Annegare nei soldi: la storia non raccontata della folle spesa pubblica che rende inevitabili le inondazioni

Redazione 16 gennaio 2014 1
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UKFLood

di George Monbiot – 15 gennaio 2014

Sappiamo tutti che cosa è andato storto, o almeno crediamo di saperlo: spesa insufficiente per la difesa dalle inondazioni. E’ vero che i tagli del governo hanno esposto a maggiori rischi migliaia di case e che i tagli diverranno più pericolosi col manifestarsi del cambiamento climatico. Ma la spesa pubblica insufficiente è solo una piccola parte del problema. E’ minimizzata da un altro fattore che è stato trascurato nelle discussioni sui media e nelle dichiarazioni del governo: troppa spesa pubblica.

Vasti importi di spesa pubblica, dell’ordine di miliardi, sono spesi ogni anno in politiche che rendono inevitabili inondazioni devastanti. Questa è la storia che non è stata narrata dai giornali o dalle emittenti televisive e radiofoniche, una storia di tale perversione distruttiva che il Guardian mi ha concesso oggi, per spiegarla, il doppio dello spazio consueto.

La difesa dalle inondazioni, o almeno così ci è detto, riguarda quanto cemento si è in grado di riversare. Non si tratta di non costruire case in posti stupidi nelle aree soggette ad allagamenti e di utilizzare intelligenti nuove tecniche ingegneristiche per difendere quelle che già vi si trovano. Ma questa è una piccola parte della storia. A stare a sentire i penosi dibattiti delle ultime due settimane si potrebbe essere perdonati se si crede che i fiumi sgorghino nelle pianure; che non esistano corsi a monte; che le montagne, le colline, i bacini idrici e i displuvi sia irrilevanti quanto a se le case e le infrastrutture finiscono sott’acqua o no.

La storia comincia con un gruppo di contadini visionari a Pontbren, presso le sorgenti del fiume più lungo della Gran Bretagna, il Severn. Negli anni ’90 si resero conto che la consueta strategia di uso delle colline – caricare la terra con un numero maggiore di pecore più grosse, sradicare alberi e arbusti, scavare altri scarichi – non funzionava. Non aveva senso economico, gli animali non avevano dove rifugiarsi e i contadini si spezzavano la schiena a distruggere la loro stessa terra.

Così idearono qualcosa di davvero magnifico. Cominciarono a piantare file di alberi a protezione lungo i confini. Smisero di drenare il terreno più umido e costruirono invece stagni per raccogliere l’acqua. Tagliarono e ridussero in trucioli parte del legname che coltivavano per farne lettiere per i loro animali, il che significò che non spese più una fortuna per comprare paglia. Poi utilizzarono le lettiere compostate, in un perfetto ciclo chiuso, per far crescere altri alberi.

Un giorno un consulente del governo stava percorrendo i loro campi durante un temporale. Notò qualcosa che lo affascinò. L’acqua che rendeva la terra uno specchio scompariva improvvisamente quando raggiungeva le file di alberi che i contadini avevano piantato. Ciò stimolò un importante programma di ricerca che produsse i seguenti risultati stupefacenti: l’acqua penetra nel suolo sotto gli alberi a una velocità 67 volte superiore a quella con cui penetra nel suolo sotto l’erba. Le radici degli alberi creano canali lungo i quali l’acqua defluisce in profondità nel terreno. Il suolo diviene una spugna, una riserva che risucchia l’acqua e poi la rilascia lentamente.

Nei pascoli, al contrario, i piccoli zoccoli taglienti delle pecore formano pozze nel terreno, rendendolo quasi impermeabile, una vasca dura da cui l’acqua fuoriesce.

Uno dei documenti della ricerca stima che – anche se solo il 5 per cento della terra di Pontbren è stato riforestato – se tutti i contadini del bacino facessero lo stesso, i picchi delle alluvioni a valle sarebbero ridotti di circa il 29%.  Una riforestazione completa ridurrebbe i picchi di circa il 50%. Per i residenti di Shrewsbury, Gloucester e di altre cittadine devastate dalle infinite inondazione del Severn, ciò significa, più o meno: problema risolto.

