L’imperialismo ora uccide le storie vere

Redazione 17 maggio 2013 1
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di Andre Vltchek (da Counterpunch del 3-5 maggio 2013)

Niente spaventa di più il fascismo e il suo fratello maggiore, l’imperialismo, della gente vera e delle sue storie vere.

E’ perché le storie normali della gente normale sono così genuine e riflettono così accuratamente le loro autentiche paure, desideri e sogni umani che gli ideologi e i propagandisti del regime occidentale, sostenuto dall’iper-pseudo-realtà irreale, sentono, per la propria sopravvivenza, che è essenziale cancellare tali storie, spazzarle via dalla superficie della terra, cancellarle addirittura dai nostri ricordi.

I veri sentimenti umani intralciano; resisteranno, bloccheranno la via alla commercializzazione totale della vita e alla piena attuazione dei concetti perversi introdotti dall’Impero. Tale resistenza è descritta e glorificata nelle storie vere, rendendole ‘estremamente pericolose’ e potenzialmente fatali per il regime.

La natura umana è fondamentalmente ottimista e gentile; è prevalentemente equa e partecipativa. Se non è grossolanamente manipolata, ingannata, addirittura truffata, pone generalmente la vita degli altri ben al di sopra del freddo profitto. E’ disponibile alla compassione, al perdono e all’accettazione. Non è perfetta, lungi dall’esserlo, ma come ha dichiarato il filosofo e scrittore francese Albert Camus alla fine del suo brillante romanzo “La peste”: “c’è più da ammirare che da detestare negli esseri umani”.

E’ una pessima notizia per il fondamentalismo del mercato e per i padroni del mondo. Loro hanno necessità di assicurarsi che la maggioranza della razza umana sia costituita da individui avidi, persone aggressive, persone che non pensano e hanno sentimenti ma consumano e, se in realtà pensano, pensano a come ammassare di più, consumare di più; decisamente non a come costruire una società decorosa e ugualitaria.

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Ogni vita umana è fatta di storie, di storie vere e sincere. Alcune storie sono ‘comuni’ e possono aver luogo, con certe varianti, in ogni parte del mondo.

Un ragazzo incontra una ragazza e il loro amore è ‘proibito’ perché appartengono a classi, etnie o religioni differenti. Lottano insieme per il loro futuro contro ogni costume e tabù oppressivo e vincono o perdono. Ma dopo la loro epica lotta per la felicità il loro villaggio, o il loro clan, non sarà mai più lo stesso.

Un figlio di ricchi scende lungo la strada di un villaggio miserabile, proprio vicino alla sua villa. Incontra un vecchio o una vecchia. Si siedono a parlare per un po’.

Un povero contadino trasmette un messaggio a un giovane signore feudale. In seguito ciò provoca domande e dubbi; egli studia. Un decennio dopo si unisce alla rivoluzione per rovesciare la sua stessa classe. Quasi tutti gli uomini e le donne della rivoluzione hanno vissuto un momento simile in cui è stata detta loro la verità in una qualche polverosa strada di campagna: il Che, Lenin, Engels, Marx, Mao, Fidel, Chàvez.

Alcune storie sono estremamente uniche e possenti.

Come documentato in un grande libro scritto da Ron Ridenour, ‘Backfire’ [Contraccolpo], diversi uomini e donne di Cuba sono avvicinati dalla CIA e richiesti di distruggere il loro stesso paese, di uccidere innocenti, di causare esplosioni a bordo di aerei civili di linea a metà del volo, di assassinare leader cubani, di avvelenare esseri umani e raccolti con sostanze chimiche. Accettano; prendono soldi. Poi aderiscono immediatamente ai servizi segreti cubani e per anni lavorano come “agenti doppi” per proteggere, per salvare la loro amata Cuba. Non c’è alcun momento di esitazione. La patria non è una specie di merce, non è in vendita! Le vite personali di alcuni di loro sono rovinate nel corso della vicenda. Non trattengono denaro per sé stessi. Danno l’intera loro paga della CIA al loro paese, per comprare medicinali e altri beni di prima necessità. Passano false informazioni ai nordamericani. Alla fine la storia è resa pubblica. Salvano Cuba.

