Dopo Gheddafi l’ovest attende la ricompensa

Redazione 24 ottobre 2011 0
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Di Phyllis Bennis (22 ottobre 2011)

La morte del leader libico Moammar Gheddafi rappresenterà probabilmente – anche se è troppo presto per avere certezza di qualsiasi cosa – la fine della fase corrente della guerra civile libica. Se essa aprirà le porte alla pace, alla riconciliazione nazionale, alla democrazia, alla normalizzazione della regione o ad altri obiettivi è ancor meno chiaro.  E analogamente resta incerto quali saranno i rapporto della Libia post-Gheddafi con gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO.

Un commentatore libico questa mattina su Al Jazeera, festeggiando la morte di Gheddafi, l’ha descritta come la “terza caduta” di dittatori della Primavera Araba.  Ma mentre il rovesciamento del regime di Gheddafi, durato 42 anni, trae le sue origini dalle stesse mobilitazioni non violente della Tunisia e dell’Egitto e da quelle in corso in Bahrain, Siria, Yemen e altrove, la traiettoria libica è stata molto diversa.

E’ cominciato allo stesso modo, con una chiamata nazionale alle proteste contro una dittatura responsabile di terribili repressioni, massacri di prigionieri e altro. Ma quando i dimostranti libici hanno preso le armi, e specialmente quando i capi hanno invitato la NATO e gli USA ad essere la “forza aerea del Consiglio Nazionale di Transizione” (TNC) i paralleli tra la ribellione libica e quelle del resto della Primavera Araba hanno cominciato a logorarsi.

Nella fase iniziale la richiesta del TNC di una “zona d’interdizione al volo [no-fly zone]” ha avuto scarso sostegno popolare.  Molti l’hanno descritta, con diffidenza, come un rischio per l’indipendenza della rivoluzione libica.  Ma il sostegno è risultato crescere quando si è parlato di un “inevitabile” e “imminente” massacro a Bengasi, dove i ribelli armati erano concentrati.  Anche tra i ribelli, il sostegno all’intervento USA/NATO non è mai stato unanime, forse per l’incertezza circa le intenzioni di Gheddafi e, in modo cruciale, circa la sua forza.

Un massacro era certamente possibile. Ma la gente di Bengasi aveva già dimostrato la sua capacità di proteggere la propria città. Quando il primo bombardiere NATO, pilotato da un francese, ha attaccato i quattro carri armati libici all’esterno di Bengasi, essi sono stati presi a bersaglio nel deserto all’esterno della città proprio perché erano già stati respinti fuori dalla città dai combattenti anti-Gheddafi.  La forza militare dei ribelli, in quel momento, era ignota, ma la contraddizione visibile tra quella vittoria iniziale e l’affermazione che solo gli attacchi aerei occidentali avrebbero potuto salvare il popolo di Bengasi può essere stata parte del motivo per cui il disagio per il ruolo degli USA e della NATO è proseguito così a lungo.

La questione è ora se e come la Libia post-Gheddafi, avendo rovesciato il suo regime di lungo corso essenzialmente attraverso una guerra civile in cui USA e NATO hanno appoggiato una parte, anziché mediante i processi rivoluzionari indipendenti e in gran parte non violenti in corso in altri paesi della Primavera Araba, possa reclamare l’orgoglio di un posto all’interno di quel risveglio regionale.

Guerra per il controllo, non per il petrolio

Gli Stati Uniti non sono stati gli istigatori originali dell’intervento NATO.  Quel ruolo appartiene all’Europa, a cominciare dalla Francia, il cui presidente stava soffrendo per gli attacchi politici per la sua reazione troppo inadeguata e troppo tardiva alla rivolta tunisina.  Alle preoccupazioni di Sarkozy per la sua popolarità interna si è unito, in Inghilterra, il governo del Partito Conservatore, che era ansioso di reclamare una posizione in quella che prevedeva sarebbe stata la parte vincente della lotta in Libia. Ciò ha preparato il terreno per posizioni europee privilegiate quanto a influenza presso il nuovo governo post-Gheddafi e, naturalmente, per l’accesso privilegiato al petrolio libico.

