Parole, parole, parole: tossicità e violenza del/contro l’attivismo di genere in rete

Redazione 7 gennaio 2014 1
Print Friendly

troll

di Quinnae Moongazer – 6 gennaio 2014

Non molto tempo fa la mia compagna ed io eravamo sedute in macchina a discutere della natura arbitraria di certe festività ed io espressi l’opinione, forse poco convinta, che Capodanno fosse una festa valida, semplicemente perché utile occasione vantaggiosa, per quanto arbitraria, per riflettere. Mette a disposizione un punto da cui si può vedere un anno della propria vita e di quella del mondo. Una recente tranche di scritti di numerosi membri di spicco della comunità di trans e femministe omosessuali ha rinnovato la mia fede in quell’idea; con il volgere dell’anno scopriamo improvvisamente una gran quantità di idee penetranti sul dibattito attivista e sui rischi in cui incorriamo con il nostro silenzio riguardo a certi eccessi che troppo spesso hanno finito per definirci.

Le manifestazioni di furore nelle nostre comunità e la rabbia spesso incontrollata e priva di scopo che scoppiano siano all’interno sia all’esterno creano un clima di veleno e paura che non solo mina i nostri ideali più elevati, ma anche corrode le consolazioni della comunità per i molti che ne hanno maggiormente bisogno. Una delle manifestazioni più tristi di tale cultura della rabbia è, in realtà, la paura. Sono stata elogiata per la mia franchezza da molti in questa comunità e chiamata “coraggiosa” da più persone di quante sia in grado di nominare, contare o ringraziare; e tuttavia depositata nella cartella Miei Documenti c’è una quantità di articoli, alcuni ultimati e altri no, che sono “in ghiaccio”.

Quando cito ad amici e colleghi il mio scomparto del ghiaccio di post e articoli non pubblicati, lo faccio con un sorriso forzato, facendo finta che sia un misto ostinato di perfezionismo accademico e di paura di essere attaccata dai codini che induce a sopprimerli. C’è più che un po’ di verità in questo. Come hanno dimostrato e ne hanno scritto molti dei miei amici, dei miei cari e delle mie sorelle nella lotta, c’è parecchia paura del mondo 4chan-esco di giovani maschi arrabbiati pieni di risentimento nei confronti di quelle di noi che percepiscono appropriarsi di qualche loro diritto di nascita. Il mio lavoro accademico è dedicato, in non piccola misura, a spiegare il loro comportamento (ne dirò di più tra un momento).

Ma mento quando dico che sono la sola causa della mia esitazione.

Il resto, spesso anche se non la parte del leone, essa deriva dalla paura di qualcosa con il potere di ferire ancor più profondamente: la mia stessa comunità. Temo di essere emarginata come uno dei “cattivi” per il fatto di non essere sufficientemente radicale, di essere troppo sfumata o troppo comprensiva, o semplicemente di scrivere qualcosa la cui dimensione offensiva mi sia ignota nel momento della pubblicazione. In altre parole, perché commetto un errore di ignoranza innocente.

La ‘tumblr-erizzazione’ dell’attivismo

Ho avuto paura di inciampare nel cavo della sbronza di Tumblr e di cadere nell’abisso della “cultura dell’invito a risolverla a botte” e di essere screditata mediante ogni insulto e calunnia del mondo da persone delle quali dovrei potermi fidare di più. Ciò ferma la mia penna di autrice tanto quanto essere attaccata dalla stessa massa, diciamo, che tormenta Anita Sarkeesian.  Temo il momento in cui sarò messa alla berlina da “collaboratrice”, “apologeta” del privilegio o “venduta” (alle donne, alle Latine, alla classe lavoratrice, ai trans). Ugualmente preoccupante è la paura che i miei cari siano catturati nel gorgo pachidermico della giustizia di Twitter/Tumblr e diffamati per i loro rapporti con me.

La paura di questo mi spinge, ansiosa, nell’abbraccio immemore del silenzio.

Ho scritto di questo in passato, di sbieco, e ho parlato in termini o smorzati o molto specifici dei miei sentimenti al riguardo, che per un certo tempo hanno perseguitato i miei pensieri. Così tanto l’attivismo della giustizia sociale online è divenuto iper-vigilante contro il peccato, grande o piccolo, passato o presente. Questa sensazione che persino la più piccola, meschina rivelazione di trasgressioni del passato tornasse a perseguitarmi ha ispirato questo paragrafo di un vecchio articolo che scrissi sulle dolorose contraddizioni dell’attivismo femminista:

“La pressione per me è sempre stata di aspirare a quel modello femminista da Madonna e la perfezione che esso richiede è davvero rigorosa. C’è una strana qualità cattolica nella richiesta che mi sento spesso fare di mostrare le mie cicatrici, di dimostrare che sono una donna mostrando quanto sono stata ferita, di dimostrare che il patriarcato può ferirmi mostrando come lo ha fatto.

