Guerra oltremare, devastazione sociale in patria: una serata con i Veterani dell’Iraq contro la guerra

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Guerra oltremare, devastazione sociale in patria: una serata con i Veterani dell’Iraq contro la guerra

 Di Kim Scipes

7 agosto 2013

Come parte della loro Convention Nazionale a Chicago, i Veterani dell’Iraq contro la guerra  (IVAW- Iraqi Veterans Against theWar) hanno presentato un forum pubblico intitolato “Militarismo americano nel 21° secolo: Occupazione all’estero e opposizione in patria”, al Chicago Temple il 2 agosto 2013. Le conversazioni di Christian Parenti, Michael Rakowitz, Suraia Suhar e Nick Turse sono state seguite da un’interessante seduta di Domande e Riposte e le circa 250 persone che partecipavano sono state spinte a partecipare a una discussione stimolante sulla guerra e il militarismo nell’attuale impero statunitense.

 

La potente introduzione all’evento fatta dal veterano dell’Iraq e maestro delle cerimonie della serata, Vince Emanuele, ha collegato il militarismo oltremare alla devastazione in patria, ed è stata seguita da una conversazione e dalla presentazione di un video di Nick Turse.

Turse, autore del libro di recente pubblicazione, Kill Anything That Moves: The Real American War in Vietnam   [ Uccidete qualsiasi cosa che si muove: la vera guerra americana in Vietnam], (vedere la recente recensione fatta dall’autore*) ha iniziato a parlare del suo libro e delle sue esperienze durante in un periodo di 12 anni di ricerche, di viaggi in Vietnam per intervistare i superstiti vietnamiti, e di scrittura. All’inizio Turse aveva programmato di fare una tesi di dottorato sul Disturbo post-traumatico da stress (PTSD – Post-traumatic stress disorder) tra i reduci statunitensi, ma poi ha scoperto per caso dei documenti dell’esercito statunitense che parlavano in dettaglio della distruzione e devastazione della guerra, e ha iniziato a leggere. Ha letto una vasta gamma di testi – il totale ammonta ora a 30.000 libri! per fornire il contesto e la comprensione  della guerra. Ha viaggiato negli Stati Uniti parlando con i reduci delle loro esperienze, che cosa avevano fatto e/o che cosa avevano visto. Ha viaggiato in Vietnam localizzando e parlando con i sopravvissuti alla  violenza della guerra. Fondamentalmente, quello che ha sostenuto  – ci ha mostrato delle foto raccapriccianti relative alla guerra in modo che ci sarebbero stati pochi dubbi – è che la guerra era davvero una guerra contro i civili vietnamiti che si ipotizzava fossimo andati  lì ad aiutare.

E’ andato oltre. Ha discusso specificamente di come l’esercito statunitense e implicitamente anche gli altri servizi – hanno fatto tutto il possibile per impedire che i resoconti arrivassero al pubblico americano. I rapporti “sparivano”; chi li scriveva veniva intimidito e minacciato e coloro che si rifiutavano di indietreggiare, subivano rappresaglie. Allo stesso tempo, i media statunitensi – e Turse ha parlato in particolare di un caso in cui Newsweek ha sviscerato  una storia minuziosamente documentata che raccontava che 5.000/7.000 vietnamiti erano stati uccisi (10 volte di più del numero delle persone uccise a My Lai) dalla 9a Divisione nel Delta del Mekong – hanno fatto tutto il possibile per ignorare il crescente numero di resoconti di atrocità che sono stati  riferiti nel tempo.

In seguito, quando gli è stato chiesto quale era “la singola cosa più importante” che aveva imparato dalla sua ricerca, ha detto: come la guerra fosse stata ” divorante” per i vietnamiti che dovevano di continuo trattare  per la loro vita con i soldati americani e con la guerra in generale. Ha fatto un esempio: quando gli americani attaccavano un villaggio, prima impiegavano l’artiglieria, in modo che vietnamiti entrassero nei rifugi per proteggersi dagli spari. Però, dopo che l’artiglieria smetteva, dovevano decidere per quanto tempo potevano stare al sicuro nei ripari – se aspettavano troppo tempo e gli americani arrivavano, rischiavano  la vita perché i soldati americani avrebbero buttato le granate  dove avevano trovato rifugio per assicurarsi che nessuno si stesse nascondendo a loro. Le pressioni di questo “negoziare”  e per così tanti anni, non si possono capire.

