Kenia: rapporto da una delle più dure topaie della terra

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Sogni davanti all'immondizia che brucia

Sogni davanti all’immondizia che brucia

 

di Andre Vltchek – 24 maggio 2013

La miseria è come una guerra

Nairobi

Ti parlano di “pace” ma sia che stai vivendo in una zona di guerra. Lo sai dall’inizio; l’hai avvertito fin da quando eri un bambino o una bambina piccolissima. Ti svegli ogni mattina non sicuro di assistere a un altro tramonto, di sperimentare una nuova alba.

Una pallottola può colpirti mentre cammini per strada. Se sei una donna, puoi essere colta di sorpresa e trascinata in un vicolo buio sul retro o in una lurida baracca lungo la via e poi stuprata.

I poliziotti sono difficili da trovare e irrimediabilmente corrotti. Preferisci non cercare la loro “assistenza”. Sei veramente solo; non possiedi un’arma, non appartieni a una banda e sei estremamente povero.

Sei nudo.

Dove vivi volano pallottole e bruciano fuochi. Di tanto in tanto esplode un camion di benzina, on un intero vicolo di tuguri miserabili finisce in fiamme. Spesso salve di fucili mitragliatori penetrano la notte.

 

Ma ti parlano di ‘pace’. Europei e nordamericani, tutta quella gente che fa un mucchio di soldi gestendo le proprie innumerevoli fabbriche nelle tue cittadine e nei tuoi paesi fatiscenti … Parlano di “insegnare”, a te e ai tuoi compagni di residenza nella baraccopoli. Parlano di istruirti, in modo che tu possa continuare a “vivere in pace”.

Le imprese e i governi di questi “uomini e donne nobili”, quelli che ti stanno istruendo sulla pace, sono dovunque nel tuo paese che sanguina. Lo usano persino per invadere territori confinanti. Fanno davvero un mucchio di cose mentre tu mangi merda. Beh, forse non letteralmente, ma la roba con cui ti alimenti non è in realtà molto meglio.

 

Vicolo nella baraccopoli Kariobangi di Nairobi

Vicolo nella baraccopoli Kariobangi di Nairobi

 

Non hai accesso ad acqua pulita. Puzzi. Se sei un uomo, puzzi. Se sei una donna, muori dalla vergogna, ma non c’è scampo: puzzi anche tu. E’ probabile che tu sia funzionalmente analfabeta. Forse sei in grado di leggere alcune parole singole, ma il significato prevalentemente ti sfugge.

Voti per quelli che ti offrono più “grano” e poi ti senti fiero quando ti è detto, in continuazione, che vivi in una democrazia fiorente.

Urli di notte. Non ogni notte, naturalmente, ma la maggior parte delle notti urli. Pensi di farla finita con tutto questo, spesso desideri di poter morire, di andartene da questo mondo, ma non osi ucciderti.

 

JItne Watere, ex prostituta e vittima di violenze sessuali

JItne Watere, ex prostituta e vittima di violenze sessuali

 

Quanto più sei preda della disperazione, tanto più ti è detto che vivi in un paese “pacifico”. Anche se in realtà tutti sanno che vivi in una delle più vaste topaie della terra.

Non ti opponi. I governi e le imprese straniere ti elogiano. Sei il loro soggetto favorito. Sei paziente e remissivo, come la maggior parte delle persone che ti circonda. Si uccidono tra loro anziché uccidere quelli che li trascinano nella miseria: i colonialisti stranieri e le élite locali. Sei costantemente propagandato come un buon esempio per gli altri, di tutto il mondo, specialmente per quelli che stanno scegliendo di battersi per la giustizia, la dignità e per una società migliore.

***

Kariobangi è una baraccopoli, in prossimità di un’enorme bidonville chiamata Mathare, nel mezzo della capitale keniota, Nairobi.

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Attraverso gli stretti vicoli e le strade luride d’immondizia all’aperto sono condotto a un incontro con “Fire” [Fuoco], un impavido membro di una banda che ha passato dieci dei suoi trent’anni in vari famigerati carceri kenioti.

“Fire” è robusto, pensoso e umile. Ha lasciato solo di recente il carcere di alta sicurezza. Vuole ricominciare da zero, ancora una volta, come ha fatto così tante volte in passato.

Sediamo su un blocco di cemento. Presto c’è una folla di astanti, prevalentemente bambini.

“Pensi che qui la gente viva in pace?” chiedo.