Poiché c’è qualcosa di molto strano nella perfezione che il mio attivismo e il mio senso morale interiorizzato ha preteso da me. Non si tratta soltanto di mostrare le mie cicatrici, ma che io, paradossalmente, testimoni la mia permanente perfezione sin dalla nascita. In questo mondo in cui il patriarcato mi ha graffiato, bruciato e torturato – e nel quale provare questo martirio è un requisito della perfezione femminista – devo anche in qualche modo incontaminata dal patriarcato.”

Confermo questo, ma avevo lasciato deliberatamente spazio sufficiente ai lettori per presumere che io stessi parlando di cis-femminismo della classe media, la temuta varietà “mainstream” che era più accettabile criticare. Era così, ma parlavo anche della più vasta impresa attivista in cui molte di noi sono imbarcate. Essa comprende il mondo dell’attivismo della giustizia sociale in rete, in effetti della trans-politica, della sinistra radicale nella sua interezza. Dobbiamo paradossalmente essere oppresse e tuttavia non portare nella nostra coscienza alcuno dei marchi di tale oppressione; non possiamo mai avere un bagaglio o cicatrici; come la gente di colore non possiamo mai mostrare il nostro velo di doppia coscienza, alla W.E.B. DuBois. E’ a volte come se dovessimo arrivare interamente formate nel mondo dell’attivismo, perfette agenti del cambiamento, in qualche modo interamente consce della palude sempre cangiante di norme e parole, frasi, gerghi, e pensiero, prescritti o proscritti.

Ma questo presuppone anche che esista un qualche genere di perfezione platonica cui dobbiamo aspirare senza porci problemi. C’è la questione persistente ma importante del disaccordo; l’identità non sempre contiene una piena umanità e ci sono molti di noi che sono donne e/o trans e/o persone di colore che hanno argomenti di buona fede contro i paradigmi strategici dominanti, o le culture, norme e regole dominanti.  Parlo spesso alle persone della mia formazione nelle ombre piene di sussurri di angoli e corridoi, silenziosamente preoccupata di “non capire” o di essere accusata di collaborazione o di essere una venduta per il fatto di dar voce a tali critiche. Anche quando tali sussurri hanno l’audacia di diventare una conversazione ad alta voce (dietro porte chiuse) raramente crescono a diventare dibattiti pubblici; troppi di noi hanno paura di essere soli.

Identità e politica

In un atto caratteristicamente elegante di maestria retorica, lo studioso Edward Said utilizzò il suo articolo su William Butler Yeats e sul colonialismo per scoprire idee sull’intera impresa coloniale/anticoloniale. Sai prese il fermento culturale che sosteneva avesse dato vita a gran parte dell’opera di Yeats e lo usò per approfondire sia i trionfi sia le follie della colonizzazione; con un risultato brillante.

Yeats, da tribuno della liberazione dell’Irlanda (sebbene tribuno piuttosto problematico, come Said spiega altrove), scrisse poesia che non riguardava soltanto l’Irlanda e l’essere irlandesi ma anche poesie che contenevano

… una buona quantità di promesse di andare oltre ciò, di non restare intrappolati nell’autoindulgenza emotiva di celebrare l’identità individuale. Innanzitutto vi è la possibilità di scoprire un mondo non frutto di essenze combattenti. Secondo: c’è la possibilità di un universalismo che non sia limitato o coercitivo, in cui esista il credo che tutti abbiano solo un’unica identità … Terzo, e più importante, andare oltre il nativismo non significa abbandonare la nazionalità, ma significa considerare l’identità locale come non esaustiva e perciò non essere ansiosi di confinare il proprio sé nella sfera individuale, con le sue cerimonie di appartenenza, il suo sciovinismo incorporato e il suo senso limitante di sicurezza.”

“Nativismo” è il termine di Said per i nazionalismi che strombazzano un rovesciamento delle gerarchie colonialiste, esaltando piuttosto che denigrando la presunta essenza dei colonizzati. Questo, sostiene Said, porta a una “metafisica delle essenze” che poi genera “una sventata accettazione di stereotipi, miti, animosità e tradizioni incoraggiate dall’imperialismo”.

