La Primavera Araba è morta: la fallita rivoluzione egiziana

Redazione 11 ottobre 2013 1
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di Andre Vltchek – 7 ottobre 2013

il 6 ottobre 2013 al Cairo, nel quarantesimo anniversario della guerra arabo-israeliana, tutto quello che poteva andare storto è andato storto. E’ stato un po’ come nel grande romanzo breve dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez ‘Cronaca di una morte annunciata’:

Tutti sapevano che ci sarebbe stato un assassinio, brutale e a sangue freddo, e da giorni e settimane si parlava apertamente della sua inevitabilità. Ma nulla fu fatto per impedirlo e nessuno intervenne veramente.”

In quella malaugurata domenica, fin dal primo mattino, un costante flusso di veicoli ha portato milioni di cittadini via dalla capitale, in campagna. C’erano minacce di attentati a Nile Street, attorno allo Sheraton Hotel, adesso chiuso, dove almeno quattro persone erano morte solo due giorni prima. C’erano voci, grida costanti e flussi incoerenti di informazioni.

Blindati appartenenti alle forze di polizia, innumerevoli carri armati dell’esercito e decine di migliaia di soldati e di poliziotti antisommossa hanno preso posizione sulle arterie, piazze e ponti principali.

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C’erano isterismo, paura e caos totali. Una miscela venefica di gas lacrimogeno locale andava ad aggravare il problema dell’inquinamento al Cairo.

“Torna indietro!” stavano gridando al mio autista i soldati di guardia a un angolo della strada che porta allo Sheraton. “Non sai, deficiente, che c’è una bomba che sta per esplodere qui vicino? Può scoppiare in qualsiasi momento!”

“Va avanti!” gli ho ordinato, ma lui ha scosso la testa, rifiutandosi. Sua moglie lo stava chiamando al cellulare pregandolo di farmi scendere nel mezzo della strada e di correre immediatamente a casa. Era nel panico, ha cominciato a piangere e poi ha cominciato a fare inversione di marcia, si è quasi scontrato con un’ambulanza, è riuscito a creare un piccolo ingorgo nel traffico e alla fine ha guidato l’auto in un tunnel.

“Odiano gli stranieri”.

Il ponte pullulava di soldati. L’imponente edificio incendiato della vecchia società Mubarak è apparso direttamente oltre il fiume Nilo, alla nostra destra. Poi è emerso il Museo Nazionale, improvvisamente piccolo in modo così patetico, paragonato a tutto questo caos contemporaneo attorno. E poi eccola improvvisamente lì, proprio sotto di me, il vecchio simbolo usurato della rivoluzione del 2011, Piazza Tahrir, e le strade che vi confluiscono da ogni direzione.

Sostenitori vociferanti e acclamanti del capo dell’esercito egiziano, generale Abdel Fattah al-Sisi, e della sua coorte stavano a quel punto bloccando quasi tutte le strade. Portavano ritratti di Sisi e quelli di molti altri ‘leader’ del colpo di stato come se fossero striscioni religiosi. Allora, come in questo momento, entrambi gli schieramenti agitavano enormi bandiere egiziane, urlando slogan patriottici. C’erano blindati e dozzine di poliziotti a controllare chi cercava di entrare nella piazza.

Sono sceso dall’auto e ho cominciato a filmare, ma immediatamente un gruppo di astanti ha cominciato a bloccare le lenti della mia cinepresa e della mia macchina fotografica. “No!” urlavano, spintonandomi.

“No!” mi avevano urlato i residenti dei quartieri bassi, anche cercando di colpirmi, quando in precedenza nella mattinata avevo cercato di lavorare in due quartieri miserabili. “No!” quando filmavo le vie d’acqua intasate d’immondizia a Giza o luridi e sciatti binari del tram a Heliopolis. L’assalto di quei “no” era così estremo, così violento che superava persino la violenza verbale di certe zone di guerra, come East Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

“Odiano gli stranieri”, mi aveva detto solo due giorni prima un mio amico, il direttore di una delle principali catene alberghiere (che non voleva essere citato per nome). “Tutti sono alla ricerca di spie. Tutti sono adesso ossessionati dal sospettarsi a vicenda. La Fratellanza Mussulmana pensa che l’esercito la spii e se ha la barba, anche corta, come te, l’esercito e i suoi sostenitori pensano che tu appartenga alla Fratellanza Mussulmana. E naturalmente tutti adesso odiano gli stranieri. E’ per questo non che non si vedono mai per strada giornalisti dall’aspetto straniero.”