Michael Rakowitz,  un ebreo iracheno-americano, professore associato nel Dipartimento di teoria e pratica dell’arte alla Northwestern University, è intervenuto dopo Turse. Spostando l’attenzione sulla distruzione dell’Iraq a causa dell’invasione degli Stati Uniti, e specificamente sulla devastazione culturale, Rakowitz ha dato notizia dei tentativi di recuperare e ricostruire artefatti del patrimonio  culturale dell’Iraq, alcuni dei quali risalgono all’epoca babilonese.

Ha parlato specificamente del lavoro del dottor Donny George, uno studioso iracheno che aveva avuto un ruolo fondamentale in questi sforzi. Si è saputo che per sostenere questo suo impegno, il dottor George suona la batteria in un complesso rock. Quindi in un’esibizione organizzata da Rakowitz a cui ha preso parte Donny, c’era una sua foto mentre suonava la batteria, che ha disorientato quest’ultimo dato che ha detto non esistevano fotografie del suo complesso, che si chiama “i 99%.” Rakowitz gli ha spiegato i vantaggi del programma  photo shop: ha raccontato di una fotografia di Donny dall’aria annoiata  durante un incontro, che lui aveva trovato e aveva aggiunto questa immagine a quella di Ringo Starr dei Beatles!

Ha poi parlato Suraia Sahar, una donna afgana che è emigrata a Toronto, e che è membro di Afgani Uniti per la Giustizia.  Mentre non ha parlato del militarismo negli Stati Uniti, ha raccontato le sue esperienze in Canada come attivista pacifista, e di come è stata maltrattata ogni volta che parlava in pubblico. Ha parlato di come il governo canadese e i media avevano usato il “Giorno della memoria” – in origine destinato a celebrare i reduci canadesi della I Guerra mondiale – per creare un sostegno alla truppe canadesi che ora sono in Afghanistan.

Insoddisfatta di precedenti programmi, ha deciso di protestare contro la guerra in Afghanistan alla durante le iniziative di celebrazione del Giorno della Memoria. Sebbene non sia religiosa, ha scelto i indossare il velo  per onorare la sua cultura, ma è andata lì per discutere della guerra, dei danni alla sua gente, alla cultura e al paese dato che sono stati in guerra per 30 anni (comprese le invasioni sovietica e statunitense).  Ha detto che la gente non replicava a lei o alle sue preoccupazioni: senza neanche parlare con lei, la gente ha iniziato a urlare conto di lei, chiamandola “sostenitrice dei talebani,” “islamista” o perfino “jhadista.” (Penso che non tutti gli stupidi si trovino a sud del confine canadese).

Infine siamo arrivati alla relazione di Christian Parenti. Autore di quattro libri – il più recente è uscito nel 2011 ed è intitolato Tropic of Chaos: Climate Change and the New Geography of Violence  (Tropico del caos: il cambiamento di clima e la nuova geografia della violenza) – la sua relazione è stata un tour de force, collegando il militarismo degli Stati Uniti in tutto il mondo e nel corso del tempo, con la violenza e la distruzione del mondo che pongono le basi per una devastazione sociale anche maggiore dato che il cambiamento di clima influenza la produzione alimentare e le risorse idriche in questi paesi dove le armi e la violenza sono sempre presenti. E paesi da dove la gente emigra….