Dunque, che cos’ha questo a che fare con noi e con l’attivismo in rete? Said parlava contro le vessazioni che hanno assillato ogni movimento di liberazione e usava l’arte per chiarire quella che è una lotta parecchio comune: come proseguire lungo il cammino verso la terra promessa senza percorrere perpetue deviazioni in inferni di nostra stessa creazione? Come evitare le trappole create dagli stessi fuochi che usiamo per emanciparci? E, cosa più pertinente per me: come praticare l’attivismo senza dare per scontata troppo patriarcato?

Ho sostenuto a lungo (in privato) che la nostra fase attuale di attivismo in rete è molto storpiata dalla logica del neoliberismo e dalla sua enfasi sull’individuo, in un modo di cui molte di noi sono del tutto inconsapevoli. Gran parte dell’attivismo in rete esalta il particolare a spese del collettivo, premiando episodi individuali di catarsi e valorizzandoli con una stima considerevolmente maggiore del lavoro più tosto e meno istrionico che sostiene una comunità. Questo è il lato oscuro dell’ansia a proposito dell’“abbassamento dei toni” [tone argument].

Gli usi della rabbia nel tardo capitalismo

E’ probabile che se si appartiene a un gruppo emarginato, ci si accolla uno stigma contro la rabbia. Le donne, la gente di colore, le persone disabili, i trans, i poveri e le classi lavoratrici, subiscono tutti varie e specifiche stigmatizzazioni per essere “troppo chiassosi” o “troppo arrabbiati”. Ci sono anche stereotipi paradigmatici nelle specificità, come “Nero/a arrabbiato/a”, “Transessuale arrabbiato”, “Esuberante latina”, “Strega”, “guerriero di classe”, e così via, con cui abbiamo una dolorosa familiarità in un modo o nell’altro.  E’ stato con intenzioni nobili che molti di noi si sono schierati per l’idea che “censurare i toni” fosse un concetto oppressivo inteso a negarci la preminente umanità per cancellare il fuoco della rabbia. Avevamo il diritto di essere arrabbiati, sicuramente come chiunque altro; anche di più. L’oppressione dovrebbe far infuriare.

Ma nel processo, l’invito ad “abbassare i toni” ha finito per essere inteso meno come una parte complessa della macchina sociale e più come un tropo facilmente identificabile; è poi divenuto una tessera da agitare a volontà in ogni discussioni per assolvere uno dalla responsabilità delle sue parole. Anche se noi, di sinistra, abbiamo del tutto letteralmente scritto i testi su perché e come il linguaggio è importante, sospendiamo tale conoscenza quando si tratta dei membri della nostra stessa comunità perché siamo giunti a valorizzare la sacralità della loro rabbia rispetto all’integrità del gruppo più vasto. Alcuni di noi scusano questo motivando ciò con il fatto che noi offriamo l’unico spazio sicuro in cui certe persone possano esprimere la propria rabbia senza essere rimproverate per essa e che vivere nell’oppressione ci lascia con una rabbia repressa che esige di essere manifestata.

La catarsi individuale, allora, finisce per contare più di quella collettiva, e la responsabilità nei confronti di una comunità più vasta finisce per oscurarsi, se non per perdersi del tutto.

E’ per questo che è stato difficile per molti nella comunità trans sfidare l’hashtag  #DieCisScum, ad esempio, perché chiunque lo avesse messo in discussione sarebbe stato accusato di “censura dei toni” e di negare il diritto della comunità di essere arrabbiata. Ma il problema è sempre stato che questo esercizio pseudo terapeutico di catarsi ha fatto star meglio solo pochi mentre ha avviato una discussione violentemente non necessaria e inutile con orde di cisgender che hanno scaricato le loro offese e la loro rabbia contro ogni persona transessuale. Ha macchiato l’intera comunità per quasi nessun altro risultato significativo che bastonare i “nostri oppressori” a vantaggio di un pugno di persone.