Ho detto che i risultati sono stati stupefacenti? Beh, non per chiunque abbia studiato idrologia altrove. Per decenni il governo britannico ha finanziato scienziati che lavoravano ai tropici e che usavano le loro scoperte per consigliare altri paesi di proteggere le foreste o di reimpiantare alberi nelle colline per evitare che le comunità a valle fossero spazzate via. Ma ci siamo dimenticati di portare tale lezione a casa nostra.

Dunque il resto del bacino del Severn e di quelli di altre turbolente vie d’acqua della Gran Bretagna seguiranno il modello di Pontbren? Le autorità dicono che ne sarebbero liete. In teoria, Natural Resources Wales mi ha detto che queste tecniche “legate alle azioni che vogliamo che intraprendano i gestori del territorio”. Quello che ha dimenticato di dire è che tutti i finanziamenti per piantare alberi in Galles sono stati ora bloccati. Gli uffici responsabili della loro amministrazione stanno per essere chiusi. Se altri contadini vogliono copiare il modello di Pontbren devono pagarsi gli alberi da soli, ma devono anche sacrificare il denaro che diversamente sarebbe versato loro per coltivare quella terra.

Poiché – e qui cominciamo ad avvicinarci al cuore del problema – esiste una regola indistruttibile stilata dalla politica agricola comune. Se si vuol ricevere il proprio sussidio da agricoltore singolo – di gran lungo la componente maggiore delle sovvenzioni all’agricoltura – la terra deve essere libera da quella che è definita “vegetazione indesiderata”. La terra coperta da alberi non ha titolo. Le norme sui sussidi hanno forzato la cancellazione di massa della vegetazione delle colline.

Proprio quando sono stati interrotti i finanziamenti per piantare alberi, i finanziamenti per liberare la terra sono stati aumentati. Nel suo discorso alla Conferenza di Oxford sull’Agricoltura, tenuto all’apice delle inondazioni, il segretario all’ambiente Owen Paterson ha vantato che i contadini “della terra meno produttiva” riceveranno ora “la stessa percentuale di versamenti diretti dei loro omologhi in pianura per le loro terre elevate”. In altre parole, persino in luoghi dove l’agricoltura non ha senso perché la terra è così povera, i contadini saranno pagati di più per tenervi animali. Ma per ricevere tale denaro devono prima rimuovere gli alberi e le macchie di vegetazione che assorbono l’acqua che cade sulle colline.

E questo è solo l’inizio. Una conseguenza della più recente tornata di negoziati sui sussidi – conclusasi nel giugno dell’anno scorso – è che i governi possono ora aumentare i loro speciali versamenti alla montagna, il cui scopo è di incoraggiare l’agricoltura in cima alle sorgenti, da 250 euro a 450 euro a ettaro. Questo denaro andrebbe ribattezzato sussidio all’inondazione: paga per la distruzione di case, l’evacuazione di interi insediamenti, l’annegamento di chi non riesce ad andarsene in tempo, in tutta Europa. Idiozia cocciuta è una definizione troppo benevola.

Il problema non è confinato al bestiame in montagna. Nelle colline e in pianura, il cattivo uso di macchinari pesanti, il sovraccarico di animali e altre forme di cattiva gestione possono – compattando il suolo – aumentare la percentuale di scorrimento istantaneo della pioggia che cade sul terreno dal 2% al 60%.

Soldi per mantenere spoglie le colline

A volte arare in modo sbagliato e nel momento sbagliato il versante di una collina può provocare un’inondazione – sia di fango sia di acqua – anche senza piogge eccezionali. Questa pratica ha devastato case nei South Downs (che verosimilmente non andrebbero arate affatto). Una casa è stata allagata 31 volte nell’inverno 2000-2001 da inondazioni di fango causate dall’aratura. Un’altra, nel Suffolk, al di sopra della quale i campi erano stati resi fangosi dai maiali, è stata colpita 50 volte. Ma un documento sulle inondazioni di questo tipo ha rilevato “non esistono (o sono soltanto pochissime) misure di controllo assunte a tutt’oggi dal Regno Unito”.

Sotto il peggior segretario all’ambiente che la Gran Bretagna abbia mai subito, ci sono pochissime possibilità che cambi molto di questo. In novembre, in risposta ad appelli a riforestare le colline, Paterson ha dichiarato al Parlamento: “Voglio essere assolutamente chiaro sul fatto che abbiamo un concreto ruolo da svolgere nell’aiutare i coltivatori collinari a mantenere le colline come sono” (Spoglie, in altre parole). Quando richiesto da un comitato parlamentare di discutere di come potesse essere migliorata la resilienza dei bacini fluviali, la sola cosa che è stato in grado di pensare è stata costruire altri bacini.