Ero a conoscenza della situazione. Due giorni prima ero finito in mezzo a uno scontro tra sostenitori di Sisi e incalliti quadri della Fratellanza Mussulmana. Mi avevano preso a sassate, da entrambe le parti, penso.

‘Miseria dovunque’

Ho continuato a lavorare e quello che ho visto dall’alto e al livello stradale non è parso incoraggiante.

Persino il cameratismo dell’esercito e dei suoi sostenitori faticava a mantenere l’apparenza di una coesistenza amichevole e confortevole. Tutto l’Egitto sembrava totalmente al limite, instabile, in guerra con sé stesso. Furgoni blindati della polizia penetravano tra la folla acclamante e le ambulanze ululavano; carri armati tenevano posizioni e miravano sui civili. Auto strombazzavano i clacson, bambini agitavano bandiere e folle spingevano ed erano spinte verso Piazza Tahrir e via da essa.

Erano circa le tre del pomeriggio e tutti sapevano, in realtà non avevano alcun dubbio, che esattamente alle tre e trenta, dopo le preghiere, membri della Fratellanza Mussulmana avrebbero lasciato le loro moschee e sarebbero andati direttamente a scontrarsi con la folla dei sostenitori di Sisi e con le forze della polizia.

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Quelli della Fratellanza hanno una visione estremamente chiara della situazione, anche se unilaterale: il loro presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi, è stato rovesciato dall’esercito nel colpo di stato del luglio 2013, poi di conseguenza migliaia di persone sono state uccise, fatte scomparire e incarcerate. In agosto dozzine di cittadini sono morte mentre l’esercito ‘ripuliva’ gli accampamenti pieni di manifestanti.

Numerose figure di spicco dell’Organizzazione Rivoluzionaria Socialista, uno dei due movimenti che tuttora si batte per la giustizia sociale e per gli ideali della rivoluzione del 2011 (l’altro, e quello più vasto, è il ‘Movimento del 6 aprile’, composto principalmente da professionisti e membri della classe media egiziana) mi hanno spiegato:

“Morsi e la sua Fratellanza Mussulmana sono stati eletti democraticamente, ma hanno tradito la rivoluzione. E la gente ne ha avuto presto abbastanza di loro. Quando l’esercito ha rovesciato il governo nel luglio del 2013 molti cittadini comuni hanno appoggiato il colpo di stato. Ma l’esercito si è dimostrato anche peggiore ed è divenuto chiaro che ha cercato di ripristinare il vecchio regime di Mubarak e di bloccare tutte le riforme essenziali.”

L’attivista e politica d’opposizione, che risiede nei quartieri poveri di Imbaba, Tahny Lasheen descrive le condizioni disastrose della sua città: “La maggioranza dei residenti del Cairo vive in realtà in quartieri poveri. Mancano una buona istruzione, assistenza sanitaria, acqua potabile pulita, persino servizi di base, come la raccolta della spazzatura.”

La signora Lasheen ricorda come la gente di Imbaba abbia inizialmente appoggiato l’esercito e il suo colpo di stato. Ma quando sono cominciate le uccisioni, abbia cambiato parere, rendendosi conto dell’orrore del massacro.

“Quanti sono morti?” voglio sapere.

“Almeno 1.600 persone sono state uccise”, spiega il dottor Mohammad Shafik, psichiatra e membro dell’Organizzazione Rivoluzionaria Socialista. “Ma queste sono stime prudenziali. A questo punto potrebbero essere alcune migliaia.”

Verifico la situazione attraverso i miei contatti diretti e i miei amici, medici e intellettuali del Cairo, di Port Said e di Alessandria. Sono persone che non hanno mai abbandonato la lotta, gli ideali originali della Primavera Araba, della rivoluzione che dovrebbe essere al servizio della gente comune in Egitto.

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“Ci battiamo per una società socialista, non solo per un Egitto cosiddetto democratico. Ci battiamo per quella che può essere descritta come una ‘vera democrazia popolare’. E da tale posizione siamo antagonisti di entrambe le forze: il deposto regime mussulmano e il vecchio regime di Hosni Mubarak”, spiega Wassim Wagdy, uno dei leader leggendari dell’Organizzazione Rivoluzionaria Socialista.