Così la Francia e l’Inghilterra hanno assunto la guida al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, predisponendo la bozza di una iniziale risoluzione per una “zona d’interdizione al volo”, ufficialmente per “proteggere i civili” in Libia.  L’esercito statunitense non è stato entusiasta della prospettiva. I massimi ufficiali, compreso il capo di stato maggiore Michael Mullen, hanno spiegato come una “zona d’interdizione al volo” da sola non avrebbe funzionato, che sarebbe stato necessario prima bombardare la Libia per “rimuovere” le sue armi antiaeree e per proteggere i piloti occidentali.  La Casa Bianca ha mostrato scarso entusiasmo.

Poi è prevalso un gruppo presso il Dipartimento di Stato guidato dal Segretario di Stato Hillary Clinton, dall’ambasciatore all’ONU Susan Rice e dal consigliere della Casa Bianca Samantha Power, dirigenti che avevano un passato di frequenti sollecitazioni all’azione militare in reazione a violazioni dei diritti umani. Così, invece di votare semplicemente “no” alla risoluzione che il Pentagono aveva dichiarato che non avrebbe funzionato, gli Stati Uniti hanno preso la bozza anglo-francese e l’hanno “migliorata” prevedendo “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, un semaforo verde all’uso di ogni arma, contro ogni bersaglio, per tutto il tempo che il Pentagono e la NATO avrebbero scelto di restare in Libia.  Ciò ha segnato la fine della Primavera Libica e l’apertura di una guerra civile molto difficile e, per i civili, mortale.

L’intervento USA/NATO in Libia non è stato una “guerra per il petrolio”. L’accesso al petrolio non era stato neppure il principale problema negli anni ’70 e ’80, anni di  opposizione USA al ruolo libico nel sostegno ai movimenti di liberazione nazionale nel corso della Guerra Fredda, né negli anni ’90 quando gli USA isolarono la Libia per il suo coinvolgimento nel terrorismo. Il greggio leggero libico è sempre stato ampiamente disponibile nel mercato mondiale del petrolio.

Ma dopo il 2001, quando l’amministrazione Bush era ansiosa di radunare nuove reclute per la sua “guerra globale al terrore”, sono stati inviati emissari a fare le moine al leader libico per tanto tempo scorticato. Nel giro di un paio d’anno Gheddafi è stato  tolto dal ghetto. Aveva accettato di smantellare il nascente programma nucleare libico, aveva offerto risarcimenti alle famiglie dell’attentato di Lockerbie, aveva offerto normali relazioni diplomatiche ai suoi nemici d’un tempo, e futuri, negli Stati Uniti e in Europa.  Arrivati al 2003, o giù di lì, le compagnie petrolifere europee e statunitensi facevano la fila per firmare contratti.  Nel 2007 e dopo, foto di Gheddafi a braccetto con Sarkozy, Tony Blair, Silvio Berlusconi – e sia con Bush e Obama e, celebri, con Condolezza Rice – erano i pezzi forti delle prime pagine dei giornali e dei siti web di tutto il mondo.

Per gli Stati Uniti, nel 2011 l’interesse strategico a rivolgersi contro Gheddafi dopo anni di buone relazioni cameratesche era principalmente basato sulla paura della perdita di controllo. Gheddafi era il nostro uomo adesso, ma gli Stati Uniti dovevano chiedersi: “E se …?” E se il volubile leader libico, sotto pressione per i processi di democratizzazione contro le dittature oltre confine, cambiasse corso e si rivolgesse per collegamenti strategici ai nemici di Washington?  La Cina continua la sua espansione di investimenti e influenza in Africa. “E se …?” Gli oppositori di Gheddafi includono islamici di varie correnti, compresi alcuni salafiti, seguaci dell’Islam estremista con base in Arabia Saudita favorito da alcuni militanti. “E se …?”  Lo stesso popolo libico potrebbe decidere che un’alleanza con l’occidente non sia nel proprio migliore interesse. “ E se …?”