Ma mentre è altezzoso e ignorante quando si tratta di gestire la terra per ridurre la probabilità di inondazioni, si dà parecchio da fare per seminare il caos quando si tratta di gestire i fiumi.

Molti anni fa gli amministratori delle acque credevano che il modo migliore per prevenire le inondazioni consistesse nel raddrizzare, canalizzare e dragare i fiumi per gran parte della loro lunghezza, per aumentare la loro capacità di trasporto dell’acqua. Hanno scoperto presto che questa non solo era sbagliato, ma anche controproducente. Un fiume, in qualsiasi momento, può trasportare pochissima dell’acqua che finisce nel suo bacino: la grande maggioranza va assorbita dal suolo e dalle piane alluvionali.

Costruendo argini ancor più elevati attorno ai fiumi, riducendone la lunghezza tagliandone le curve e scavando via gli ostacoli e le ostruzioni lungo il percorso, gli ingegneri hanno involontariamente provocato due cose. Hanno aumentato la velocità del flusso, cioè l’onda di piena scendeva lungo i fiumi e verso le cittadine più vicine molto più rapidamente. E, sperando i fiumi dalla terra agricola attraverso la quale passavano, hanno fortemente ridotto l’area delle piane alluvionali funzionali.

La conseguenza, come oggi ammettono le autorità di tutto il mondo, è stata catastrofica. In molti paesi ingegneri pentiti rimettendo oggi ostacoli nei fiumi, ricollegandoli a terreni disabitati dove possono esondare in sicurezza e consentendo loro di seguire percorsi tortuosi e di formare aree di meandri. Queste caratteristiche catturano e sedimenti e i tronchi d’albero e le rocce che altrimenti si accumulerebbero sui ponti urbani e sottraggono al fiume molta dell’energia e della velocità. I fiumi, come mi è stato detto da quelli che ne avevano appena riportato uno allo stato naturale nel Distretto dei Laghi, riducendo di molto la probabilità che causasse inondazioni a valle, “hanno bisogno di qualcosa da mettere sotto i denti”.

Ci sono uno o due di tali progetti nel Regno Unito: il dipartimento di Paterson sta finanziando quattro progetti di ripristino per i quali ha stanziato un totale di … ehm, un milione di sterline. A parte ciò il segretario di stato sta facendo tutto il possibile per impedire che lezioni simili siano applicate. L’hanno scorso è stato scritto che ha dichiarato in una conferenza che “lo scopo delle vie d’acqua è di liberarsi dell’acqua”. In un altro discorso ha sferzato il precedente governo accusandolo di “una cieca adesione a Rousseau” per essersi rifiutato di dragare. Non solo ci saranno altri dragaggi pubblici, insiste, ma ci saranno anche dragaggi privati: i proprietari terrieri possono ora occuparsene per conto loro.

Dopo aver annunciato questa  politica, l’Agenzia dell’Ambiente, che è il consulente statutario del dipartimento, ha avvertito che dragare poteva “accelerare il flusso e potenzialmente aumentare il rischio di inondazioni a valle”. In altre occasioni i suoi dirigenti hanno segnalato che “proteggere vaste aree di terreni agricoli nelle piane alluvionali tende ad aumentare il rischio di allagamenti delle comunità a valle”.

Lo Studio Pitt, commissionata dal governo precedente dopo le terribili inondazioni del 2007, ha concluso che “dragare può rendere le rive dei fiumi suscettibili di erosione così stimolare un ulteriore accumulo di limo, esacerbando, anziché migliorarli, i problemi della portata dell’acqua”. A Paterson è stato detto ripetutamente che ha più senso pagare i contadini che accogliere l’acqua nei loro campi che allontanarla dai terreni spingendola nelle città.

Ma lui ha ignorato tutti questi consigli e ha avviato sette progetti pilota in cui agli agricoltori sarà permessi di dragare fuori dai loro fiumi tutto quel caotico habitat naturale, per accelerare l’acqua verso il più vicino punto urbano di congestione. Forse non dovrebbe sorprenderci che Paterson abbia chiesto grossi tagli all’Agenzia dell’Ambiente, compreso molto del personale responsabile della prevenzione delle inondazioni.