“No”, risponde “Fire”. “Qui la gente muore ogni giorno. Tutti i miei amici sono già morti. Gli uomini qui muoiono prima di arrivare a diciassette anni; la maggior parte muore a sedici anni.”

“Come ci si sente?” gli chiedo. “Come ci si sente a essere vivi; a essere l’unico che è riuscito a sopravvivere?”

“Ho paura!” Mi guarda. So cosa intende dire. Ho sentito storie simili in Honduras, El Salvador, Haiti e Huganda, in così tanti altri posti. Sa che io so ed è per questo che parla. Non ha paura di essere colpito da pallottole, di daghe che lo taglino a pezzi, delle torture della polizia; non ha paura di morire. Ma ha paura di restare vivo. Solo.

Non è un vigliacco; è coraggioso. E’ intelligente. Può essere un criminale, ma è pieno di dignità. La sua paura non è animale; è esistenziale.

“Come si comincia qui, a Mathare?”

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“Qui cominciamo da molto giovani; lentamente. Cominciamo rubando in casa, un po’ alla volta. Poi le cose si ingrossano. Si rubano telefoni e collane, si comprano armi. Alla fine siamo presi, perché siamo giovani e non abbiamo esperienza. Finiamo in carcere e il carcere è sia l’inferno sia l’università del crimine. Si entra senza sapere nulla della criminalità; si esce e si sa tutto. Si incontra gente di tutte le razze e le categorie; rapinatori di banche e assassinii seriali. TI dicono: è meglio morire rapinando una banca che fregando un orologio da polso.”

“Quanto è brutto il carcere, Fire?”

“Ti violentano. Non ci sono donne e perciò se sei un ragazzino non hai scampo. I bambini piccoli sono sodomizzati. Per sopravvivere devono prostituirsi. In carcere gli uomini stuprano gli uomini. Alcuni si sposano tra loro. Sei picchiato e umiliato; dai detenuti e dai poliziotti che sono estremamente brutali e sadici. Impari come si diventa un duro. Se sopravvivi, sei pronto …”

Vedo un coltello, affilato come un rasoio, che brilla al sole.

Lo indico: “Parlamene”.

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“Bila”, dice. “Viene dalla Somalia. Sono fatti per uccidere. La loro forma, guarda; perdi tantissimo sangue e muori. Qui li chiamiamo ‘wambe’, che in Swahili significa lametta da barba. Ma non importa quanto sia affilato; resta un coltello.”

“E le armi da fuoco?” chiedo.

“Sono dappertutto. Costano pochissimo. Arrivano con i profughi e i profughi arrivano dalla Somalia e dall’Etiopia.”

“Come sopravvivono le donne, qui?”

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“E’ dura per loro. Alcune sono costrette a prostituirsi; molte si uniscono alle bande criminali. Sono costrette dai loro ragazzi. Molte donne sono sottomesse ai “loro uomini”. Fanno quello che viene detto loro di fare. Dicono loro di fare sesso e loro si arrendono; finiscono nella prostituzione e si uniscono anche alle bande. Qualsiasi cosa ordinino loro i “loro uomini”. Le donne hanno paura di perdere i loro uomini.”

A un certo punto “Fire” ammutolisce. I suoi occhi sono fissi su qualche punto in lontananza. “Parlami”, dico. “Cos’è?”

Guarda da qualche altra parte ma alla fine continua a parlare. “La mia generazione … te l’ho detto … tutti i miei amici sono morti. Tutti … tutti mori … mi sento gelare. Ma non posso abbandonare la baraccopoli … Ha bisogno di me … ho bisogno di essa … Non posso fuggire da essa così come non posso fuggire da me stesso. La baraccopoli è il microcosmo … è … “

“Il tuo Kenia?” suggerisco.

“Sì”, annuisce. “Racconto storie … racconto come sono sopravvissuto fino a questa età avanzata di trent’anni. Racconto sempre storie, persino a quelli del governo. Dico loro quanto sono fortunato a essere qui … a essere vivo … voglio comportarmi bene, ma a volte è impossibile dormire tre notti a stomaco vuoto.”

“Entrambi raccontiamo storie”, dico.

Non mi sente più. “Ho sprecato così tanti anni … così tanti anni”, ripete.