Ha sostenuto che il militarismo statunitense è cambiato nel tempo nel periodo della seconda guerra mondiale. Cominciando con quello che il presidente Eisenhower notoriamente chiamava il “complesso militare-industriale,” Parenti ha osservato che la componente civile era inizialmente composta di grosse imprese per la produzione di armi, come la Boeing, la Raytheon, e la MacDonald-Douglas. Tuttavia questo è cambiato: oggi oltre ai tradizionali mercanti di armi, dobbiamo includere il “settore dei servizi,” quelle società che forniscono i sistemi di spionaggio e di sorveglianza, i servizi per l’alimentazione e la  ristorazione, e anche gli sforzi nel campo dell’ingegneria e della costruzione per l’esercito statunitense, come la KBR, la Halliburton, la Blackwater (ora Xe), la triple Canopy, ecc. (Nick Turse ha scritto un eccellente libro  su questo, intitolato The Complex [Il complesso] che vi raccomando). In altre parole, ci sono sempre più imprese che traggono vantaggi dal militarismo statunitense, e che sollecitano un maggiore “coinvolgimento” militare su tutto il pianeta. Naturalmente non incoraggiano il governo statunitense a prendere i loro figli e figlie per realizzare queste politiche.

Parenti osserva una cosa che sembra molto importante. Fino a quando è esistita l’Unione Sovietica, e quindi è servita come una specie di limite alla proiezione del potere degli Stati Uniti in tutto il pianeta – c’era una importante ala delle elite statunitensi che operavano molto razionalmente e in generale cercando di promuovere gli interessi complessivi (ovviamente, come li definivano) del sistema nel suo insieme. Tuttavia, con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, questa ala delle elite sembrava essere sparita, sostituita da elite individuali che non hanno altri interessi da considerare oltre quelli delle grosse imprese individuali, o, nel migliore dei casi, delle industrie – e che assolutamente non si preoccupano delle ramificazioni sociali di questi progetto sul popolo americano.

Parenti osserva che negli anni ’80 – iniziato un poco con il presidente Carter, ma  decollato realmente con Reagan – c’è stata un’ascesa del neo-liberalismo che è basato sulla privatizzazione dei beni pubblici (pensate alla strada a pedaggio  Skyway di Chicago oggi) e dei servizi (le Charter Schools – Scuole private sovvenzionate con denaro pubblico), e sulla  deregolamentazione  dei commerci.

Questo ha raggiunto un nuovo livello negli anni ’90 con il crollo dell’Unione Sovietica. Questo ha significato la vittoria della destra nello “occidente” capitalista, dato che il capitalismo veniva considerato come dominante in campo internazionale e in patria. I militari hanno trovato una nuova direzione e hanno focalizzato la loro attenzione sull’intervento “umanitario” in paesi prescelti, come la Jugoslavia.

Negli anni 2000, specialmente dopo l’11 settembre, la lotta è diventata più seria. La politica estera statunitense secondo Parenti, ha  deciso di riprodurre i rapporti tipo Guerra Fredda, dove le forze armate degli Stati Uniti e il potere economico erano di nuovo dominanti. Vediamo le massicce spese per gli armamenti militari e per l’esercito stesso, mentre venivano avanzate ragioni fittizie   per invadere l’Iraq. Gli Stati Uniti hanno cercato di imporsi  in un modo totalmente diverso rispetto alle forniture di petrolio in Medio Oriente, controllando essenzialmente il petrolio dei loro concorrenti economici e di quelli potenziali, come Giappone, Cina, India,  Corea del Sud, ed Europa occidentale.

Le ramificazioni di questo “avventurismo”, solo così  in realtà può essere descritto, ha provocato molti “stati falliti” come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia e lo Yemen – altri forse arriveranno a breve  – che sono scesi a un certo livello di caos. Questo ha spostato il conflitto all’interno di questi paesi.

Nello stesso tempo, sostiene Parenti, c’è la minaccia globale del cambiamento di clima. Afferma – correttamente penso –  che il Pentagono è ben consapevole di questo e sta tentando di trasformarsi per gestire un pianeta  che sta scivolando nel caos: militarismo oltremare, neo-liberalismo in patria.

Parenti pensa che un numero sempre maggiore di americani riconoscano ora queste contraddizioni e cerchino dei modi per essere coinvolti nella sfida in questa direzione. Mentre non penso che la maggior parte degli americani pensino globalmente in questo modo – e Dio sa se i media convenzionali non stanno aiutando in questo ! – penso che gli sforzi per difendere l’istruzione pubblica, per esempio, possano essere compresi meglio quando vengono inseriti in un quadro più ampio come quello che suggerisce Parenti.