Ma presto il suo entusiasmo è affievolito dalla tristezza: “Il popolo egiziano è confuso. In realtà non è ideologico. Non molti sono pronti a battersi per una società socialista. Qui non è come in America Latina. Per decenni i nostri cittadini sono stati sottoposti al lavaggio del cervello dal regime filo-occidentale di Mubarak. Oggi vogliono più soldi, perché per anni hanno dovuto affrontare la realtà che i soldi significano la sopravvivenza. In Egitto se hai soldi vivi, se non ne hai, muori.”

“Il settanta per cento della popolazione vive in una miseria nera”, spiega il dottor Maher Abdelmalek, un sociologo.  

Gli chiedo cosa significhi essere poveri qui.

“E’ molto semplice: parliamo di persone che se non hanno lavoro per una settimana soffrono la fame, perché non hanno risparmi. Naturalmente in Egitto non è come in altri luoghi: non si muore di fame, perché c’è solidarietà. Ma la miseria è dappertutto.”

Abdelmalek non si spinge fino in fondo. E’ analitico e cauto. Non sogna cambiamenti fondamentali nella società egiziana. Appoggia l’esercito. Ritiene che i soldati possano portare ordine e stabilità in Egitto.

E’ un patriota egiziano. Non ama troppo gli stranieri; non se ne fida. Non si fida neppure necessariamente di me. Ma come la maggior parte degli egiziani egli in qualche modo non collega l’esercito con gli enormi aiuti stranieri che affluiscono dagli Stati Uniti e dall’Europa. Non vuole sentirne parlare anche se F-16 ed elicotteri da combattimento Apache ruggiscono sopra la capitale.

“Stanno intimidendo l’opposizione?” chiedo.

“Naturalmente no! Stiamo festeggiando!” replica Abdelmalek. “Quarant’anni fa i nostri eroi si sono ripresi il Sinai dall’occupazione israeliana!”

So che lui sa che stasera ci saranno dei morti. Che molti perderanno la vita. Che i mezzi militari forniti dall’occidente e di proprietà dell’esercito apriranno il fuoco su cittadini disarmati. So che lo sa. Lui sa che io so. Ci stringiamo la mano e ci separiamo, facendo finta che tutto sia normale.

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Come nel 1973 in Cile

Oggi in Egitto la situazione è orribile. Non è solo brutta o grave; in realtà non è diversa dalla situazione dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973 a Santiago de Chile. E anche il numero delle vittime è simile. La gente è uccisa o fatta scomparire.

Come in Cile nel 1973 c’è un numero considerevole di quelli che credono che l’Egitto sia ‘ salvato’ dall’esercito.

Naturalmente Morsi non è Allende e la struttura della società egiziana è totalmente diversa da quella della classe media storicamente ben istruita del Cile. Ma lo stesso colpo di stato militare, il modo in cui la società è divisa e l’aggressività della fascia alta della classe media e delle classi superiori rendono i due luoghi e i due eventi storici simili in modo impressionante!

In Egitto oggi c’è dappertutto un falso e volgare nazionalismo. C’è una bandiera che sventola e l’adorazione dei vertici della dirigenza dell’esercito. Ho visto fotografie del generale SIsi baciate pubblicamente in mezzo alla strada.

In Egitto collegare il nazionalismo con l’esercito è totalmente assurdo. Come in Indonesia e in Turchia, l’esercito egiziano ha in realtà tradito per decenni, prendendo ordini direttamente dagli Stati Uniti e dall’occidente, e incassando una considerevole quantità di denaro: 1,3 miliardi di dollari l’anno, secondo solo a Israele, per essere precisi.

E quello scomodo, in realtà agghiacciante, rapporto tra la Fratellanza Mussulmana e l’esercito egiziano risale agli anni prima della rivoluzione. La Fratellanza era stata emarginata, intimidita e liquidata dal regime filo-occidentale di Mubarak. I suoi membri erano regolarmente sequestrati, maltrattati, torturati e uccisi brutalmente, secondo molte testimonianze. Il calvario della Fratellanza Mussulmana è stato persino immortalato nell’iconico romanzo contemporaneo egiziano intitolato ‘Jacobean Building’ [L’edificio giacobita].  

Pare che le élite filo-occidentali, del tutto scollegate dalla realtà, stiano appoggiando completamente l’esercito, mentre il popolo povero è diviso. I professionisti istruiti e i lavoratori sindacalizzati sono spesso con il laico “Movimento del 6 aprile”, o con l’Organizzazione Rivoluzionaria Socialista.

