Susie nel 1977 all’Università dell’Arizona. Si sono sposati nel 1989 e hanno avuto un figlio, Adam, che ha avuto automaticamente la cittadinanza saudita, anche se era nato negli Stati Uniti e se non aveva mai vissuto in Arabia Saudita. Trenta anni dopo che si erano conosciuti, la famiglia Khalil si è trasferita a Gedda. Susie ha avuto l’autorizzazione a fare la richiesta di nazionalità, ma non l’ha fatta immediatamente: “I vantaggi che offre sono cose senza le quali non potrei vivere. La mia situazione non è delicata come quella delle donne saudite sposate con uomini non sauditi.” Susie sa di essere fortunata ma si chiede che cosa ne sarebbe di lei se accadesse qualcosa a suo marito.

Dopo lunghe trattative e campagne transnazionali, alcune direttive sono cambiate. Grazie alla campagna “La mia nazionalità”, i permessi di residenza in Libano sono ora rinnovabili ogni tre anni invece che annualmente, e nel marzo 2012 il governo libanese per la prima volta ha messo nella sua agenda il problema della nazionalità. Dal 2005 e dal 2006, rispettivamente, i non libanesi  sposati a donne algerine e irachene, possono acquisire la cittadinanza, così come i loro figli. Dal 2008 è stato possibile ottenere la nazionalità della madre in Marocco e in Egitto, un diritto confermato nelle nuova costituzione egiziana  preparata dopo Morsi, che deve essere oggetto di referendum in questo mese. Lo stesso è accaduto in Tunisia e Libia dal 2010, anche se a certe condizioni, per esempio che il marito sia musulmano.

La primavera di uguaglianza del Marocco

Amina Lotfi, vice presidente dell’Associazione Democratica delle donne marocchine, ha descritto il “lungo processo che è iniziato 20 anni fa”, collegato a più ampie riforme nel campo della giustizia e del lavoro, ma specialmente alla revisione del codice di famiglia (moudawana) (3) Un memorandum è stato presentato alla commissione reale istituita per rivedere il codice, e dal 2001 ci sono state consultazioni e una campagna su vasta scala. La Lofti ha detto: “Dovendo far fronte alle organizzazioni conservatrici che si sono unite, i nostri gruppi hanno formato una coalizione. Abbiamo creato unna primavera di uguaglianza nel 2002, quindi la nostra primavera è arrivata prima di quella araba.” Nel 2004 c’è stato un nuovo codice di famiglia e nel 2007 il governo ha finalmente rivisto le leggi sulla nazionalità risalenti al 1958. Per la campagna ci sono voluti sette anni.

Questa riforma della legge marocchina ha cambiato la vita di Amina, di 51 anni, una donna marocchina sposata con un tunisino dal 2002. La loro figlia, che ha ora 10 anni, ha avuto seri problemi di  salute fin dalla nascita e ha subito varie operazioni chirurgiche serie. “Abbiamo dovuto pagare i conti dell’ospedale perché mia figlia aveva soltanto la cittadinanza tunisina.” Amina lavorava facendo le pulizie per coprire i costi, che erano considerevoli per una coppia povera sul punto di separarsi. Il tribunale ha impiegato due anni a occuparsi del caso e la cittadinanza le è stata garantita. “Siamo ancora poveri e mia figlia è ancora malata, ma ora almeno è anche marocchina, quindi ha dei diritti.” Le donne, tuttavia, spesso condannano la lentezza con cui le autorità gestiscono le loro richieste.

L’Arabia Saudita, lo Yemen, la Giordania, la Mauritania, e le Isole Comore hanno modificato la loro legislazione. Fin dal 2001 le donne con un matrimonio misto negli Emirati Arabi Uniti (UAE)  hanno potuto  trasferire la nazionalità ai loro figli, il primo dei paesi del Golfo. Questi bambini devono presentare una richiesta quando compiono 18 anni; la stessa procedura si applica in Arabia Saudita, sebbene il sistema sia meno flessibile che negli UAE. Per principio questi bambini hanno gli stessi diritti per la nascita, come altri bambini negli UAE, ma la legge non viene sempre rispettata, né le madri sono sempre consapevoli del cambiamento, e quindi la campagna continua.

