“Se non ora, quando? ” il movimento BDS e “puntare l’attenzione” su Israele

Redazione 9 gennaio 2014 1
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“Se non ora, quando? ” il movimento  BDS e “puntare l’attenzione” su Israele

 

Di Mike Marqusee

7 gennaio 2014

[Questa è una versione  redatta   di una lettera che ho inviato a un mio parente negli Stati Uniti che ha cercato di comprendere l'argomento BDS  subito dopo il recente attacco violento contro la decisione dell'Associazione di Studi Americani  di appoggiare il boicottaggio accademico.]

L’opposizione al fatto di “puntare l’attenzione” su Israele, mi sembra piuttosto perversa. Non è possibile fare una campagna contro una qualsiasi ingiustizia in qualsiasi luogo senza “metterlo in evidenza”. Quando si è fatta la propaganda e il boicottaggio contro il Sudafrica, “si puntava l’attenzione” su di esso e infatti quell’accusa veniva fatta di frequente dai difensori di quel paese africano. “Che cosa si deve dire delle dittature nere in Africa?” dicevano. Questa era sempre una manovra evasiva, una scusa meschina per permettere che la palese oppressione razziale continuasse senza ostacoli. Molti di coloro che sollevano questa obiezione  in relazione a Israele, la avrebbero rifiutata o di fatto l’hanno fatto quando veniva sollevata riguardo al Sudafrica.

In questi argomenti c’è implicita l’idea che Israele “non è poi così cattivo” e in qualche modo merita una pausa nelle critiche. Ma quanto “cattivo” deve diventare un regime prima di essere sottoposto a delle penalizzazioni? I fatti concreti che accadono giorno per giorno mostrano senza dubbio che Israele per come tratta i palestinesi È uno dei regimi peggiori, più brutali, più razzisti, più oppressivi del mondo. C’è un enorme elemento di negazionismo in molti argomenti e sentimenti a favore di Israele: un qualcosa che assomiglia il negazionismo espresso da generazioni di comunisti sinceri rispetto allo stalinismo e all’Unione Sovietica. La differenza consiste, nel secondo caso, che il negazionismo era motivato dal riconoscersi  in un’ideologia, mentre nel caso di Israele è motivato dal riconoscersi in una etnia. Penso che dietro a molto di questo ci sia la profonda riluttanza a credere che “persone come noi” possano commettere crimini così terribili. Questo atteggiamento ha una storia molto lunga e  orrenda, ed è necessario che venga rifiutato.

Naturalmente Israele non è l’unico regime che merita un’opposizione e una censura attiva, e, infatti, la maggior parte delle persone che conosco nel movimento BDS sono state e sono impegnate in molte altre campagne internazionali di solidarietà (al contrario  del grosso dei loro oppositori). Ci sono, però, due fattori che fanno di Israele un caso particolare che richiede una replica particolare.

Primo, l’invito del BDS è stato diffuso da una vasta e rappresentativa gamma di organizzazioni della società civile palestinese, compresi i sindacati, e gode di forte sostegno da parte dei palestinesi sia nei Territori occupati che all’interno di Israele. Al momento non ci sono altre richieste pronunciate  da persone impegnate in una lotta contro altri regimi oppressivi: l’opposizione in Birmania, per esempio, ha appoggiato una riduzione delle sanzioni, perché crede che questo rafforzerà la sua posizione. Il BDS non è una strategia adatta in qualsiasi luogo; è una tattica particolare, scelta grazie alla sua potenziale efficacia in una particolare situazione. E  soprattutto viene scelta dalle persone colpite dalle politiche di Israele, proprio come accadeva in Sudafrica, quando una serie di sondaggi rivelavano che i sudafricani di colore appoggiavano in maniera schiacciante la richiesta del Congresso Nazionale Africano di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – che si è dimostrato essere una tattica molto efficace e uno dei maggiori fattori per la sconfitta finale dell’apartheid.