Tali sono le grandi storie di onestà, di coraggio, di progresso.

“La mia vita è la mia storia”, ha detto una volta un brillante regista cinematografico tedesco, Wim Wenders. L’identità di ogni persona, non importa quanto ricca o povera, quanto istruita o semplice, è fatta di ricordi e di sogni, e di reti estremamente complesse e affascinanti di storie.

Per la maggior parte, le storie ‘vere’ sono sagge e contengono indiscutibili scintille di umanesimo. Molte di esse mirano anche a qualcosa cui tutti aneliamo dal profondo dei nostri cuori: qualcosa di molto positivo, caldo, compassionevole e tenero. Agognano a buone conclusioni, non a qualche “lieto fine” tossico e rosa in stile Disney o Hollywood, bensì a finali solidi, giusti e decenti.

E’ esattamente per questo che le storie vere stanno diventando il bersaglio dei sicari assunti dall’Impero.

Al fine di saccheggiare e di manipolare incontrastato, l’Impero Occidentale ha presupposto di dover dare legittimità ai propri atti di terrorismo. Tali atti sono stati elevati al più alto livello morale.

Per farlo occorre disintegrate il pensiero logico e filosofico e poi introdurre un “nuovo pensiero”. Deve emergere un filone completamente nuovo di storie e deve cambiare anche il modo in cui le storie sono raccontate.

Qualcuno potrebbe chiedere: “Come si fa a far passare i crimini per altruismo?”

Si può, naturalmente, in quelle società che percepiscono la ‘realtà’ dopo essere state bombardate da enormi dosi quotidiane di pubblicità e propaganda, due facce della stessa medaglia, due sinonimi di menzogna e inganno.

Affinché il brutale Impero possa atteggiarsi a salvatore del mondo, ed essere considerato tale, per prima cosa va danneggiato il pensiero analitico della gente, la sua capacità di pensare deve essere drasticamente ridotta. Le storie che le vengono raccontate devono diventare ‘leggere’, ‘piacevoli’, estremamente distanti dalla realtà.

Lo spirito umano deve essere spezzato, la natura umana rimodellata.

Poi tutto ciò che è reale e onesto e puro nella gente deve essere trascinato in un bagno fangoso e torbido di nichilismo. Sulle cose un tempo sacre si deve sputare, l’ottimismo deve essere umiliato, e devono essere uccise la normale gentilezza e il normale calore umano.

Al loro posto vanno iniettati dei succedanei, a forza, se necessario.

E’ perché le azioni dell’imperialismo, come il costante saccheggio e la mercificazione della vita stessa, sono manifestazioni grottescamente innaturali; sono morbose e patologiche. E l’unico modo in cui possono essere accettate è che la realtà sia cancellata e sia sostituita da una ‘nuova’ pseudo-realtà raccapricciante e irrazionale.

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Se in migliaia di film decerebrati di Hollywood svaniscono in continuazione milioni di persone, vittime di robot mutanti, terroristi, insetti giganti o microrganismi che invadono la terra, allora il pubblico si assuefà e diventa “ben preparato al peggio”. Paragonata a questi orrori della pseudo-realtà, l’agonia reale di milioni di uomini, donne e bambini in luoghi come l’Iraq, la Libia o l’Afghanistan appaiono del tutto insignificanti.

“I loro bambini si ammalano di cancro a causa dell’uranio impoverito proveniente dalle nostre bombe, o semplicemente sono fatti a pezzi … beh, sai una cosa?, i nostri bambini sono divorati da tarantole mostruose o uccisi da terroristi arabi …” Queste parole non sono pronunciate, naturalmente. Il monologo ha luogo nel regno dell’inconscio.