Insomma, un programma molto interessante e certamente stimolante dal punto di vista intellettuale. Il forum è stato registrato su nastro da Larry Duncan, di Labor Beat, un programma di una televisione locale via cavo, e dovrebbe quindi essere presto disponibile per il pubblico.

Penso che sia un programma importante: legare il militarismo oltremare al neo-liberalismo in patria (mostrando Rahm Emanuel ** come emblema della categoria) – unito allo stato di sorveglianza che Edward Snowden ha di recente cominciato a rivelare – e collegato alla crescente consapevolezza del cambiamento di clima, indica che questi problemi sono connessi e che devono essere trattati in modo olistico. Credo che i veterani  stiano cercando di introdurre un più ampio grado di discussione nella nostra comprensione – ed essi meritano i nostri ringraziamenti anche per questo.

 *www.substancenews.net/articles.php?page=4416&section=Article)

** Il sindaco di Chicago

Kim  Scipes, Dottore in filosofia, è un ex sergente del Corpo dei  Marine degli Stati Uniti, in servizio dal 1969 al 1973, anche se è rimasto per tutto il tempo negli Stati Uniti. Attualmente lavora come Professore associato di Sociologia alla Purdue University North Central a Westville, Indiana. Vive a Chicago e ha la carica di Presidente  della sezione di Chicago dell’Unione Nazionale degli Scrittori (www.nwuchicago.org).

 Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/the-israeli-patriot’s-final-refuge-boycott-by-gideon-levy

Originale: Kim Scipes

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

*www.substancenews.net/articles.php?page=4416&section=Article)

Guerra oltremare, devastazione sociale in patria: una serata con i Veterani dell’Iraq contro la guerra

 

Di Kim Scipes

7 agosto 2013

 

Come parte della loro Convention Nazionale a Chicago, i Veterani dell’Iraq contro la guerra  (IVAW- Iraqi Veterans Against theWar) hanno presentato un forum pubblico intitolato “Militarismo americano nel 21° secolo: Occupazione all’estero e opposizione in patria”, al Chicago Temple il 2 agosto 2013. Le conversazioni di Christian Parenti, Michael Rakowitz, Suraia Suhar e Nick Turse sono state seguite da un’interessante seduta di Domande e Riposte e le circa 250 persone che partecipavano sono state spinte a partecipare a una discussione stimolante sulla guerra e il militarismo nell’attuale impero statunitense.

La potente introduzione all’evento fatta dal veterano dell’Iraq e maestro delle cerimonie della serata, Vince Emanuele, ha collegato il militarismo oltremare alla devastazione in patria, ed è stata seguita da una conversazione e dalla presentazione di un video di Nick Turse.

Turse, autore del libro di recente pubblicazione, Kill Anything That Moves: The Real American War in Vietnam   [ Uccidete qualsiasi cosa che si muove: la vera guerra americana in Vietnam], (vedere la recente recensione fatta dall’autore*) ha iniziato a parlare del suo libro e delle sue esperienze durante in un periodo di 12 anni di ricerche, di viaggi in Vietnam per intervistare i superstiti vietnamiti, e di scrittura. All’inizio Turse aveva programmato di fare una tesi di dottorato sul Disturbo post-traumatico da stress (PTSD – Post-traumatic stress disorder) tra i reduci statunitensi, ma poi ha scoperto per caso dei documenti dell’esercito statunitense che parlavano in dettaglio della distruzione e devastazione della guerra, e ha iniziato a leggere. Ha letto una vasta gamma di testi – il totale ammonta ora a 30.000 libri! per fornire il contesto e la comprensione  della guerra. Ha viaggiato negli Stati Uniti parlando con i reduci delle loro esperienze, che cosa avevano fatto e/o che cosa avevano visto. Ha viaggiato in Vietnam localizzando e parlando con i sopravvissuti alla  violenza della guerra. Fondamentalmente, quello che ha sostenuto  – ci ha mostrato delle foto raccapriccianti relative alla guerra in modo che ci sarebbero stati pochi dubbi – è che la guerra era davvero una guerra contro i civili vietnamiti che si ipotizzava fossimo andati  lì ad aiutare.