***

Questi uomini delle baraccopoli, questi ragazzi! Giocano con le armi e uccidono e rubano. Come sui campi di battaglia i loro volti sono risoluti, seri. Anche mentre stanno facendo le cose più insane, anche mentre stanno violentando e saccheggiando, hanno un atteggiamento determinato, come se le loro azioni avessero qualche significato profondo. Qui e nelle guerre gli atti di predazione hanno quasi una connotazione religiosa.

Vivere nelle baraccopoli è come vivere in una zona di guerra: giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino a quando non si è colpiti, pugnalati, bruciati; fino a quando non si cade.

Ma le donne delle baraccopoli? Cosa succede a loro? Diventano madri a tredici anni, prostitute a quattordici; sono violentate prima di avere le prime mestruazioni. Alcune abortiscono a quindici anni; altre muoiono di AIDS all’età di sedici anni. Alcune gettano i loro bambini indesiderati nella spazzatura, in preda a una totale, assoluta disperazione.

Davvero le donne di Mathare, le donne di Kibera vivono in pace? Le donne delle baraccopoli di Giacarta e Mumbai vivono in pace? Le donne delle baraccopoli di Haiti vivono in pace?

Jitne Watere ha la sua “boutique” nel mezzo di Kariobangi. E’ solo una piccola tenda, vicino a una strada affollata, con alcuni abiti bianchi puliti esibiti all’interno. Non chiedo la sua età; domande simili sono sgarbate. Non voglio conoscere dettagli; i più dolorosi. Tutto quello che voglio sapere è: “Questa per te è una guerra? O è pace?”

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Lei evita una risposta diretta. Mi guarda dritto negli occhi.

“Se sei costretta a diventare una prostituta a dodici anni … Se ti sei infettata di HIV … se sei costretta a … Puoi chiamarla pace?”

E’ più giovane di me, ma mi guarda come se fossi un bambino. Ho visto molto in questa vita e le è stato detto. Ma ho la sensazione che lei abbia visto molto di più, e abbasso istintivamente i miei occhi mentre lei parla.

“Secondo il metro della baraccopoli sono diventata una prostituta parecchio tardi … avevo sedici anni. Ho perso molte amiche. Se ne sono andate, una ragazza dopo l’altra, morendo di AIDS, di aborti clandestini, di percosse mortali, persino di avvelenamento. Altre sono finite a causa di overdose”.

Siamo in piedi all’interno della sua ‘boutique’. Questo è uno di quei momenti in cui un giornalista a volte crolla e semplicemente rimette il taccuino nella borsa, agita disperatamente il braccio e dice: “Andiamo a farci una birra … ubriachiamoci … è tutto dannatamente fottuto!”. Ma mi trattengo; non voglio ascoltare le sue storie attraverso qualche filtro innaturale. E così restiamo in piedi, uno di fronte all’altra.

“Stupro”, dice. “Spesso non è nemmeno chiamato stupro qui … è sai cos’è un aborto clandestino?”

Annuisco. So perfettamente bene cos’è. Ma non voglio sentire i dettagli. So che non sarei in grado di metterli sulle pagine di questa coraggiosa pubblicazione. La fermo. La fermo.

“Bene,” dice. “Ma c’è una cosa che devi sapere sugli aborti clandestini… è che a volte … molto spesso … il più delle volte … non riesce … Se non riesce, la donna muore. O non muore ma avrebbe preferito morire. Perché se non muore, quello che segue è … “

Due dei miei accompagnatori, uno un criminale locale e uno un operatore locale di ambulanze, entrambi uomini molto forti, cominciano a guardare da un’altra parte. Il mio autista aspetta fuori.

“I bambini sono gettati nella spazzatura,” dice. “Alcuni vivi, altri morti. Non raccontano questo, sui giornali … non se ne deve parlare … è una cosa comune qui …” “Anche in Indonesia”, penso. “E in America Centrale”. Non dico nulla.

Non pongo altre domande. Non ha senso chiedere altro. Ha detto tutto quello che c’era da dire, intuitivamente e in poche parole.

Ma mi sono sbagliato; lei non ha ancora finito. Mi penetra con il suo sguardo. Sono venuto qui, ho rischiato la vita per venire qui, e ho fatto più di quanto lei si aspettasse: l’ho ascoltata. Ora mi avrebbe comunicato le sue conclusioni, la sua somma finale:

“Sai il perché di tutto questo? Vuoi davvero … davvero saperlo?”