Se un falso pescecane gigante comincia a rimpinzarsi di attori che interpretano nuotatori indifesi in una spiaggia da cartolina, tale terrore fittizio sconvolge più spettatori, e in misura molto maggiore, che non la violenza reale scatenata contro i prigionieri nei centri di tortura e detenzione statunitensi, quali Abu Ghraib o Guantanamo.

La pseudo-realtà è mirata a schiacciare la realtà.

Usando lo stesso concetto, gli spettatori tendono a provare un trauma molto più grande quanto la California continua a precipitare giù dalla scogliera nell’Oceano Pacifico, in uno di quei film catastrofici, di quanto provino leggendo delle dozzine di governi reali e onesti di tutto il mondo che sono rovesciati dall’Impero soltanto per il fatto di essere ‘troppo onesti’, anche quando milioni di persone vere muoiono in tale processo.

Psicologicamente per molti non esiste più confine tra la realtà e la pseudo-realtà. I consumatori dei film campioni di botteghino e dei media di massa sono stati resi immuni al terrore reale che l’Impero sta diffondendo in tutto il mondo, perché hanno già visto roba ‘molto più spaventosa’ trasmessa sullo schermo.

Contemporaneamente l’indottrinamento finisce codificato nel cervello delle persone; non sono più in grado di distinguere tra la chiara propaganda della BBC contro la Cina o Cuba e la realtà che incontrano quando visitano quei due paesi.

Alcuni oggi giudicano il mondo e prendono decisioni politiche e di altro genere strettamente in base a tale realtà ibrida o pseudo-realtà: “I cinesi hanno ucciso diverse migliaia di persone quando hanno silurato una qualche nave finta, come abbiamo visto nel più recente filmone di Hollywood, perciò noi dobbiamo finanziare la loro ‘opposizione’ e mandare le nostre navi da guerra nel mar della Cina Orientale, come deterrente alla potenziale espansione complottata da Pechino.”

E se i nostri studi cinematografici e i nostri scrittori popolari continuano a demonizzare i cinesi, i sudamericani, i russi, gli arabi, gli iraniani, i nordcoreani e molti altri, la minaccia immaginaria, in un qualche modo molto contorto ma ben calcolato ed efficace, improvvisamente comincia a giustificare aggressioni innumerevoli e reali da parte delle forze militari dell’Impero.

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L’Impero, che è costituito dai regimi fascisti occidentali che si definiscono ‘democratici’ e ‘liberi’, ha già assassinato diverse centinaia di milioni di esseri umani in tutti i continenti. Ha sganciato montagne di bombe e armi biologiche in innumerevoli paesi; ha fatto esperimenti sulla gente e ha rovesciato la maggior parte dei paesi che erano decisi a servire il proprio popolo. Ha assassinato presidenti e ha addestrato criminali che ha elevato al rango dei vertici dell’esercito, come è accaduto in Indonesia, in Cile, in Egitto, a El Salvador e in molti altri luoghi. Questi criminali in uniforme hanno ricevuto addestramento, in basi militari occidentali, sull’”arte” degli interrogatori, della tortura e degli stupri punitivi, e nella “sparizione” dell’opposizione.

Nessun altro sistema ha versato più sangue; nessun altro sistema ha saccheggiato più risorse e reso schiave più persone di quello che ci è detto di descrivere con espressioni nobili e benevole, come ‘democrazia parlamentare occidentale’ o ‘monarchia costituzionale occidentale’.

Ma gli scrittori di ‘nuove storie’ e i produttori di pseudo-realtà fanno il meglio assoluto che possono per bloccare questo modo di pensare. Non si discute sul fatto che il mondo è oggi totalmente schiavizzato dal neocolonialismo occidentale, che è controllato e oppresso al massimo livello possibile.

Il passato è già totalmente cambiato e riscritto, con collaboratori che escono dai ranghi sia del mondo accademico sia delle cosiddette ‘élite creative’ e ‘liberali’. Menzogne grottesche sono ripetute migliaia di volte e perciò, come fu suggerito dall’ideologo capo della Germania nazista, sono diventate verità. Come osservò cos’ correttamente Joseph Goebbels molti decenni fa: “Se si ripete abbastanza spesso una bugia, essa diventa verità.”

Le bugie sono ripetute a proposito di Cina, Unione Sovietica, America Latina, a proposto del colonialismo e del neocolonialismo, della Guerra Fredda, dell’Afghanistan e di così tanti altri luoghi ed eventi. Quasi tutte le narrazioni relative, eccetto quelle preselezionate, approvate e utili alla propaganda, sono state sradicate con successo, messe a tacere o quanto meno ridicolizzate.

All’interno dello stesso Impero quasi nessuno protesta, salvo quando si tratta di richieste di salari più alti e bonus migliori. Le masse occidentali sono diventate il gruppo di persone più compiacente e acritico che esista al mondo. E’ evidente dall’arte che producono e consumano, dalle loro affiliazioni politiche, dalle loro aspirazioni.

E’ stato sviluppato un sorprendente paradosso, senza che sia stato notato o osservato, a proposito del fatto che il sistema che ha professato sia le scelte individuali sia l’estrema centralità dell’ego è riuscito, in realtà, a ridurre una parte considerevole della razza umana a una massa obbediente, incosciente, sottomessa e spaventata di esseri uniformi convinti della propria superiorità.

L’individualità delle persone è svanita pressoché completamente. La loro identità è ora strettamente collegata e totalmente dipendente dall’identità artificiale delle stelle della televisione, dei musicisti popolari e dei giocatori di calcio.

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E’ logico ed essenziale che l’Impero cerchi di garantire che le storie vere siano screditate, distrutte, spazzate via dalla faccia della terra, al fine di prevenire deviazioni, al fine di garantire che il cervello umano smetta di dubitare e accetti quello che gli viene servito.

Persino gli alleati storici più stretti delle storie vore sono stati rapiti, corrotti e fatti oggetto di forzature: i libri, i film, la musica, il teatro, persino le fiabe.

Ma, con disappunto dei loro persecutori, pur se in pena terribile, abbandonate e infinitamente tristi, le storie non sembrano cedere. E’ perché sono coraggiose e orgogliose, come lo sono essenzialmente gli esseri umani, e sanno che da esse dipende così tanto, stanno tenendo le ultime linee di difesa contro il capitalismo genocida, contro la commercializzazione della vita stessa, contro il tentativo di sterminare la specie umana così come la conosciamo.

Da narratore so tutto questo, perché loro, le storie, mi parlano in continuazione. So anche che terremo quell’immaginaria linea di difesa fino alla fine, insieme, accade ciò che vuole, con altri che sono ancora capaci di pensare e di sperare, e di sognare.

Non smetteremo mai di raccontare storie, storie vere, perché è questo ciò che gli esseri umani hanno fatto per secoli e millenni: raccontare storie, ascoltare, imparare, leggere, avanzare, con riluttanza, inciampando, e tuttavia muovendoci. Terremo la linea di difesa contro il fascismo culturale, perché soccombere sarebbe semplicemente come tradire tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Per secoli e millenni le persone hanno sognato la giustizia e la gentilezza, hanno lottato per un mondo migliore in cui tutti abbiano un tetto sopra la testa, e cibo, istruzione e assistenza sanitaria gratuite, dove non ci siano paura né pericoli derivanti da bestiali e avidi usurpatori.

Le storie vere hanno recato con sé, al loro centro, tali sogni.

Molti anni fa ho incontrato in un vecchio Cafè Brasilero a Montevideo, Uruguay, uno dei più grandi scrittori latinoamericani, Eduardo Galeno, un uomo che ha scritto alcune delle storie più magiche e potenti del ventesimo secolo.

Prima di lasciarci ha detto:

“Sono un cacciatore di storie; ascolto le storie e poi le restituisco alla gente dopo aver sottoposto le storie a un processo creativo. La mia posizione è sempre che per non essere muti bisogna non essere sordi. Per parlare, si deve essere capaci di ascoltare. Sono un ascoltatore appassionato. Ascolto la realtà. La realtà è una magica dama, a volte molto misteriosa. Con me è molto appassionata. E’ reale non solo quando è sveglia, percorrendo le strade, ma anche a notte, quando sogna e quando ha degli incubi. Quando scrivo le rendo sempre tributo, a quella dama chiamata Realtà. Cerco di non deluderla.”

Se il regime decidesse di ridurci alla fame, noi narratori di storie vere, preferiremo, come nel meraviglioso racconto di Gabriel Garcia Marquez “Nessuno scrive al colonnello”, piuttosto “mangiare merda”, che tradire la magica dama chiamata Realtà. Le storie, la realtà, non sono in vendita, come non è in vendita la realtà stessa.

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Nell’ultima pagina di una vecchia copia del romanzo “Il fiume di fuoco”, scritto da Qurratulain Hyder, ci sono delle lettere e dei numeri scritti con una semplice matita: D.K. 30-9-99 24036.

Non ricordo come ho ottenuto il libro, e non so che cosa realmente significhino quei numeri. La grafia non mi è famigliare. Ma certamente vogliono dire qualcosa: qualcosa di molto significativo, un’altra storia, un simbolo scritto a matita in uno dei più grandi racconti mai scritti in India. Entrambi, ‘Il fiume di fuoco’ e la nota a matita inducono a sognare e a usare l’immaginazione, a essere vivi.

Come non si potrebbe definire amore la pornografia, le “nuove storie” che modellano la nostra visione del mondo e penetrano la nostra psiche, in realtà non sono affatto storie vere. Sono sostituti, impiantati al fine di sostituire permanentemente la cosa reale.

Uccidono la vita stessa negli esseri viventi reali.

Quegli interminabili inseguimenti in automobile, quegli insensati massacri di migliaia di esseri umani in quasi ogni film, scenari di disastri e dell’orrore generati al computer, hanno tutti ben poco a che fare con la vita vera.

Le ‘nuove storie’ sono più simili a sostanze stupefacenti, narcotici, sigarette riempite di prodotti chimici, o a una gran brutta sbronza.

In tutto il mondo miliardi di spettatori presi al laccio, adulti e bambini, donne e uomini, persino anziani, guardano adesso la stessa immondizia, fatta di trame e immagini e scenari fantasmagorici,  il tutto prodotto al computer.

Come nel caso della Paris Review gestita dalla CIA, i narratori sono stati incoraggiati a elevare la forma sopra la sostanza.  Ci si aspetta che noi ‘osiamo’, mostrando molti genitali femminili nella nostra arte, descrivendo altrettante situazioni strabilianti, inventando ‘drammi personali’ ed epiche ricerche di ‘autorealizzazione’.

Tutti gli appelli per una società ugualitaria, alla ribellione, alla rivoluzione, alla fine del neocolonialismo, del terrore di stato, della propaganda, sono stati trasformati in un tabù assoluto.

“La politica è noiosa” è uno dei principali messaggi che siamo incoraggiati a diffondere.

Perché ci si aspetta che la gente non si immischi in ‘quelli che non sono affari suoi’. Governare il mondo è riservato alle grandi imprese e ai pochi criminali con eccellenti pubbliche relazioni. Gli elettori esistono solo per dare legittimità all’intera farsa. E se non lo fanno, finiscono massacrati come nel brillante romanzo intitolato ‘Saggio sulla lucidità’ dello scrittore portoghese Jose Saramago.