E’ andato oltre. Ha discusso specificamente di come l’esercito statunitense e implicitamente anche gli altri servizi – hanno fatto tutto il possibile per impedire che i resoconti arrivassero al pubblico americano. I rapporti “sparivano”; chi li scriveva veniva intimidito e minacciato e coloro che si rifiutavano di indietreggiare, subivano rappresaglie. Allo stesso tempo, i media statunitensi – e Turse ha parlato in particolare di un caso in cui Newsweek ha sviscerato  una storia minuziosamente documentata che raccontava che 5.000/7.000 vietnamiti erano stati uccisi (10 volte di più del numero delle persone uccise a My Lai) dalla 9a Divisione nel Delta del Mekong – hanno fatto tutto il possibile per ignorare il crescente numero di resoconti di atrocità che sono stati  riferiti nel tempo.

In seguito, quando gli è stato chiesto quale era “la singola cosa più importante” che aveva imparato dalla sua ricerca, ha detto: come la guerra fosse stata ” divorante” per i vietnamiti che dovevano di continuo trattare  per la loro vita con i soldati americani e con la guerra in generale. Ha fatto un esempio: quando gli americani attaccavano un villaggio, prima impiegavano l’artiglieria, in modo che vietnamiti entrassero nei rifugi per proteggersi dagli spari. Però, dopo che l’artiglieria smetteva, dovevano decidere per quanto tempo potevano stare al sicuro nei ripari – se aspettavano troppo tempo e gli americani arrivavano, rischiavano  la vita perché i soldati americani avrebbero buttato le granate  dove avevano trovato rifugio per assicurarsi che nessuno si stesse nascondendo a loro. Le pressioni di questo “negoziare”  e per così tanti anni, non si possono capire.

Michael Rakowitz,  un ebreo iracheno-americano, professore associato nel Dipartimento di teoria e pratica dell’arte alla Northwestern University, è intervenuto dopo Turse. Spostando l’attenzione sulla distruzione dell’Iraq a causa dell’invasione degli Stati Uniti, e specificamente sulla devastazione culturale, Rakowitz ha dato notizia dei tentativi di recuperare e ricostruire artefatti del patrimonio  culturale dell’Iraq, alcuni dei quali risalgono all’epoca babilonese.

Ha parlato specificamente del lavoro del dottor Donny George, uno studioso iracheno che aveva avuto un ruolo fondamentale in questi sforzi. Si è saputo che per sostenere questo suo impegno, il dottor George suona la batteria in un complesso rock. Quindi in un’esibizione organizzata da Rakowitz a cui ha preso parte Donny, c’era una sua foto mentre suonava la batteria, che ha disorientato quest’ultimo dato che ha detto non esistevano fotografie del suo complesso, che si chiama “i 99%.” Rakowitz gli ha spiegato i vantaggi del programma  photo shop: ha raccontato di una fotografia di Donny dall’aria annoiata  durante un incontro, che lui aveva trovato e aveva aggiunto questa immagine a quella di Ringo Starr dei Beatles!

Ha poi parlato Suraia Sahar, una donna afgana che è emigrata a Toronto, e che è membro di Afgani Uniti per la Giustizia.  Mentre non ha parlato del militarismo negli Stati Uniti, ha raccontato le sue esperienze in Canada come attivista pacifista, e di come è stata maltrattata ogni volta che parlava in pubblico. Ha parlato di come il governo canadese e i media avevano usato il “Giorno della memoria” – in origine destinato a celebrare i reduci canadesi della I Guerra mondiale – per creare un sostegno alla truppe canadesi che ora sono in Afghanistan.