E’ qui che torniamo a Said e alla sua tesi che il nativismo operasse nella logica colonialista; in aggiunto all’accento sulla catarsi individuale, la cultura della rabbia incontrollata che a volte ci rovina è anche un prodotto dello stesso patriarcato e della sua brama di confronto competitivo, spesso violento. Molto inchiostro è stato versato sul maschilismo che contagia il discorso attivista, portando a epiteti deliziosamente sarcastici quali “maschi-archismo” [‘manarchism’ nell’originale, n.d.t.], ma ignoriamo il fatto che gli uomini cisgender bianchi non sono i soli a perpetuare questo; è una cultura, non risiede soltanto in quelli con una certa “essenza” percepita. Spesso accettiamo e veneriamo senza riflettere le modalità e i metodi che il patriarcato favorisce di più: la politica non empatica del “noi contro loro” fomentata dalla rabbia è un ideale adatto al dannato panorama politico del patriarcato neoliberale moderno. E’ un mondo che premia il particolare atomizzato rispetto al potente ma compromettente collettivo.

La tua rabbia aumenta i profitti di ogni grosso sito web su internet; che si tratti di Facebook, Twitter, Fox Nation, la sezione commenti del New York Time, commenti su blog, Reddit, Tumblr o di Slashdot la tua rabbia si trasmette ad altri, coinvolgendoli in sequenze di centinaia di commenti che li fanno tornare ossessivamente ai siti, il che genera viste di pagine, esposizioni a pubblicità e maggiori entrate per le parti interessate.

La rabbia attivista è linkbait.

L’isomorfismo tra l’atteggiamento particolarmente focoso di un certo attivismo e i confronti serali dei notiziari statunitensi via cavo non dovrebbe essere ignorato da noi. Selo riconosciamo come un contentino cinico al capitale che degrada il nostro dibattito, allora potrebbe essere il momento di riconoscere che, almeno a volte, siamo spinti a un ruolo simile dalla logica culturale della nostra società. La rabbia seduce tutti, indipendente dalla storia individuale, e il canto delle sirene sarà sempre nel linguaggio che più ci attrae come individui, indipendentemente dalla nostra politica.

Etica dei cyborg ‘diversi’

L’anno scorso ho cominciato a tracciare una teoria del comportamento in rete intitolata ‘Etica per i cyborg’, che spiegava che dovremmo andar oltre la condanna dell’anonimato per le epidemie di sfoghi e di crudeltà di massa che predominano in rete, quello che a volte è erroneamente chiamato ‘trolling’ e che troppo spesso diventa una minaccia molto concreta alla vita e alla sussistenza delle persone. Ho sostenuto, in poche parole, che anche se l’anonimato è parte del problema, esso è stato ampiamente sopravvalutato sia nelle discussioni accademiche sia in quelle popolari e che rimuoverlo non ci darebbe un luogo significativamente migliore in rete, libero da pregiudizi e dal privilegio del potere collettivo morbido. Ho detto che, invece, va difeso come un diritto umano comune di tutti in rete e che dobbiamo invece guardare al fatto che la rete ci si presenta come un nastro di Mobius di realtà e irrealtà; reale quando conviene e irreale quando non conviene e che i concetti culturali che ci educano a considerare il ciberspazio come meno reale dello “spazio in carne e ossa” rendono inevitabile un comportamento disumano. Si tratta di un nuovo mezzo di interazione umana e un mezzo in cui la nostra socializzazione con esso è stata decisamente difettosa, carica dal falso comune sentire che i nostri occhi ci ingannano.

Questa tesi è stata presentata come una che principalmente spiegava il ben noto comportamento degli affetti da pregiudizi che creano folle di odiatori dirette contro donne e ‘diversi’ senza peli sulla lingua. Le mail di odio, le campagne organizzate, le minacce di stupro e di morte, la pornografia, la messa nel mirino organizzata e ben diretta delle case delle persone, delle loro famiglie e dei loro cari sarebbe, ho sostenuto, più comprensibile in questa cornice. 

Quello che non avevo messo in primo piano era il fatto che questa teoria – che siamo socialmente indotti a ritenere che Internet sia meno che reale e che ciò renda più probabile e più difendibile il comportamento bellicoso – spiegava anche il meno violento, ma comunque preoccupante, fenomeno di alcuni attivisti della giustizia sociale che si deliziano in attacchi al vetriolo contro i loro quando sono percepiti come persone che hanno sbagliato. La scarica di fucileria di insulti carichi di parolacce e di diffamazioni pubbliche diffuse con crudeltà dai nostri sono ugualmente spiegabili da tale teoria. Noi stessi manchiamo di tener conto del fatto che le persone che attacchiamo sono esseri umani e che le nostre parole hanno potere.