Sostenere che si dovrebbe ignorare questa richiesta specifica del BDS perché non è contemporaneamente mirata a tutti gli altri regimi oppressivi, è come sostenere che si dovrebbe ostacolare un’azione di picchettaggio  perché il sindacato in questione non sta contemporaneamente manifestando contro tutti gli altri datori di lavoro cattivi. Infatti, penso che resistere all’invito palestinese al BDS, somiglia molto ad ostacolare un picchetto: mostra  disprezzo e ignoranza del principio di solidarietà.

In secondo luogo, le persone che continuamente “puntano l’attenzione” su Israele, sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea e altri governi che gli forniscono assistenza militare, economica e diplomatica. L’uso ripetuto del veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza per proteggere Israele dalle conseguenze delle sue azioni, ne è soltanto un esempio. La richiesta della campagna BDS non è che Israele dovrebbe essere migliore di altre nazioni, ma che dovrebbe aderire a standard minimi riguardo ai diritti umani e al senso morale umano. Nel corso degli anni, l’Occidente ha dato a Israele un’impunità che lo ha reso ancora più intransigente nei riguardi dei palestinesi. La campagna BDS è un tentativo di porre fine a quella impunità, a quello speciale stato di protezione, e di creare invece qualcosa di simile a un campo di azione con pari condizioni  per i palestinesi.

Devo dire che sono perplesso siuche cosa si intenda con una considerazione “paritetica” di Israele. Che cosa c’è che potrebbe “bilanciare” le atrocità e la pulizia etnica – attualmente in corso in Cisgiordania e nel Negev? Qualunque risultato buono si possa attribuire agli Stati Uniti, questi in nessun modo “bilanciano”, cioè giustificano lo sterminio di popolazioni native o l’oppressione degli afro-americani. Shakespeare, Wordsworth, ecc, non possono “bilanciare” la serie di azioni cruente dell’Impero Britannico in Asia, Africa e nella regione dei  Caraibi.

Vi chiederete se gli israeliani stessi siano in grado di fare una valutazione del genere. In effetti, ci sono numerosi israeliani che hanno scritto brillantemente e obiettivamente sulla storie e la politica israeliana: Ilan Pappe, Michel Warshavksy, Avi Shlaim, Jeff Halper, Shlomo Sand, e la defunta  Tanya Reinhardt, per citarne solo alcuni (tutti i loro libri meritano di essere letti). Questi intellettuali dissidenti sono, per la maggior parte, sostenitori del movimento BDS.

Per i palestinesi le critiche al BDS hanno una particolare indegnità. Per anni è stato detto loro dalla persone della  “comunità internazionale” di abbandonare la violenza e di usare mezzi democratici per far avanzare la loro causa. Il BDS è un tentativo di fare esattamente questo: un tentativo non violento, democratico, con base popolare, di risvegliare l’opinione pubblica perché faccia una reale pressione su Israele affinché cambi le sue politiche. Comunque non è ancora abbastanza per guadagnarsi l’appoggio dei liberali occidentali.

E’ importante ricordare che quello che chiede il BDS è fondamentalmente il ritiro dell’attuale sostegno dato a Israele dai nostri governi e dalle nostre istituzioni. Se si investono soldi in una società che trae profitti dal programma di insediamenti in Cisgordania, si investe nella pulizia etnica – e la prima cosa che si dovrebbe fare quando si viene a sapere questo, è semplicemente smettere di farlo. Il resto sono solo giustificazioni.

Per quanto riguarda il boicottaggio accademico, le formulazioni e le richieste precise sono state ora elaborate dettagliatamente con un serio sforzo collettivo tra gli accademici stessi. Non è un boicottaggio di singoli israeliani e ha obiettivi precisi. Controllate le varie spiegazioni sulla pagina web del BRICUP (British Committee for Universities in Palestine) – Comitato britannico per le università palestinesi: http://www.bricup.org.UK

La realtà è che gli accademici palestinesi chiedono ai loro colleghi negli Stati Uniti e nel Regno Unito di intraprendere una forma specifica di azione per aiutarli ad alleviare le intollerabili condizioni in cui vivono, compresa i persistenti ostacoli che pone Israele alla libertà accademica. Se gli accademici in Francia, Spagna o Egitto o Argentina chiedessero ai loro colleghi statunitensi o britannici un appoggio del genere, con la stessa chiarezza e precisione, gli verrebbe dato da molte delle persone che sono così aspramente risentite per la richiesta dei palestinesi. Mi dispiace, ma tutto quello che vedo è intolleranza etnica. Per alcune persone sembra che i diritti dei palestinesi siano sempre non esseziali.