Insoddisfatta di precedenti programmi, ha deciso di protestare contro la guerra in Afghanistan alla durante le iniziative di celebrazione del Giorno della Memoria. Sebbene non sia religiosa, ha scelto i indossare il velo  per onorare la sua cultura, ma è andata lì per discutere della guerra, dei danni alla sua gente, alla cultura e al paese dato che sono stati in guerra per 30 anni (comprese le invasioni sovietica e statunitense).  Ha detto che la gente non replicava a lei o alle sue preoccupazioni: senza neanche parlare con lei, la gente ha iniziato a urlare conto di lei, chiamandola “sostenitrice dei talebani,” “islamista” o perfino “jhadista.” (Penso che non tutti gli stupidi si trovino a sud del confine canadese).

Infine siamo arrivati alla relazione di Christian Parenti. Autore di quattro libri – il più recente è uscito nel 2011 ed è intitolato Tropic of Chaos: Climate Change and the New Geography of Violence  (Tropico del caos: il cambiamento di clima e la nuova geografia della violenza) – la sua relazione è stata un tour de force, collegando il militarismo degli Stati Uniti in tutto il mondo e nel corso del tempo, con la violenza e la distruzione del mondo che pongono le basi per una devastazione sociale anche maggiore dato che il cambiamento di clima influenza la produzione alimentare e le risorse idriche in questi paesi dove le armi e la violenza sono sempre presenti. E paesi da dove la gente emigra….

Ha sostenuto che il militarismo statunitense è cambiato nel tempo nel periodo della seconda guerra mondiale. Cominciando con quello che il presidente Eisenhower notoriamente chiamava il “complesso militare-industriale,” Parenti ha osservato che la componente civile era inizialmente composta di grosse imprese per la produzione di armi, come la Boeing, la Raytheon, e la MacDonald-Douglas. Tuttavia questo è cambiato: oggi oltre ai tradizionali mercanti di armi, dobbiamo includere il “settore dei servizi,” quelle società che forniscono i sistemi di spionaggio e di sorveglianza, i servizi per l’alimentazione e la  ristorazione, e anche gli sforzi nel campo dell’ingegneria e della costruzione per l’esercito statunitense, come la KBR, la Halliburton, la Blackwater (ora Xe), la triple Canopy, ecc. (Nick Turse ha scritto un eccellente libro  su questo, intitolato The Complex [Il complesso] che vi raccomando). In altre parole, ci sono sempre più imprese che traggono vantaggi dal militarismo statunitense, e che sollecitano un maggiore “coinvolgimento” militare su tutto il pianeta. Naturalmente non incoraggiano il governo statunitense a prendere i loro figli e figlie per realizzare queste politiche.

Parenti osserva una cosa che sembra molto importante. Fino a quando è esistita l’Unione Sovietica, e quindi è servita come una specie di limite alla proiezione del potere degli Stati Uniti in tutto il pianeta – c’era una importante ala delle elite statunitensi che operavano molto razionalmente e in generale cercando di promuovere gli interessi complessivi (ovviamente, come li definivano) del sistema nel suo insieme. Tuttavia, con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, questa ala delle elite sembrava essere sparita, sostituita da elite individuali che non hanno altri interessi da considerare oltre quelli delle grosse imprese individuali, o, nel migliore dei casi, delle industrie – e che assolutamente non si preoccupano delle ramificazioni sociali di questi progetto sul popolo americano.

Parenti osserva che negli anni ’80 – iniziato un poco con il presidente Carter, ma  decollato realmente con Reagan – c’è stata un’ascesa del neo-liberalismo che è basato sulla privatizzazione dei beni pubblici (pensate alla strada a pedaggio  Skyway di Chicago oggi) e dei servizi (le Charter Schools – Scuole private sovvenzionate con denaro pubblico), e sulla  deregolamentazione  dei commerci.

Questo ha raggiunto un nuovo livello negli anni ’90 con il crollo dell’Unione Sovietica. Questo ha significato la vittoria della destra nello “occidente” capitalista, dato che il capitalismo veniva considerato come dominante in campo internazionale e in patria. I militari hanno trovato una nuova direzione e hanno focalizzato la loro attenzione sull’intervento “umanitario” in paesi prescelti, come la Jugoslavia.