Dal 2007 ci sono stati uno studio, un’inchiesta parlamentare, due proposte di legge, nuovi programmi di gestione delle alluvioni, ma non è cambiato quasi nulla. Le inondazioni, a causa del modo in cui gestiamo le nostre terre e i nostri fiumi, restano inevitabili. Paghiamo una fortuna in sussidi all’agricoltura e in progetti di strozzamento dei fiumi per avere le nostre città allagate e case e vite distrutte.

Acqua sudicia e falde vuote

Paghiamo di nuovo sotto forma di difese dalle inondazioni rese necessarie da queste politiche folli e mediante i premi assicurativi extra (forse dovremmo chiamarli ‘tassa Paterson’) caricati sulle nostre case. Ma paghiamo anche con la perdita di tutto il resto che i bacini fluviali ci danno: bellezza, tranquillità, natura e, oh sì, la piccola faccenda dell’acqua nei rubinetti.

Nel Compleat Angler [Il pescatore provetto], pubblicato nel 1653, Izaac Walton scriveva: “Penso che il migliori pescatori di trota siano nel Derbyshire, perché le acque lì sono chiare all’estremo”. Non più. L’estate scorsa ho trascorso un fine settimana a passeggiare lungo il fiume Dove e i suoi tributari, dove Walton era solito pescare. Lungo tutto il fiume, compreso il tratto dove c’è ancora il capanno di pesca costruito per lui da Charles Cotton, l’acqua era di un torbido marrone azzurrino. I letti di ghiaia pulita da lui celebrati erano pieni di limo: in alcune curve le concrezioni di fango erano profonde diversi piedi [un piede è pari a circa trenta centimetri – n.d.t.].

Bastava alzare gli occhi per capire il problema: le colline disastrosamente arate del medio bacino e, sopra di esse, le brughiere drenate e bruciate del Parco Nazionale del Peak District, interamente lordate da riserve di caccia al gallo cedrone. Un recente rapporto di Animal Aid ha scoperto che le riserve di caccia al cedrone in Inghilterra, anche se servono solo ai super-ricchi, ricevono circa 37 milioni di sterline di fondi pubblici l’anno sotto forma di sovvenzioni. Gran parte di questo denaro è utilizzato per diserbarle e bruciarle, il che è probabilmente una delle principali cause d’inondazione. Anche se era caduta molta pioggia in inverno e all’inizio della primavera, il fiume era già basso e lento.

Una combinazione di forme disastrose di gestione delle terre alte ha aiutato l’amato fiume di Walton a esondare, con la conseguenza che sia il governo sia la gente del luogo hanno dovuto investire pesantemente nel piano di difesa dalle inondazioni del basso Dover. Ma tale disastro ne ha anche causato il prosciugamento quando non cade la pioggia.

Questo è il rovescio della medaglia di una filosofia che crede che la terra esista solo a sostegno dei proprietari fondiari e che le vie d’acqua esistano soltanto per “liberarsi dell’acqua”. Invece di un flusso costante sostenuto tutto l’anno dagli alberi delle colline, ma tecniche agricole sensate, da fiumi cui sia consentito di trovare il proprio corso e il proprio livello, di filtrare e trattenere le proprie acque mediante curve e intrecciamenti e ostruzioni, abbiamo un ciclo di inondazioni e di secche. Abbiamo acqua sudicia e falde vuote e pesanti premi assicurativi e tappeti rovinati. Tutto questo a spese pubbliche. Molto obbligati, governatore. Sicuro.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/drowning-in-money-the-untold-story-of-the-crazy-public-spending-that-makes-flooding-inevitable-by-george-monbiot.html

Originale: The Guardian

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 16 gennaio 2014 alle 19:34 - Reply

    La speculazione edilizia e il disboscamento senza controllo sono talmente diffusi a qualunque latitudine da richiedere una legislazione urgente che li classifichi come reati. Ma reati contro chi? Contro la natura, i beni comuni, gli esseri umani, il pianeta. La classe politica occidentale spesso si occupa di questioni ambientali ma solo in periodo elettorale. I reati ambientali hanno il pregio di generare profitto e il profitto finanzia le ascese elettorali. Questo spiega il proliferare dei reati ambientali se non ci sarà una mobilitazione dei cittadini e un rifiuto di voto senza soluzione per i dissesti reiterati e l’ecocidio in corso.

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