Come diceva il Rabbino Hillel, “Se non ora, quando?”

Il movimento BDS sta cominciando ad avere un serio impatto sulla società israeliana – controllate il recente avvertimento di  Tzipi Livni sui pericoli di ignorarlo. E’ esattamente perché è così efficace e ha una tale chiara forza morale, che il campo filo-israeliano lo odia e lo teme così tanto e dedica così tanto tempo ed energia a diffamare chi lo propone e a mentire sul suo contenuto.

So che molte persone – non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Europa – semplicemente non vogliono  informarsi sulle azioni di Israele (passati e presenti). Posso far osservare che nei primi tre giorni del 2014 l’esercito israeliano ha già ucciso un ragazzo di 26 anni e un uomo di 85 anni a Gaza, più un bambino di 3 anni alla vigilia di Natale. Quella è soltanto la punta dell’iceberg. Lasciare fuori quella realtà o cercare di equilibrarla parlando dei risultati positivi di Israele, è una forma di cattiva fede intellettuale/emotiva. In un certo senso, questo è il più grosso problema che devono affrontare i palestinesi e chiunque voglia una pace giusta e sostenibile in Medio Oriente.

Le persone  che insistono sul BDS negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, lo hanno fatto malgrado una valanga di bugie, diffamazioni e minacce. Io  sono stato  uno dei destinatari di molte di queste. Devo quindi dire che uno degli argomenti più mediocri contro il BDS è che i suoi sostenitori lo fanno per divertimento, per farsi pubblicità, per un certo tipo di “facile” eccitazione (vedere per esempio il più recente esercizio di Michael Kazan di disonestà intellettuale egocentrica). Propagandare il BDS è tutto tranne che facile. Si deve sfidare molta mitologia, un mucchio di    pregiudizi e supposizioni sostenuti da un’enorme macchina propagandistica – praticamente tutti i media convenzionali. E bisogna essere disponibili a resistere ad attacchi personali violenti. (Di recente un sito sionista estremista ha riferito ai suoi lettori  quella che chiamava la “buona notizia”, cioè che ho un cancro e che morirò presto).

Al contrario dell’opinione che hanno i sostenitori di Obama, la giustizia per la Palestina non è un extra facoltativo, una causa di lusso riservata all’estrema sinistra; è uno dei conflitti politico-morali fondamentali e decisivi del nostro tempo, come lo era la Spagna negli anni ’30 e il Sudafrica negli anni ’70/’80. In futuro quelli che si oppongono al BDS ora sembreranno stupidi come quelli che difendevano la “neutralità” in Spagna o “l’impegno costruttivo in Sudafrica.

Comunque, questa è la mia valutazione, sintetizzata quanto più brevemente ho potuto. Si potrebbe ed è necessario dire molto molto altro ancora.

La scritta sulla foto dice: “Fare spettacoli in Israele vuol dire sostenere l’apartheid”.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/if-not-now-when-on-bds-and-singling-out-israel-by-mike-marqusee

Originale: Mikemarqusee.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 9 gennaio 2014 alle 22:19 - Reply

    Chi ha la responsabilità della cultura ha la possibilità di cambiare il futuro. Sta a chi coltiva questa ricchezza decidere se voltarsi dall’altra parte o guardare l’evidenza dei fatti. Nel primo caso nessuno toglierà un primato di studio e lavoro a un dato cultore di una data materia, nel secondo caso a ciò potrebbe aggiungersi un ruolo umanistico e sociale capace di cambiare veramente il corso delle cose. Riguardo alla Palestina, ogni studiosi di qualunque disciplina, di qualunque paese, non dovrebbe più voltarsi dall’altra parte.

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