“E se …?” si è presto trasformato in “E allora dài!” E così tutto è cominciato. Il Comando Africano degli USA (AFRICOM) ha avuto la sua prima occasione di mostrare gli attributi (anche se risulta che il capo dell’AFRICOM sia stato sostituito dai comandanti dell’aviazione USA presso le basi NATO in Italia). I leader dell’opposizione libica che all’inizio avevano detto: “Possiamo farcela da soli,” hanno cominciato a dire: “Solo una zona d’interdizione al volo, ma nessun intervento straniero” anche se i massimi generali statunitensi avevano già detto che non si poteva avere l’una senza l’altro.  E con la Risoluzione 1873 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che includeva la formulazione estensiva di “tutti i mezzi necessari” riguardo agli attacchi militari, le altre richieste della risoluzione di negoziati e soprattutto di un immediato cessate il fuoco, sono state scartate dalle potenze occidentali.  Naturalmente anche Gheddafi ha schernito il cessate il fuoco, ma la risoluzione dell’ONU avrebbe dovuto portare a un’enfasi molto maggiore sui negoziati per por fine alla violenza.

Rimane senza risposta la questione riguardante se, quando e in quale misura una nuova Libia possa liberarsi dalla sua attuale dipendenza dagli eserciti occidentali e da altri sostenitori strategici.

Una società divisa

Come nel caso dell’Egitto e della Tunisia è risultato che la maggior parte dei libici erano a sostegno delle richieste di maggiore democrazia, maggiori diritti, persino di una fine del regime. Ma non tutti. Un numero significativo di libici appoggiava chiaramente il regime, una situazione più vicina alla crisi in corso che si manifesta in Siria.

Sarebbe stato sorprendente che non fosse stato così. Nel suo regno durato 42 anni, Gheddafi aveva concentrato il potere nelle sue mani e aveva concesso poca libertà di espressione, libertà di assemblea o di opposizione politica.  Aveva usato le entrate dal petrolio della Libia per armare e addestrare un insieme di milizie geograficamente e politicamente separate, molte delle quali comandate dai suoi figli e da altri parenti, ma che rispondevano solo a lui, mentre l’esercito nazionale ufficiale restava relativamente debole.

Ma la ricchezza petrolifera della Libia è grande abbastanza, e la sua popolazioni abbastanza limitata, il quasi-socialismo da “Libro Verde” di Gheddafi, pur eccentrico quale era, prevedeva comunque sistemi nazionali di assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza sociale che avevano portato il paese ai livelli più alti nelle graduatorie degli indicatori di sviluppo umano delle Nazioni Unite.  E, a motivo della singolare concentrazione di potere nelle mani di una sola persona, a Gheddafi era attribuita non solo la repressione ma anche l’occupazione, l’accesso agli ospedali, le borse di studio universitarie eccetera.

Certamente tali diritti economici e sociali non erano disponibili equamente.  La storia moderna della Libia come nazione unificata si è basata su un’unione spesso non facile delle parti occidentale ed orientale che avevano lunghe storie di provincie separate sotto il regime coloniale e prima di esso.  Gheddafi aveva sempre trovato maggior sostegno nella Libia occidentale, Tripoli compresa, rispetto alla metà orientale del paese, dove Bengasi è la città più grande.  La stessa sua città natale, Sirte, dove è stato ucciso giovedì, si trova sulla costa quasi esattamente a mezza strada tra est e ovest.  Sirte, in particolar modo, e la parte occidentale della Libia, in generale, hanno ricevuto un accesso relativamente privilegiato ai vantaggi della ricchezza petrolifera libica.

