L’affare Italia

Redazione 8 ottobre 2013 1
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L’affare Italia

 Come il Pentagono sta usando i soldi delle nostre tasse per trasformare l’Italia in una rampa di lancio per le guerre di oggi e di domani

 

Di David Vine

 

4 ottobre 2013

Il Pentagono ha trascorso i due decenni scorsi  impegnando centinaia di milioni di dollari di tasse dei suoi contribuenti, nelle basi militari in Italia, trasformando il paese in centro sempre più importante per il potere militare statunitense. Specialmente fin dall’inizio della Guerra Globale al terrore, nel 2001, le forze armate hanno spostato il loro centro di gravità a sud della Germania, dove la schiacciante maggioranza delle forze degli Stati Uniti sono state dislocate fin dalla fine della II Guerra mondiale. Così facendo, il Pentagono ha trasformato la penisola italiana in una rampa di lancio per le future guerre in Africa, Medio Oriente e oltre.

 

Nelle basi di Napoli, Aviano, della Sicilia, di Pisa, Vicenza, tra le altre, le forze armate hanno speso più di 2 miliardi di dollari soltanto di costruzioni fina dalla fine della Guerra Fredda – questa cifra non comprende altri milioni di progetti segreti di costruzioni e i costi operativi e del personale. Mentre il numero dei soldati in Germania è precipitato dai 250.000 di quando è crollata l’Unione Sovietica ai circa 50.000 di oggi, i circa 13.000 soldati (più 16.000 familiari) di stanza in Italia  corrispondono al numeri di quelli presenti all’apice della  Guerra Fredda. Questo, a sua volta, significa che la percentuale delle forze statunitensi di stanza in Europa si sono triplicate dal 1991: da circa il 5% sono arrivate a più del 15%.

Il mese scorso ho avuto l’occasione di visitare la base più recente costruita in Italia, una guarnigione aperta da tre anni, a Vicenza, vicino a Venezia. Sede di una forza di intervento rapido, la squadra  di combattimento della 173a Brigata di fanteria  Combat Team (aviotrasportata)* e alla componente dell’esercito del Commando statunitense per l’Africa (AFRICOM), la base si estende per 1616m., da nord a sud, facendo sembrare piccola qualsiasi altra cosa della cittadina. Infatti, con oltre 145 acri (1 acro equivale a 4.047 mq.) la base è quasi esattamente delle dimensioni del National Mall di Washington oppure l’equivalente di 110 campi per il calcio americano. Il prezzo  per la base e le relative costruzioni, in una città che ha già ospitato almeno 6 installazioni: più di 600 milioni di dollari a partire dall’anno fiscale 2007.

Ci sono ancora più basi e quindi maggiori spese militari degli Stati Uniti, in Germania rispetto a qualsiasi altro paese (eccetto, di recente, l’Afghanistan). Ciò nonostante, l’Italia è diventata sempre più importante, dato che il Pentagono lavora per cambiare l’aspetto della sua collezione mondiale di 800 e più basi all’estero, spostando, in generale, il centro dell’insieme delle basi a sud e a est del centro dell’Europa.  L’esperto di basi Alexander Cooley,  spiega: “I funzionari statunitensi  della difesa, riconoscono che la collocazione strategica dell’Italia sul Mediterraneo e vicino al Nord Africa, la dottrina dell’antiterrorismo delle forze  militari italiane, e anche l’inclinazione politica del paese, favorevole alle forze statunitensi, sono fattori importanti nella decisione del Pentagono di mantenervi una grande base e  una grossa presenza di truppe.” Quasi le uniche persone che hanno prestato attenzione  a questo crescendo di basi, sono i movimenti italiani locali di opposizione, come quelli di Vicenza che si preoccupano del fatto che la loro città diventerà una piattaforma per future guerre degli Stati Uniti.

 

Costruzione delle  basi

La maggior parte dei turisti pensa all’Italia come alla terra dell’arte del Rinascimento, delle antichità romane, e, naturalmente, della  pizza, pasta e vino, cose superlative. Pochi la immaginano come la terra di basi statunitensi. Però i 59 “siti delle basi”in Italia riconosciuti dal Pentagono, superano quelli di qualsiasi paese, tranne la Germania (179), il Giappone (103), l’Afghanistan (100, ma stanno diminuendo), e la Corea del Sud (89).

In pubblico, i funzionari statunitensi dicono che non ci sono basi militari in Italia. Insistono che i nostri presidii con tutte le loro infrastrutture, attrezzature e armamenti, sono semplicemente ospiti di quelle che ufficialmente restano basi “italiane” programmate per essere usate dalla NATO. Naturalmente tutti sanno che questa è in gran parte una  sottigliezza legale.

Nessuno che visiti la nuova base di Vicenza potrebbe dubitare che sia una installazione statunitense in tutto e per tutto. Il presidio occupa una ex base dell’aviazione italiana che si chiamava Dal Molin.

(Alla fine del 2011, gli ufficiali italiani la hanno ribattezzata “Caserma Dal Din,” evidentemente per cercare di  liberarsi dei  ricordi delle massicce manifestazioni che la base aveva provocato). Dall’esterno potrebbe essere confusa con un gigantesco complesso ospedaliero o un campus universitario. Trentuno edifici dipinti con colori pastello (rosa, giallo) con tetti rosso chiaro dominano l’orizzonte, e hanno come sfondo soltanto i contrafforti delle Alpi meridionali. Una recinzione sormontata da filo spinato, circonda il perimetro, con grandi schermi a griglia che impediscono di vedere l’interno della base.

Se, tuttavia, si riesce ad entrare, si trovano due caserme che ospitano fino a 600 soldati ciascuna. (Fuori della base, l’esercito sta contrattando l’affitto di 240 case costruite di recente nelle comunità circostanti). Due parcheggi di 6 piani che possono contenere 850 veicoli, e una serie di grandi complessi per uffici, alcune piccole zone per l’addestramento, compreso un poligono di tiro interno ancora in costruzione, e anche una palestra con una piscina riscaldata, un centro ricreativo che si chiama “Warrior Zone” (Zona del guerriero) un piccolo negozio di abbigliamento  militare,  un bar di stile italiano, e una grande mensa. Questi servizi sono in realtà abbastanza modesti per una grande base americana. La maggior parte delle abitazioni di nuova costruzione o ristrutturati, delle scuole, delle strutture sanitarie, dei negozi e di  altri servizi per i soldati e le loro famiglie sono dall’altra parte della città, nella base Ederle in Viale della Pace.

Un’orgia di spese del Pentagono

Oltre che a Vicenza, le forze armate hanno speso moltissimo per migliorare le loro basi italiane. Fino dai primi anni ’90, la base aerea di Aviano, a nord est di Vicenza, era un piccolo sito noto come Sleepy Hollow” [Valletta sonnacchiosa]. Dopo aver iniziato  il trasferimento degli F-16 dalla Spagna nel 1992, l’aviazione militare si è trasformata in una importante area di allestimento di ogni operazione di guerra significativa fin dalla Guerra del Golfo. In questa fase, ha speso almeno 610 milioni di dollari riguardanti più di 300 progetti di costruzione (Washington ha convinto la NATO a fornire più della metà di questi fondi, e l’Italia ha ceduto gratuitamente 210 acri di terra). Oltre a questi progetti denominati “Aviano 2000, l’aviazione militare ha speso altri 115 milioni di dollari per costruzioni fin dall’anno fiscale 2004.

Per non essere surclassata, la marina ha sborsato più i 300 milioni di dollari, cominciando dal 1996, per costruire una nuova importante base operativa presso l’aeroporto di Napoli. Nelle vicinanze ha un contratto di locazione per un “sito di appoggio” stimato in 400 milioni di dollari che sembra un centro commerciale circondato da estesi prati ben curati. (La base è situata nel cuore del territorio della mafia napoletana ed è stato costruito da una ditta che è stata legata alla camorra). Nel 2005 la Marina ha trasferito il suo quartier generale europeo da Londra a Napoli dato  che aveva spostato la sua attenzione dall’Atlantico del Nord all’Africa, al Medio Oriente e al Mar Nero. Con la creazione dell’AFRICOM (Comando africano degli Stati Uniti) la cui principale sede rimane in Germania, Napoli ospita ora le Forze navali statunitensi in Europa e le Forze navali per l’Africa. E’ significativo che il suo sito web presenti bene in vista le ore di Napoli, Gibuti, della Liberia e della Bulgaria.

Nel frattempo la Sicilia è diventata sempre più importante nell’era della Guerra Globale al terrore, dato che il Pentagono la  sta trasformando in un nodo importante di operazioni militari statunitensi per l’Africa, che è a meno di  1.620 km. al di là del Mediterraneo. A partire dall’anno fiscale 2001, il Pentagono ha speso di più per la Stazione aeronavale  di Sigonella  – quasi 300 milioni di dollari – che per qualsiasi base italiana, eccetto quella di Vicenza.  Sigonella che è ora la seconda  stazione aeronavale più frequentata in Europa, veniva prima usata per lanciare droni Global Hawk  impiegati per la sorveglianza, nel 2002. Nel 2008, gli ufficiali statunitensi e italiani hanno firmato un accordo segreto permettendo formalmente che Sigonella facesse da base anche per i droni. Da allora il Pentagono ha speso almeno 31 milioni di dollari  per costruire un complesso per la manutenzione e le operazioni dei Global Hawk. I droni forniscono la fondazione per il sistema della NATO che costa 1,7 miliardi denominato Alliance Ground Surveillance  (Sistema dell’Alleanza Atlantica di sorveglianza del territorio) che fornisce alla NATO capacità di sorveglianza fino a 10.000 miglia da Sigonella.

Iniziata nel 2003, le “Forza speciale congiunta Aztec Silence” (per missioni di intelligence,sorveglianza terrestre, aerea e navale, n.d.t.) ha usato aeroplani P-3 di stanza a Sigonella per monitorare i gruppi di insorti in nell’Africa settentrionale ed occidentale. E dal 2011, AFRICOM ha disposto  un’unità militare di circa 180 marines e di due velivoli per la base per fornire addestramento di antiterrorismo per personale militare in Botswana, Liberi, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya, Tunisia, e Senegal.

Sigonella è sede anche di una delle tre strutture per comunicazioni satellitari globali del Global Broadcast Service e sarà presto sede di una base di congiunta della NATO per l’Intelligence, la Sorveglianza e la Perlustrazione, e di un centro di analisi dati e di addestramento. In giugno, un Sottocomitato del Senato statunitense  ha suggerito di spostare le forze per le operazioni speciali  e i gli aerei da trasporto CV 22  Ospreys dalla Gran Bretagna alla Sicilia, da quando Sigonella è diventata una piattaforma di lancio fondamentale per le missioni collegate alla Libia e dato lo stato di agitazione in corso in quella nazione, come anche la comparsa di attività di addestramento per terroristi, in Nord Africa.” Nella vicina città di Niscemi, la Marina spera di costruire un’istallazione per comunicazioni satellitari ad alta frequenza, malgrado la crescente opposizione da parte dei siciliani di altri italiani preoccupati per l’effetto della stazione e delle sue radiazioni elettromagnetiche sugli umani e su una riserva naturale circostante.

Intanto che  si occupava della costruzione, il  Pentagono ha realmente chiuso anche alcune basi in Italia, comprese quelle di Comiso, di Brindisi, e quella sull’isola di la Maddalena. Mentre l’Esercito ha ridotto un po’ del personale di Camp Darby, una massiccia istallazione sotterranea per magazzinaggio armi e attrezzature situata lungo la costa toscana, la base rimane un centro logistico  e di   fondamentale che permette la dislocazione globale via  mare di truppe, armi e rifornimenti. A partire dall’anno fiscale 2005, si sono viste nuove costruzioni per un valore di quasi 60 milioni di dollari.

E che cosa ci fanno queste basi in Italia? Ecco il modo in cui un ufficiale militare statunitense in Italia (ha chiesto di non essere nominato) mi ha spiegato la cosa: “Mi dispiace, Italia, ma questa non è la Guerra Fredda. Le basi sono qui per difendere Vicenza da un attacco [sovietico]. Sono qui perché siamo stati d’accordo che è necessario che siano qui per fare altre cose, sia che si tratti del Medio Oriente, o dei Balcani o dell’Africa.”

La posizione, la posizione, la posizione

La basi in Italia hanno avuto un ruolo sempre più importante nella strategia di presidi  globali del Pentagono, strategia non in piccola parte a causa della posizione del paese sulla carta geografica. Durante la Guerra fredda, la Germania occidentale era il cuore delle difese degli Stati Uniti e della NATO a causa della sua collocazione lungo gli itinerari  più probabili di qualsiasi attacco nell’Europa occidentale. Una volta finita la Guerra Fredda, l’importanza geografica è declinata notevolmente. Infatti le basi e le truppe statunitensi nel cuore dell’Europa apparivano sempre più circondate dalla loro geografia, con le forze statunitensi di terra che affrontavano più lunghi    fuori del continente e l’aviazione militare nella necessità di ottenere diritti di sorvolo dai paesi vicini per arrivare quasi dappertutto.

Le truppe di stanza in Italia, invece, hanno accesso diretto alle acque internazionali e allo spazio aereo del Mediterraneo. Questo permette loro di spostarsi rapidamente per mare e per aria. Come ha detto al Congresso nel 2006 il vice Segretario dell’esercito Keith Eastin, posizionare la 173a brigata aviotrasportata nella base Dal Molin “colloca strategicamente l’unità a sud delle Alpi con disponibilità di accesso allo spazio aereo internazionale per un rapido dislocamento e per operazioni

di entrata con  l’uso della forza/entrata rapida.” E abbiamo visto il Pentagono ottenere vantaggi dalla posizione dell’Italia fino dagli anni ’90, quando la base aerea di Aviano ha avuto un ruolo importante nella prima guerra del Golfo e durante gli interventi degli Stati Uniti e della NATO nei Balcani (un breve balzo dall’Italia  al di là del mare Adriatico). L’amministrazione Bush, a sua volta, ha fatto in modo che le basi in Italia diventassero alcuni dei suoi duraturi avamposti nel lo spostamento di presidi a sud e a est della Germania. Negli anni di Obama, un  crescente coinvolgimento in Africa ha fatto dell’Italia un opzione per le basi ancora più attraente.

“Sufficiente flessibilità operativa”

Oltre che per la sua posizione, gli ufficiali statunitensi  amano l’Italia, come mi ha detto il medesimo funzionario militare, è un “paese che offre sufficiente flessibilità operativa.” In altre parole, fornisce la libertà di fare quello che si vuole con restrizioni e seccature minime.”

Specialmente in confronto alla Germania, l’Italia offre questa flessibilità per motivi che riflettono      il voler spostare la costruzione di basi in due delle più ricche e potenti nazioni del mondo, la Germania e il Giappone,  verso nazioni relativamente più povere e meno potenti. Oltre a offrire minori costi operativi questi paesi ospitanti sono in generale più sensibili alla pressione politica ed economica di Washington. Tendono anche a firmare “patti per lo status delle forze” – che governano la presenza delle truppe e delle basi statunitensi all’estero – che sono meno restrittivi per le forze armate degli Stati Uniti. Tali patti spesso offrono condizioni  più permissive quando si tratta di regolamenti ambientali e del lavoro, oppure danno al Pentagono più libertà di perseguire un’azione militare unilaterale con minime consultazioni con il paese ospitante.

Mentre non è certo una delle nazioni più deboli, l’Italia è la seconda nazione più pesantemente indebitata in Europa, e il suo potere economico e politico impallidisce paragonato a quello della Germania. Non sorprende, quindi, come, mi aveva fatto notare  quel funzionario del Pentagono, che l’accordo sullo status delle forze con la Germania è lungo e dettagliato, mentre l’accordo di base con l’Italia resta il breve (e ancora riservato) Accordo Bilaterale sulle infrastrutture  che risale al 1954. I tedeschi tendono a essere piuttosto rigorosi  quando si tratta di seguire le regole, mentre, mi ha detto, “cercano di interpretare  gli orientamenti.”

Guerra + Basi = $

La libertà con la quale le forze armate statunitensi hanno usato le basi militari italiane nella guerra in Iraq è un esempio tipico. Tanto per cominciare, il governo italiano ha permesso alle forze statunitensi di adoperarle, sebbene il loro uso per una guerra fatta fuori del contesto della NATO può violare i termini dell’accordo del 1954 per le basi. Un dispaccio riservato del maggio 2003, inviato dall’Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Melvin Sembler, e diffuso da WikiLeaks, dimostra che il Primo ministro del governo italiano,  Silvio Berlusconi aveva dato al Pentagono “praticamente ogni cosa” che voleva. “Abbiamo tutto quello che avevamo chiesto,” ha scritto Sembler, “riguardo all’accesso alla base, al transito, ai sorvoli, che assicurano che le forze….potevano volare agevolmente in tutta Italia per arrivare sul luogo della  battaglia.”

Da parte sua l’Italia sembra abbia beneficiato direttamente da questa collaborazione. (Alcuni dicono che avere spostato le basi dalla Germania all’Italia voleva essere anche un modo di punire la Germania per la sua mancanza di appoggio alla guerra in Iraq). Secondo un rapporto del 2010 del Servizio di informazione Sentinel della società di informazioni britannica, Jane’s,  per la valutazione della Sicurezza”, il ruolo che ha avuto  l’Italia nella guerra in Iraq con l’invio di 3.000 soldati per lo sforzo bellico  guidato dagli Stati Uniti, ha aperto contratti per la ricostruzione in Iraq, a ditte italiane e ha anche cementato le relazioni tra i due alleati.” Il suo ruolo nella guerra afgana ha certamente offerto benefici analoghi. Queste opportunità sono arrivate durante un peggioramento di difficoltà economiche e in un momento in cui il governo italiano si stava dando alla produzione di armi come modo importante di risuscitare la sua economia. Secondo la Jane’s, i produttori italiani di armi, come la Finmeccanica, hanno tentato, in maniera aggressiva, di entrare nei mercati statunitensi e in altri. Nel 2009, le esportazioni italiane di armi erano aumentate di più del 60%.

Nell’Ottobre 2008, i due paesi hanno rinnovato un Memorandum di Intesa  per gli appalti per  reciproca difesa (un accordo per le vendite militari per  “una nazione molto privilegiata”).  Si è fatto capire che il governo italiano forse ha consegnato la Dal Molin alle forze armate statunitensi – gratuitamente – in parte per assicurarsi un ruolo preminente nella produzione “dell’arma più costosa mai fabbricata,” – il jet   F-35, oltre ad altri militari. Un altro brillante cablogramma del 2009, questa volta da parte dell’Incaricata di Affari dell’ambasciata americana di Roma, Elizabeth Dibble,

definiva la collaborazione militare tra le nazioni un “partenariato duraturo.” Il documento notava apertamente come la Finmeccanica (che è per il 30% di proprietà statale, “nel 2008 ha venduto agli Stati Uniti nel  2,3 miliardi di apparati per la difesa [e] che ha un forte interesse nella “solidità dei rapporti tra Stati Uniti e Italia.”

Naturalmente c’è un altro fattore rilevante nel processo di incremento militare del Pentagono in Italia. Per le stesse ragioni  i turisti americani si riversano in Italia, le truppe statunitensi vi hanno lungo goduto la dolce vita. Oltre al vivere confortevole nelle basi di stile periferico, circa 40.000 visitatori all’anno da tutta Europa e oltre, vanno nella base di Camp David  (vicino a Pisa, n.d.t.) e sulla “spiaggia americana” sul litorale pisano italiana, che aggiunge attrattiva al paese ancora più attraente.

I costi dei perni del Pentagono

L’Italia non sta per prendere il posto della Germania colme base del potere militare in Europa. La Germania è da lungo tempo profondamente integrata nel sistema militare statunitense e i pianificatori militari la  hanno designata  a continuare nello stesso modo.

Infatti vi ricordate come il Pentagono aveva convinto il Congresso a consegnare 600 milioni di dollari per una nuova base e relativa costruzioni a Vicenza? La giustificazione del Pentagono per la nuova base era la necessità dell’esercito di portare truppe dalla Germania a Vicenza per accorpare  la 173a brigata in un solo posto.

E poi, lo scorso marzo, una settimana dopo essere entrati nel primo edificio completato della base Dal Molin che stava per essere finita, l’esercito ha annunciato che dopo tutto non avrebbe accorpato la brigata. Un terzo di questa sarebbe rimasto in Germania. in un periodo in cui i tagli al bilancio, la disoccupazione e la stagnazione economica per tutti tranne che per i più ricchi hanno lasciato vaste necessità non soddisfate nelle comunità in tutti gli Stati Uniti, con il nostro investimento di 600 milioni di dollari, soltanto 1000 soldati si trasferiranno Vicenza.

Anche se quelle truppe restano in Germania, l’Italia sta presto diventando uno dei vari nuovi punti su cui fanno perno le potenze guerrafondaie globali. Mentre molta attenzione si è concentrata sul “Perno Asia” di cui parla Obama,  il Pentagono sta concentrando le sue forze nelle basi che rappresentano una serie di perni in luoghi come Gibuti che si trova nel Corno d’Africa,  Diego Garcia nell’Oceano Indiano, il Bahrein e il Qatar nel Golfo Persico, la Bulgaria e la Romania nell’Europa Orientale, l’Australia, l’sola di Guame, e le Hawai’i nel Pacifico, e l’Honduras in America Centrale.

Le nostre basi in Italia stanno facilitando il perseguimento di nuove guerre e di interventi militari in conflitti di cui sappiamo poco, dall’Africa al Medio Oriente. A mano che non ci si domandi perché abbiamo ancora le basi in Italia  in moltissime nazioni in tutto il mondo – come fanno – ed è un segno incoraggiante – un numero crescente di politici, giornalisti, e altri – quelle basi ci aiuteranno a condurci, nel nome della ‘sicurezza’ americana, lungo un sentiero di violenza perpetua, di guerra perpetua,  e di perpetua insicurezza.

 

*http://it.wikipedia.org/wiki/173rd_Airborne_Brigade_Combat_Team

 

David Vine, un collaboratore di  Tom Dispatch ,è professore associato di antropologia  presso la American University, a Washington, DC. E’ autore di:  Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia.  [L'isola della vergogna: la storia segreta della base militare degli Stati Uniti a Diego Garcia]. Ha scritto,   per il New York Times, il Washington Post, il GuardianMother Jones, oltre che su altre pubblicazioni. Attualmente sta completando un libro sugli effetti delle basi militari che si trovano fuori degli Stati Uniti. Per avere altre informazioni sui suoi scritti,  visitate  www.davidvine.net.

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore del libro : The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria) e anche del romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria). Il suo libro più recente è: The American way of War:How Bush’s Wars Became Obama’s (Haymarket Books) (Lo stile bellico Americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama

 

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-italian-job-by-david-vine

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 8 ottobre 2013 alle 19:27 - Reply

    Non esistono potenze alleate, se non per uno scopo momentaneo e finalizzato a un qualche scopo di occupazione e sfruttamento, peraltro con l’impegno reciproco a spiarsi. Esistono invece paesi che ne usano altri. Paesi quasi interamente sostanzialmente colonizzati. L’impostazione è imporre e dare denaro, acquistarli per forza, con la minaccia dell’abbandono e decidere della politica interna del paese sottomesso.

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