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Lavorare in Egitto diventa kafkiano

Il dottor Mohammed Shafik sta riposando nella sua clinica su un sofà. A un certo punto si fa pensieroso. Siamo buoni amici e si apre con me:

“Sono ossessionato dalla fotografia. Adesso ho la mia macchina professionale. La porto con me dappertutto, Ma, sai … Oggi è diventato difficile addirittura fare fotografie normali, della natura, del fiume Nilo. C’è così tanta paura dappertutto. C’è così tanto fanatismo … E non proviene solo dagli islamisti …”  

Gli appuntamenti sono cancellati. Nessuno si fida di nessuno. C’è assenza di fiducia persino all’interno dei movimenti, persino tra alleati.

Lavorare in Egitto sta diventando davvero kafkiano. Sono attaccato quotidianamente. Insulti e perquisizioni. Tutte qui costanti “No!”.

“Deve stare molto attento”, mi spiega il mio autista. “La gente è così agitata che se anche uno solo la aggredisce, la folla si unirà a lui e la farà a pezzi.”

So che ha ragione. Assisto a zuffe tra vini in piena luce del sole in quartieri come Bulak e Imbaba.

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‘Non si tratta più dell’Egitto’

E poi succede: domenica, 6 ottobre 2013, alle tre e trenta del pomeriggio sono sul ponte. Il mio autista, terrorizzato, si nasconde nell’auto. Si sentono urla: “Stanno arrivando di Fratelli!” Nessuno sa da dove.

Salto in macchina. Voglio cercare la Fratellanza Mussulmana, mentre il mio autista vuole scappare. Mentre ci spostiamo sull’autostrada sopraelevata improvvisamente, proprio sotto di noi, comincia la carneficina e la follia.

“Fermo!” grido, ma lui cerca di accelerare. Non ho scelta. Apro la portiera e faccio finta di saltare fuori. Funziona. Schiaccia i freni. Mi butto e striscio fino alla ringhiera. In basso uomini disperati stanno scavalcando la recinzione, alcuni con in braccio i loro bambini, con espressioni di paura e disperazione in viso. Una nuvola di gas lacrimogeno è sospesa nell’aria. Caccia da combattimento sorvolano la città. Ci sono urla e ci sono spari. Non so se in aria o direttamente sulla folla.

I fuochi d’artificio delle feste producono quasi lo stesso rumore dei candelotti lacrimogeni. Poi si sentono gli spari. La gente corre, cade e poi corre di nuovo.

Non c’è logica in tutto questo. L’esercito vuole mantenere la sua presa sul potere. La Fratellanza vuole tornare a governare. Non si tratta di giustizia sociale, di istruzione o di alleviare la povertà. Non si tratta di lavoro o nemmeno di quale direzione percorrerà l’Egitto, politicamente o ideologicamente. Non si tratta nemmeno più dell’Egitto!

Quelli sotto di me cominciano a uccidersi automaticamente e sistematicamente a vicenda. Io premo automaticamente e sistematicamente lo scatto. Sono bravi in quello che stanno facendo, e anch’io lo sono.

Nulla ha più senso. Quel sogno magnifico e quella rivoluzione compassionevole, quella Primavera Araba è morta sono tutte morte.

Nel corso di quel giorno e di quella notte sono morte 54 persone.

Andre Vltchek è uno scrittore, regista e giornalista d’inchiesta. Può essere raggiunto sul suo sito web o su Twitter.

Tutte le foto sono di Andre Vltchek.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://rt.com/op-edge/egypt-revolution-failed-arab-spring-849/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 11 ottobre 2013 alle 20:37 -

    Gli egiziani hanno avuto il consenso a rovesciare Mubarak più che la capacitá. Sarebbe stato meraviglioso pensare diversamente ma non è così perché non lo è mai stato, perché in altri paesi arabi è solo col sangue che un diritto è stato difeso e purtroppo spesso sconfitto. Ogni società ha le sue proprie caratteristiche e per questo non deve stupirci che gli egiziani abbiano riposto fiducia nell’esercito come via per la libertà e la democrazia. Adesso rimangono pochi egiziani consapevoli e molti impauriti. Coinvolgere questi uomini e queste donne terrorizzate è la sfida degli egiziani e di tutte le rivoluzioni. Potrebbero volerci anni ma il risveglio fermato è ormai iniziato.

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