Lo so. Lei lo sa. L’ho scritto migliaia di volte. Adesso è il suo turno di dirlo:

“Perché siamo tutti poveri! Perché non abbiamo nulla! Non contiamo. E’ per questo che moriamo giovani. E’ per questo che muoiono i nostri bambini …”

***

Poi, in macchina, Douglas, che adesso lavora per il Servizio Ambulanze di St. John, comincia a raccontarmi la sua storia:

“Non c’è nulla su cui la gente del posto possa contare … Sono privi di protezione, lasciati interamente a sé stessi. Sono le donne quelle soffrono di più. Sono madri nubile per il novanta per cento; non c’è nulla di simile al matrimonio o alla lealtà nelle baraccopoli. Il sistema famigliare è stato distrutto. Vai di porta in porta, chiedi: saresti sconvolto.”

La nostra auto supera Mathare. Quasi tutti i bambini qui soffrono di malnutrizione. Molti lavorano sin dalla più tenera età; spingono pesanti carretti, trasportano carichi, vendono cose sui marciapiedi.

“Qual è la storia tipica, qui?” chiedo a Douglas.

“Una ragazza di quattordici anni è violentata … o costretta alla prostituzione. Prevalentemente diventano prostitute per mangiare. Si danno per un dollaro, per disperazione. Resta incinta all’età di tredici o quattordici anni, al massimo quindici. Poi il suo uomo la lascia. E’ lasciata senza nulla; niente istruzione, nessuna competenza. Queste sono le ragazze che lasciano i loro figli nella strada … altre riescono ad abortire.

Ti è appena stato detto … molte muoiono.”

“Pochissimi uomini si sposano”, interviene l’autista, Gilbert. “Pochissimi si prendono cura dei loro figli e delle loro donne. Tutto è crollato qui. L’intera struttura è sparita.”

“Ti racconterò una storia e poi tu mi dirai se questo posto è un luogo di pace o un’area di guerra”, continua Douglas. “Una notte sono stato costretto ad aiutare una mia vicina a partorire … E’ successo non lontano da dove stiamo passando ora. Stavo lavando un’auto … Un mio amico è corso da me all’una del mattino, urlando che una donna che viveva nel nostro lotto aveva le doglie. Siamo riusciti a farla salire in auto. Eravamo in tre nel veicolo; due ragazzi e una donna con le doglie del parto. Il bambino ha cominciato a uscire. Ho aperto il finestrino e ho cominciato a gridare: “Aiuto!” Stavo pregando che qualche donna aprisse una porta e uscisse ad aiutarci, perché il mio amico ed io non avevamo idea di cosa fare. Nessuna uscì; erano tutte spaventate. Il mio amico fuggì. Alla fine corsi in un negozio locale e comprai una lametta da barba … tagliai il cordone ombelicale. Poi la portai a casa sua. Il figlio era nato. Sono sopravvissuti entrambi, miracolosamente. Come in una guerra.”

“Come una guerra”, ho detto, ricordando una situazione simile, quando una donna indigena aveva avuto le doglie e aveva partorito nella mia auto, nelle Ande peruviane, nel 1992.

***

A Mathare 4A l’immondizia brucia e bambini che rovistano tra i rifiuti fanno salti mortali acrobatici. Il terreno è soffice, paludoso. L’intera area è costituita da baracche di lamiera, ripari luridi e un fiume inquinato che scorre veloce. Non è sporco e senza speranza come le baraccopoli di Port-Au-Prince o di Giacarta, ma è comunque parecchio sudicio.

“Sono cresciuto qui”, dice Douglas. “Ero come quei bambini. Giocavo nella spazzatura. Nuotavo in questo fiume”.

Rivolge un saluto ai bambini. Loro ricambiano.

“Fortunatamente ho ricevuto un po’ d’istruzione. Ora mi occupo di primo soccorso e faccio il vigile del fuoco.”

“Douglas, dunque cosa affronti qui?” chiedo. “Che vittime portano alla postazione medica di notte?”

“Vittime di ogni genere di violenza”, risponde. “Ferite di machete, ferite d’arma da fuoco … Sai, i poliziotti sparano ai delinquenti e ai passanti innocenti, mentre i delinquenti sparano alle loro vittime, a volte alla polizia.

Ogni giorno accade qualcosa di terribile; le persone sono colpite da proiettili, accoltellate e violentate.”

Digerisco tutto questo, poi prendo appunti e fotografo bambini che fanno le capriole.