La mia amica attivista Kat Hache ha parlato di questo fenomeno in un suo articolo sulla rabbia attivista:

Il discorso di Anita Sarkeesian al TED ha toccato questo tipo di crudeltà comportamentale, in cui attaccare altre persone in rete ha assunto in un certo modo un aspetto competitivo, simile a quello di video game, con un sistema di premi che rafforza il comportamento tossico. Devo dire, nella misura in cui è stato diretto contro di me, che riflette esattamente quello che lei descrive a proposito delle serie di commenti su di me su 4chan; ne ho costatato una quantità allarmante nel circolo della giustizia sociale.”

Mi riporta alla memoria il tempo in cui, come donna trans, ero un girino e come blogger una semplice neofita, quando ero stata messa al rogo da una donna che mi aveva maledetto per aver difeso un’amica cisgender che aveva commesso un errore su temi trans; non solo sono stata fatta a pezzi ma un’altra donna ha addirittura augurato la morte a quella stessa mia amica quando io (sconsideratamente) ho citato la sua malattia terminale. La mia interlocutrice ha dichiarato di sperare che la mia amica morisse presto.

E’ un esempio estremo, ma ciò nonostante assolutamente troppo comune e un esempio che sono arrivata pericolosamente prossima ad assumere come modello. C’è stato un tempo nella mia vita in cui sono stata orgogliosa di essere una “combattente della giustizia sociale” su Reddit, spuntando gli errori, i passi falsi e le parole mal formulate altrui, cercando quelli che “sbagliavano” per convalidare il mio personale senso di integrità come attivista, come se ogni persona che mettevo sulla griglia fosse un talismano contro la possibilità che la stessa cosa potesse mai succedere di nuovo a me. E’ stato solo quando ho scoperto che avevo fatto piangere qualcuno per ore che ho fatto un grosso passo indietro e mi sono chiesta se, comportandomi così, stavo davvero rendendo il mondo un luogo migliore.

Alla fine mi sono concessa di riconoscere che non era questo che volevo fare come attivista.

Da qui all’eternità: pensieri conclusivi

Al suo meglio, l’attivismo non è una semplice opposizione a ciò che è; costruisce anche ciò che sarà. La nostra non è un’utopia di negazioni: un mondo senza questo, senza quello, e così via – bensì anche un mondo di affermazioni e possibilità. Questa spirale vorticosa di rabbia e di risentimento è un prodotto terribile dell’oppressione al quale non dovremmo consegnarci. Non è una scorciatoia verso la liberazione, per quanto noi possiamo desiderare che lo sia.

Ciò che ha suscitato la mia preoccupazione è stato il fatto che troppi, nella sola comunità trans, sentono di non essere in grado di chiamarla la propria comunità e di trovarvi rifugio perché il tono dei discorsi è tanto corrosivo da essere semplicemente tanto stressante e antagonistico quanto il mondo esterno. Sento dire questo da numerose persone che mi sono vicine e hanno contribuito vigorosamente alle comunità attiviste con lavoro, arte e lotta; e lo sento dire da neofiti ed estranei che desiderano aderire ma si sentono scoraggiati dal rancore che avvertono all’interno. Un esempio di quest’ultimo è stato quello di una donna trans di nome Deb che ha commentato un articolo che avevo scritto criticando la cultura che aveva condotto alla maligna tempesta in rete che aveva circondato Carolyn Petit e la sua recensione del GTA V. Deb era preoccupata che lo stesso “atteggiamento velenoso” si stesse insinuando in “luoghi altrimenti gradevoli”, proseguendo con la citazione di esempi di discorsi nelle comunità ‘diverse’ che la preoccupavano. La mia risposta si era sforzata di tracciare una distinzione chiara tra i discorsi oppressivi e i discorsi anti-oppressivi e di affermare che la differenza di potere tra i due non era banale. Ciò nonostante i suoi punti centrali non potevano essere negati e così li ho affrontati in maggiore dettaglio. Quello che ho detto è, penso, un buon modo per concludere:

“Non è ragionevole paragonare il linguaggio rabbioso di una minoranza impotente al “linguaggio dell’odio” (nel senso legale e sociologico dell’espressione) di un gruppo privilegiato, ma esiste un ragionamento etico da fare. Noi possiamo non svantaggiare materialmente i cisgender quando parliamo in un modo così apertamente aggressivo, ma facciamo qualcosa di ugualmente cattivo – e tu lo esemplifichi – isolando i membri della nostra comunità e corrodendo la stessa comunità il cui significato è di essere per noi un rifugio da un mondo spesso insensibile. Non desidero appartenere a una comunità dove  il disprezzo e la rabbia sono le emozioni prevalenti, per quanto giustificate possano essere in un qualche senso cosmico. Più dei cisgender noi dobbiamo reciprocamente rendere la nostra comunità più produttiva. La semplice e ineluttabile verità a proposito della nostra cultura corrosiva di invito allo scontro è che fa parte di questo problema più vasto da me affrontato, in cui utilizziamo la natura unica di Internet per fare del male. Le affermazioni che altri dovrebbero suicidarsi, morire in un incendio o le formulazioni di minacce di morte non sono accettabili, da chiunque provengano. E da femministe e attiviste della giustizia sociale dobbiamo rendere ciò ancora più chiaro, senza indulgere alla tesi abusata e in malafede che l’oppressione rende valido quel genere di espressione.”