Negli anni 2000, specialmente dopo l’11 settembre, la lotta è diventata più seria. La politica estera statunitense secondo Parenti, ha  deciso di riprodurre i rapporti tipo Guerra Fredda, dove le forze armate degli Stati Uniti e il potere economico erano di nuovo dominanti. Vediamo le massicce spese per gli armamenti militari e per l’esercito stesso, mentre venivano avanzate ragioni fittizie   per invadere l’Iraq. Gli Stati Uniti hanno cercato di imporsi  in un modo totalmente diverso rispetto alle forniture di petrolio in Medio Oriente, controllando essenzialmente il petrolio dei loro concorrenti economici e di quelli potenziali, come Giappone, Cina, India,  Corea del Sud, ed Europa occidentale.

Le ramificazioni di questo “avventurismo”, solo così  in realtà può essere descritto, ha provocato molti “stati falliti” come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia e lo Yemen – altri forse arriveranno a breve  – che sono scesi a un certo livello di caos. Questo ha spostato il conflitto all’interno di questi paesi.

Nello stesso tempo, sostiene Parenti, c’è la minaccia globale del cambiamento di clima. Afferma – correttamente penso –  che il Pentagono è ben consapevole di questo e sta tentando di trasformarsi per gestire un pianeta  che sta scivolando nel caos: militarismo oltremare, neo-liberalismo in patria.

Parenti pensa che un numero sempre maggiore di americani riconoscano ora queste contraddizioni e cerchino dei modi per essere coinvolti nella sfida in questa direzione. Mentre non penso che la maggior parte degli americani pensino globalmente in questo modo – e Dio sa se i media convenzionali non stanno aiutando in questo ! – penso che gli sforzi per difendere l’istruzione pubblica, per esempio, possano essere compresi meglio quando vengono inseriti in un quadro più ampio come quello che suggerisce Parenti.

Insomma, un programma molto interessante e certamente stimolante dal punto di vista intellettuale. Il forum è stato registrato su nastro da Larry Duncan, di Labor Beat, un programma di una televisione locale via cavo, e dovrebbe quindi essere presto disponibile per il pubblico.

Penso che sia un programma importante: legare il militarismo oltremare al neo-liberalismo in patria (mostrando Rahm Emanuel ** come emblema della categoria) – unito allo stato di sorveglianza che Edward Snowden ha di recente cominciato a rivelare – e collegato alla crescente consapevolezza del cambiamento di clima, indica che questi problemi sono connessi e che devono essere trattati in modo olistico. Credo che i veterani  stiano cercando di introdurre un più ampio grado di discussione nella nostra comprensione – ed essi meritano i nostri ringraziamenti anche per questo.

 *www.substancenews.net/articles.php?page=4416&section=Article)

** Il sindaco di Chicago

Kim  Scipes, Dottore in filosofia, è un ex sergente del Corpo dei  Marine degli Stati Uniti, in servizio dal 1969 al 1973, anche se è rimasto per tutto il tempo negli Stati Uniti. Attualmente lavora come Professore associato di Sociologia alla Purdue University North Central a Westville, Indiana. Vive a Chicago e ha la carica di Presidente  della sezione di Chicago dell’Unione Nazionale degli Scrittori (www.nwuchicago.org).

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/the-israeli-patriot’s-final-refuge-boycott-by-gideon-levy

Originale: Kim Scipes

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

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Un commento su “Guerra oltremare, devastazione sociale in patria: una serata con i Veterani dell’Iraq contro la guerra

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Il militarismo statunitense è solo un aspetto di un vasto programma economico totalitario che mira ad assorbire come sudditi quei paesi che si piegano volontariamente e per tradizione alle direttive della Casa Bianca, e che devasta ogni realtà indifesa che serva ad ampliare una data area di controllo geopolitico. La parte di mondo che è contro e svolge un ruolo antagonista è oggi più ascoltata di ieri e lo sarà quanto più stimolerà alternative valide al capitalismo marziale.

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