 

Minuscolo e spaventato nella baraccopoli di Matare

Minuscolo e spaventato nella baraccopoli di Matare

 

“Dobbiamo andare”, dice Douglas, improvvisamente. “Presto cominceranno ad accerchiarci.”

“Aspetta”, dico. Parla meglio qui che in auto. Tutto scorre bene, uscendo senza sforzo.

“D’accordo”, dice. “So cosa stai cercando di dimostrare. E sono d’accordo con te al cento per cento. E’ una zona di guerra, d’accordo? E’ un campo di battaglia. Ma ora per favore senti me: per me, per noi qui, è normale. Assolutamente normale, capito? La violenza è normale … Lo so, sento che non è bene, ma è normale … Ho sepolto molti amici qui. Ogni giorno molte persone sono aggredite, assassinate, colpite da armi da fuoco. Niente mi sorprende più! E’ normale! Molti dei miei amici sono morti … molti degli amici di “Fire” sono morti. Mio cugino è stato assassinato di recente … gli hanno sparato. A sedici anni! Le donne … sono violentate, brutalizzate, molestate, insultate … Di notte … quasi tutte qui subiscono qualche violenza, anche a casa … E di notte solo i “duri” osano aprire la porta … Uomini muoiono perché reagiscono … Sai, quei delinquenti che aggrediscono la gente, non sono così coraggiosi come cercano di apparire … Dentro di sé, nel profondo, sono umani, bambini spaventati, ragazzi … Sanno che possono morire mentre rubano e perciò uccidono, perché sono spaventati … Nonostante tutto, vogliono vivere … Vogliono disperatamente vivere … e perciò uccidono.”

Ha detto abbastanza. Tira un profondo sospiro.

“Normale! Tutto questo è normale …” ripete.

“E allora perché piangi?” chiedo.

Non risponde. Si guarda attorno.

“Andiamocene!” mi grida. “In fretta! Ci stanno osservando; stanno per arrivare. Qui possono farti tutto quello che vogliono … possono prendersi tutto …”

“Andiamo,” concordo. “Abbiamo le foto nella macchina fotografica. Qualsiasi cosa accada, non si prenderanno questa.”

“Ci battiamo?” chiede. “Se vengono ci battiamo o molliamo?”

Gilbert, l’autista, valuta la situazione. Accelera e dirige l’auto verso di noi attraverso l’erba. I nostri piedi sono su un terreno instabile, melmoso. Ci sono strani movimenti tutto attorno a noi, molte persone si stanno avvicinando. Il fiume è a sinistra. Sto valutando le mie scelte. Il fiume sembra essere l’unica possibilità.

“Ci batteremo,” dico alla fine.

“Bene”.

L’auto è più veloce dei membri della banda. Ci tuffiamo dentro. Gilbert si dirige alla strada. Quando siamo dentro, Douglas grugnisce. “Se un duro”.

E’ tutto quello che conta, qui. Il colore della mia pelle diventa irrilevante e lo stesso vale per il mio lavoro. L’unica cosa che ha valore nella baraccopoli è sei hai fegato.

***

L’agente Bobby Ogola presta servizio alla stazione di polizia di Buruburu. Buruburu è un luogo tosto e l’agente è un tipo tosto cui sembra non piacere nessuno, specialmente non i delinquenti e i profughi somali. In qualsiasi altro posto il suo atteggiamento sarebbe discutibile, definito razzista. Ma, di nuovo, è normale qui, nella zona di guerra chiamata baraccopoli:

“Ci sono troppe armi da fuoco nelle mani di giovani tra i sedici e i trent’anni. La maggior parte delle armi arriva dalla Somalia. Abbiamo casi costanti di sequestri d’auto, o di rapine violente, di stupri e assassinii. Ci sono anche sequestri di persona nelle Eastlands.”

Il dottore del dispensario nel centro di Kiriobangi calcola che in media muoiono di morte violenta circa dieci persone ogni fine settimana, solo in questa baraccopoli.

La maggior parte della gente di Nairobi vive in baraccopoli.

Mentre andiamo via, Gilbert, l’autista, conclude: “Scrivi di questi posti da anni … E’ assolutamente chiaro che la gente qui vive in una zona di combattimento. Vedi i loro bambini che soffrono la fame ogni giorno. Non c’è acqua corrente, niente lavoro, niente servizi igienici. Ma ci sono pallottole e coltelli. E ci sono paura e morti violente dappertutto.”