Dobbiamo ricordare che valutare l’impatto delle nostre parole e il registro in cui sono espresse non significa genuflettersi all’oppressore, bensì amare e rispettare i nostri pari.

Vorrei ora fare questo ulteriore passo in avanti affermando che mentre accogliere i membri della nostra comunità deve sempre avere la priorità, dobbiamo anche sfidare noi stessi a essere clementi nei confronti di quelli che si fanno nostri nemici e tenere presente la loro umanità anche quando loro se ne denudano con un odio meschino. Possiamo fare di più che semplicemente rispondere alla loro crudeltà con una rabbia inconcludente e possiamo fare di più che cercare rifugio lontano dai loro privilegi. E’ ora che portiamo le nostre convinzioni alla loro conclusione logica e volgiamo i nostri sguardi più in alto che non alle contestazioni di particolari punti deboli rivelati da qualche individuo sventurato; è ora di compiere il passo successivo che tanti nelle nostre comunità stanno già compiendo, verso un attivismo della giustizia sociale dedito di nuovo a cambiare le strutture sociali e non solo a creare una camera d’eco dove declamare contro quelle che abbiamo. Nelle parole di Mattie Brice “dobbiamo tenere in mente che stiamo combattendo il sistema che usa le persone per emarginare gli altri, non le persone stesse”.

In tutto questo testo, probabilmente con costernazione di alcuni, sono stata meno attenta al mio utilizzo dei termini “ira” e “rabbia” rispetto agli altri critici e attivisti che ho citato. L’ho fatto in parte perché possa essere salutare essere critici riguardo a ciò che ammettiamo come “ira” e dunque come accettabile nei paradigmi dominanti del discorso attivista. Penso che possiamo adottare la rotta adottata da Aevee Bee nel suo articolo e dire che “l’ira non è violenza e la violenza non è ira” riconoscendo che la violenza non è qualcosa che dovremmo scusare attraverso la nobilitazione dell’ira cui indulgiamo, ma possiamo anche riflettere sull’efficacia di forme anche “accettabili” di rabbia. Perché? Perché penso che la mancanza di prudenza sia al centro del problema. Consentiamo a intuizioni importanti di trasformarsi in regole inflessibili, anziché in informazioni utili ad aiutarci a decifrare un paesaggio continuamente ondeggiante.  Sì, l’ira è utile e a volte vitalmente necessaria. Ma possiamo attenerci a ciò contemporaneamente giudicando le tattiche attiviste caso per caso. Piuttosto che applicare regole a tappeto (“ogni contestazione dell’ira è una censura del tono”) possiamo essere agilmente riflessivi nelle nostre valutazioni e riconoscere che non ogni problema con cui ci confrontiamo e il chiodo per il martello della rabbia.

La giustizia non assume la forma di una punizione dispensata rabbiosamente. Reimpegniamoci alla giusta fede che ci ha chiamato a questo lavoro: un fervido appello che echeggi la nostra umanità condivisa e ci obblighi a una comprensione più compassionevole e clemente della giustizia; certamente lo dobbiamo a noi stessi.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/words-words-words-on-toxicity-and-abuse-in-online-activism-by-quinnae-moongazer.html

Originale: Nuclear Unicorn

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 8 gennaio 2014 alle 00:22 - Reply

    La rete innesca meccanismi di interazione nuovi che troppo spesso si basano su fraintendimenti e presunzione. La competizione sulla frase a effetto che raccoglie consenso ci fa attorniare di sostenitori e detrattori e entrambe le cose creano personaggi fittizi che vivono di queste dinamiche in modo ossessivo. Non potere guardarsi abbrutisce e rende fanatici nel bisogno spasmodico di avere ragione. Lo scopo è creare atomi in perenne conflitto e noi non siamo spesso capaci di accorgercene.

Lascia un commento »

*

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: