Dispaccio da Djibouti – Una follia interamente militarizzata

Redazione 5 ottobre 2013 1
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Meglio non intralciargli la strada

Meglio non intralciargli la strada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Andre Vltchek – Counterpunch 4-6 ottobre 2013

Immaginate un piccolo paese, dell’estensione del Massachusetts, senza terra arabile, irrigazione, né raccolti permanenti, né boschi. Il deserto roccioso è dovunque, esteso sino al mare.

Tanto per “tirarsi un po’ su” c’è il punto più basso della terra in Africa (e il terzo più basso del pianeta): un angoscioso lago in un cratere, chiamato ‘Lac Assal’ (- 155 m.). E ci sono infinite formazioni rocciose, nude, ostili e inquietanti.

Questo minuscolo paese è uno dei siti più strategici del mondo, almeno dal punto di vista degli interessi geopolitici occidentali. Sta tra la Somalia, l’Etiopia e quella che è spesso definita la “Cuba africana”, la ribelle Eritrea. A sole dieci miglia oltre il punto più stretto del Mar Rosso si estendono la Penisola Arabica e lo Yemen.

La capitale di Djibouti si chiama anch’essa Djibouti. E’ lì che vivono due terzi della popolazione. Ma in realtà questa intera area, attorno alla capitale, è un’enorme estensione di basi militari occidentali e di innumerevoli strutture al loro servizio.

Ci sono caserme costruite per i legionari francesi; c’è una base navale francese, una base militare statunitense e un enorme aeroporto militare per le forze occidentali e i loro alleati, utilizzato da paesi tanto lontani dall’Africa quanto il Giappone e Singapore.

Intanto i rifiuti punteggiano il deserto, dal confine con la ‘Terra dei Somali’ fino al centro della città. Gli onnipresenti eserciti occidentali sembrano non avere quasi nessun impatto positivo sul paese; Djibouti ha uno degli HDI (Indice di Sviluppo Umano del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) più bassi del mondo, situandosi al centocinquantunesimo posto su 178 paesi esaminati. Più di metà della popolazione è disoccupata e quasi la metà è analfabeta. L’aspettativa media di vita è di 43 anni di età.

E’ un mondo brutale, militarizzato; è aggressivo e decisamente non in pace con sé stesso. Piccolo paese mussulmano, con circa un milione di abitanti, si è per anni guadagnato di che vivere essendo una specie di stazione di rifornimento per legioni straniere e truppe combattenti regolari. La sua unica pretesa di notorietà sta nel fatto che consente agli stranieri di controllare il Mar Rosso, che è l’ingresso alla Somalia e allo Yemen, contribuendo a mantenere la pressione sull’Eritrea e a tener d’occhio l’Etiopia.

Tecnicamente Djibouti ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1977, ma praticamente è ancora interamente nella sfera d’influenza francese e occidentale.

Secondo il rapporto del Dipartimento di Stato USA del 21 agosto 2013:

Djibouti è situato in un punto strategico del Corno d’Africa ed è un partner chiave degli Stati Uniti nel campo della sicurezza, della stabilità regionale e degli sforzi umanitari nel Corno più in generale. Il governo di Djibouti è stato di sostegno agli interessi statunitensi e assume una posizione proattiva contro il terrorismo. Djibouti ospita una presenza militare statunitense a Camp Lemonnier, un’ex base della Legione Straniera francese nella capitale. Djibouti ha anche consentito agli Stati Uniti, e ad altri eserciti con una presenza nel paese, l’accesso alle sue strutture portuali e aeroportuali.

Djibouti è il luogo in cui miseri carretti a mano si possono vedere proprio accanto a carcasse di veicoli e attrezzature militari nel mezzo del deserto. E’ il luogo in cui all’Hotel Sheraton ho visto la stanza della colazione piena di soldati tedeschi in uniforme e cuochi militari che cucinavano per loro.

E’ un paese con il più elevato tasso di mortalità infantile del mondo, dove molte donne subiscono l’orrore della mutilazione dei genitali. Proprio il nostro genere di posto! Un buon alleato, un buono stato vassallo!

Mentre lasciavo il paese, con l’aereo della Kenyan Airways in attesa sulla pista, il mio passaporto e la mia carta d’imbarco sono stati controllati in numerose occasioni. Prima del cancello tutto è diventato ridicolo: due membri del personale, uno in uniforme e uno in abiti civili si occupavano della sorveglianza a solo un metro di distanza l’uno dall’altro.

“Ancora dell’altro più avanti?” ho chiesto sarcasticamente.

Un soldato alto quasi due metri mi è saltato immediatamente addosso. Ha gettato me e la mia macchina fotografica contro una parete e rotto le lenti, tutto in piena vista degli altri passeggeri e dell’equipaggio keniota. Ho cercato di reagire.

“Si fermi e semplicemente vada all’aereo … lasci perdere … o la ucciderà”, mi ha sussurrato un uomo in abiti civili. Non ho idea di chi fosse ma molto probabilmente mi ha salvato la vita.

Non c’è sulla terra un altro posto che Djibouti. Grazie a Dio davvero non ce n’è un altro!

Partite sulla spiaggia

Partite sulla spiaggia

 

Natura morta nel deserto di Djibouti

Natura morta nel deserto di Djibouti

 

Povertà

Povertà

Loyada, confine con la 'Terra dei Somali'

Loyada, confine con la ‘Terra dei Somali’

In mezzo al deserto di Djibouti

In mezzo al deserto di Djibouti

Padrone occidentale a guardia del suo aeroporto

Padrone occidentale a guardia del suo aeroporto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato delle guerre e dei conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism’ [Sul terrorismo occidentale] sta attualmente andando in stampa.  Il suo romanzo politico acclamato dalla critica ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è stato ora ripubblicato ed è disponibile. ‘Oceania’ è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico meridionale.  Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista del mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] (Pluto).  Ha appena completato il suo documentario “Rwanda Gambit” [Il gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e il saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto sul suo sito web o via Twitter.

Tutte le foto sono di Andre Vltchek

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:   http://www.counterpunch.org/2013/10/04/total-militarized-lunacy/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=total-militarized-lunacy

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 5 ottobre 2013 alle 12:57 -

    Il fatto che il colonialismo sia finito è solo un gioco di prestigio delle potenze occidentali. Non esistono solo le aree di influenza ma enclavi adoperate non solo come basi di influenza geopolitica ma anche, e forse soprattutto, per mantenere vivi focolai di tensione da usare al bisogno,

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