“Qui se ti ammali muori”, dice “Fire”. “La vita vale così poco. Naturalmente la gente muore di cancro e di altre malattie ‘complicate’, perché non ha modo di ottenere cure gratuite. Ma muoiono anche di malattie facilmente evitabili, come la malaria. Tutto quello che possiamo ottenere qui sono  antidolorifici, a volte.”

***

La colpa è del sistema? Tutti lo pensano, ma c’è anche quell’ostinata credenza che “non si può fare nulla” e “nulla può essere cambiato”.

Le élite sono troppo potenti e sono sostenute da numerose potenze occidentali. La corruzione è endemica, ma la corruzione non è nativa; è venuta dall’esterno, è stata importata e, come altrove, è entrata nella ‘cultura’ quando le élite locali sono state incoraggiate a collaborare con le potenze coloniali.

Anche se i parlamentari locali percepiscono alcuni dei salari governativi più alti del mondo, non è stanziato quasi alcun fondo per il miglioramento della vita nelle baraccopoli.

“Abbiamo un programma qui, abbiamo creato un’organizzazione”, dice Jitne Watere. “Stiamo cercando di aiutare le donne violentate. Ma dall’alto sono stanziati pochissimi fondi. E quei pochi che si sono svaniscono nella corruzione. Le donne s’incontrano, parlano e poi chiedono: “E poi?’ Ma non c’è nulla che possiamo fare.”

***

Mentre Venezuela, Bolivia, Cina, Vietnam e altri paesi socialisti sono riusciti a elevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, quegli stretti alleati o colonie virtuali dell’occidente, compresi Kenya, Uganda, Indonesia, Filippine e India, per citarne solo alcuni, si sono sviluppati e hanno poi perfezionato un assoluto disprezzo per la maggior parte del loro stesso popolo.

In Kenya si tengono elezioni, ma nessun partito politico maggiore rappresenta gli interessi della maggioranza impoverita. Il capitalismo estremo è al servizio soltanto di una piccolissima minoranza dei governanti immorali. Le statistiche sono manipolate e distorte, mentre i media sono subordinati al regime locale e a quelli stranieri.

Nairobi, Kampala, Giacarta, Manila, Mumbai, Città del Guatemala: lo stesso disegno di violenza urbana. Centri commerciali e hotel a cinque stelle circondati da filo spinato e zone di guerra. Ora ci sono visite organizzate alle baraccopoli. Ad alcuni europei piace vedere, provare il brivido. Una settimana nei parchi nazionali del Kenya e della Tanzania, poi poche ore a Kibera, a guardare la gente soffrire la fame e morire. E’ un’esperienza completa, qualcosa da mostrare ai vicini a casa o da diffondere sui media sociali. L’ho visto quando scrivevo della guerra in Jugoslavia. L’ho visto recentemente in diversi confini siriani. Turismo di guerra.

***

Tempo fa stavo filmando Kibera dai binari della ferrovia; quelli che passano attraverso la baraccopoli più vasta della terra. Ho messo la mia cinepresa professionale su un treppiede e ho cominciato a lavorare. Mi si è avvicinato un vecchio. Era ubriaco o fatto di miraa.

“Voglio la tua cinepresa”, ha detto. “Posso ammazzarti adesso e non me ne frega un cazzo di cosa sarà di me dopo. Ho l’HIV, non possiedo nulla, sto morendo.”

Ma non era in grado di uccidermi. Era debole, stava a malapena in piedi. I miei amici sono accorsi in aiuto non ma non ne avevo bisogno. L’uomo è scomparso dietro la collina. Era distrutto, tremante, e solo.

Dopo di ciò tutto era totalmente pacifico. Era pacifico per me, per le élite keniote e per il regime globale.

Ma presto, con il sole che cominciava a tramontare, laggiù in basso, nel mezzo della baraccopoli, i primi fuochi hanno cominciato a bruciare e hanno cominciato a risuonare i primi colpi d’arma da fuoco. Stava iniziando un’altra battaglia, la battaglia tra le vittime e le altre vittime.

I poveri sono morti obbedientemente mentre il regime globale è andato consolidando il suo controllo sul pianeta.

Tutte le foto sono di Andre Vltchek

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2013/05/24/misery-is-like-a-war/#.UZ9UwLpEqC4.email

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “Kenia: rapporto da una delle più dure topaie della terra

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Questo è quello che noi abbiamo chiamato il nostro progresso.