La sfida che si pone alla Libia post-Gheddafi è tremenda.  Il potere, la responsabilità e specialmente la legittimità della struttura del  governo transitorio restano contestati. La guerra civile ha creato nuove divisioni e ne ha consolidate altre tra parti della popolazione libica. Le spaccature tra l’est e l’ovest si sono amplificate, con il Consiglio Nazionale di Transizione, con sede a Bengasi, ampiamente privo della fiducia di altre aree del paese.  Esso ha già avuto difficoltà a insediarsi a Tripoli, dove resta la rabbia per la sproporzionata rappresentanza della Libia orientale di Bengasi.

Le milizie anti-Gheddafi restano in larga misura indipendenti dal TNC, con combattenti della città occidentale di Misurata e delle Montagne di Nafusa che rendono pubblica la loro posizione di non responsabilità nei confronti del TNC.

Le divisioni si sono esacerbate tra i libici arabi e tuareg, così come tra quelli che parlano lingue diverse, le tribù o i clan locali e le identità regionali.  La divisione tra i libici arabi di pelle più chiara e i libici africani neri è stata ulteriormente peggiorata dalle diffuse aggressioni ai libici di pelle scura e ai lavoratori africani sub-sahariani da parte dei combattenti anti-Gheddafi che li hanno accusati di essere mercenari di Gheddafi.  Anche se mercenari africani hanno fatto realmente parte di alcune milizie pro-Gheddafi, la gran maggioranza degli africani in Libia vi è presente come immigrati economici, che lavorano nelle occupazioni meno pagate e più dure del paese.  Il razzismo implicito in tali attacchi è ora una ferita aperta in tutta la società libica.

Come includerà il TNC – o qualsiasi altra struttura governativa gli succeda – i rappresentanti di Sirte, che molti all’interno o vicini al TNC hanno condannato come lealisti di Gheddafi?  Certamente la popolazione di Sirte comprendeva molti sostenitori del leader abbattuto e ora morto, ma molti avevano lasciato la città prima che i combattimenti si intensificassero nelle settimane recenti.  Stanno ora tornando, per trovare la loro città in rovina, con interi isolati saccheggiati e distrutti.

Il TNC si è impegnato a indire elezioni entro otto mesi dalla “liberazione finale” del paese che ci si attende venga annunciato in qualche momento oggi o domani.  Il primo ministro nominato con il sostegno degli Stati Uniti ha promesso di dimettersi immediatamente dopo quell’annuncio.  Se tali promesse saranno mantenute, se qualcosa che assomigli remotamente a elezioni corrette e libere si potrà organizzare in otto mesi in un paese senza tradizioni recenti di partiti politici o di istituzioni della società civile, resta un’enorme sfida.

C’è stato un affascinante lapsus freudiano giovedì pomeriggio quando il Segretario di Stato Hillary Clinton, riferendosi alla Libia ora inondata di armi, ha descritto la “preoccupazione [statunitense] per come disarmeremo” il paese,  rendendosi solo allora conto dell’errore e correggendo la sua dichiarazione in “o come i libici disarmeranno chiunque detenga armi.”

Se le offerte di “aiuto” statunitensi ed europee  serviranno da copertura per garantire l’elezione di un governo filostatunitense, per mantenere la dipendenza libica dall’occidente e mantenere così un punto d’appoggio statunitense nel centro stesso della Primavera Araba, altrimenti indipendente, sono questioni in sospeso dietro i festeggiamenti odierni nelle strade della Libia.

Phyllis Bennis è membro dell’Institute for Policy Studies. I suoi libri comprendono ‘Calling the Shots: How Washington Dominates Today’s UN’ [Chi comanda: come Washington domina l’ONU odierna]

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.zcommunications.org/after-gadhafi-the-west-eyes-the-libyan-prize-by-phyllis-bennis

Fonte: Salon.com

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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