“I problemi associati all’acquisizione della cittadinanza, hanno creato la più grande mobilitazione degli scorsi anni, perché riguardano la vita quotidiana delle famiglie,” ha detto Claire Beaugrand, analista per gli Stati del Golfo, nel Gruppo internazionale di crisi. “Le conseguenze dell’aver emendato la legislazione, variano. Rivedere le regole che governano il modo in cui la cittadinanza viene trasferita, provoca cambiamenti potenziali nella composizione della popolazione. In Libano, dove il problema è particolarmente delicato, le preoccupazioni nascono dal timore che i palestinesi vengano assimilati nella popolazione tramite il matrimonio…specialmente nel Golfo,  sostenendo   una forma restrittiva di nazionalità  – rimanendo attaccati  alla propria razza in campo culturale ed etico – è un modo di legittimare il potere. Questo si traduce nell’incoraggiamento a sposare  persone della stessa nazionalità, e questo vale anche per le donne. La minaccia è sostanzialmente politica.”

Il Corano e altri testi islamici fondamentali, non si esprimono riguardo alla cittadinanza: “Portare i precetti religiosi in questa faccenda è fuori luogo,  ma è un potentissimo fattore di inerzia. Non si tratta di condannare il pretesto come falso o incongruo quanto di comprendere perché tocchi il cuore in questo modo,” ha detto la Beaugrand. “Nel mondo arabo, o codici di status personale sono ispirati dalla religione. Mettere in dubbio il sistema del dominio patriarcale è spesso molto difficile, specialmente quando sono le assemblee dominata da uomini che fanno le leggi.”

Sono avvenuti cambiamenti importanti a causa della colonizzazione e dei cambiamenti di confini,     delle guerre, poi della decolonizzazione e del fragile equilibrio di società in conflitto riguardo alla religione (Libano) o all’appartenenza etnica (Sudan).  Parecchie nazioni giustificano le loro leggi restrittive sostenendo che offrire la cittadinanza ai palestinesi distruggerebbe l’identità dei  palestinesi e danneggerebbe il loro diritto di ritornare, e la creazione del loro stato. Però, secondo  le statistiche, soltanto il 6% delle donne libanesi sposate con stranieri, hanno mariti palestinesi.

La Primavera Araba avrà conseguenze per la nazionalità? “Mio marito ha rinunciato a una vita in Francia per me.  Garantirgli la cittadinanza sarebbe una cosa piccolissima,” ha detto Lina. Ha scoperto che lei avrebbe dovuto pagare perché il suo secondo figlio abbia il diritto di entrata in Libano, quando è andata a richiedere il permesso gratuito di residenza per lui. “Mio figlio è nato qui, il mio sangue libanese scorre nelle sue vene, è uscito da un corpo libanese. Non è sufficientemente libanese?” ha chiesto all’impiegato. “E’ straniero,” le ha risposto. “Deve pagare.”

 

Warda Mohamed è una giornalista.

(1) I nomi degli intervistati che hanno richiesto di restare anonimi sono stati cambiati.

(2) Algeria, Bahrain, le Isole Comore, Gibuti, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Mauritania, Oman, Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen.

(3) Vedere Wendy Kristianasen, “Islam’s women fight for their rights”,  [Le donne dell’Islam combattono per i loro diritti”, Le Monde Diplomatique, Edizione inglese, aprile 2004.

 

Nella foto : le cinque donne siriane profughe in Libano, protagonista del documentario di Carol Mansour. *  

*http://www.sirialibano.com/siria-2/not-who-we-are-le-scelte-obbligate-di-una-rifugiata

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://mondediplo.com/2014/017i-m-lebanese-my-sons-aren-t-by-warda-mohamed

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 18 gennaio 2014 alle 19:13 - Reply

    Lo scopo di ogni lotta per i diritti della famiglia si incentra sempre sull’uguaglianza di tutti gli uomini e le donne e soprattutto sulla possibilità di considerare il valore dei legami individuali liberi superiorità imposizioni politiche divisorie e traboccanti di burocrazia. Eliminare confini per estendere il concetto di famiglia a una scelta di procreazione e/o assunzione di responsabilità nel educazione dell’infanzia, deve essere il cuore di una lotta concertata in nome della fine di quelle differenze sfruttate per tenerci divisi.

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