O come nella vita reale gli europei sono stati massacrati in Francia, Italia e Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale quando stavano per votare i comunisti al potere, ma si sono invece trovati di fronte i vecchi nazisti che erano stati messi all’opera dagli alleati occidentali, concretamente dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, per assassinare i dirigenti e i sostenitori della sinistra. I nazisti vincitori sono stati poi spediti, discretamente e con tutto il loro bottino ricavato dalle vittime ebree, nel distante Sud America, dove ne ho incontrati e intervistati alcuni e i loro figli in Paraguay, Cile e Peru.

Ma non pensateci neanche a scrivere storie al riguardo.

“Colonia Dignidad!” mi fu allora detto da uno dei direttori della principale rivista tedesca, Der Stern, quando gli presentai le foto e le vere storie incriminanti della colonia tedesca omicida nel sud del Cile. A un certo punto scoppiò a ridere: “Mai più!”

Le storie vere hanno ridicolizzato quell’organizzazione del mondo. Le storie vere sono sempre state ‘politiche’, perché tutto ciò che conta è  di fatto ‘politico’. L’istruzione e l’assistenza sanitaria sono politiche e così lo sono la casa, la pianificazione urbana, le aree verdi, la corruzione, le arti, la religiosità o la laicità, e perciò anche l’amore e il modo in cui può, o non può, essere espresso.

I grandi romanzi sono sempre stati politici e ciò cui assistiamo ora, alla loro depoliticizzazione, è anormale, persino perverso, artificiale. Molte grandi canzoni erano politiche, e lo sono tuttora, in America Latina, in Russia, o in Cina.

Persino Hollywood è occupata di politica in alcuni dei suoi film migliori come ‘Tutti gli uomini del Presidente’, ‘Il maratoneta’, ‘Non si uccidono così anche i cavalli?’, ‘Come eravamo’, ‘Il bacio della donna ragno’, tanto per citarne alcuni.

Il cinema francese era politico quasi per definizione e lo stesso vale per quasi tutto ciò che è arrivato dagli studi latinoamericani e italiani, direttamente o indirettamente. E i sovietici raccontavano le loro storie a proposito del salvare il mondo dal fascismo e di come tentare di costruire una società senza classi.

Tutto ciò andava fermato, con ogni mezzo.

Lenin osservò molto correttamente che il cinema è l’arte più importante quanto all’influenza sulle masse. Lo sapeva e ne parlò, ma fu il regime occidentale a fare un uso perfetto di tale fatto.

Per rendere frammentato il mondo, per controllarlo agevolmente, l’Impero si è assicurato che gli scambi culturali tra i continenti fossero decisamente interrotti. Tutto doveva essere ricanalizzato attraverso ‘snodi’ dove le informazioni e i messaggi potessero essere controllati, selezionati e infine modificati. Tali snodi erano New York, Londra, Los Angeles, Miami: tutti dipendenti da quali parti del mondo dovevano essere influenzate e attraverso quali media.

Los Angeles è il centro dell’indottrinamento e della de-intellettualizzazione visuale, mentre Miami è, tra altre cose, il centro per togliere il mordente e trasformare in pop decerebrato la forma musicale più politica della terra, la salsa, che in origine proveniva da Cuba e dal resto delle isole caraibiche.

Se non distrutta direttamente, la maggior parte dei grandi pilastri narrativi di diverse parti del mondo doveva essere interamente ‘riformulata’ e solo allora ridistribuita diffusamente in tutto il mondo, nella sua nuova forma brillante e vana.

I punti di forza dei capolavori cinematografici russi, giapponesi e francesi sono stati amputati da patetici rifacimenti hollywoodiani.

Gli anglossassoni sono diventati a quel punto gli unici cui era consentito presentare al mondo intero le loro versioni delle storie. Ed essi perfezionarono davvero tale narrazione indottrinante, da lavaggio del cervello, per il consumo istantaneo da parte, a quel punto, di spettatori interamente omologati in tutto il mondo.

L’obiettivo principale è chiaro: assicurarsi che la gente non pensi. Non dovrebbe pensare quando legge, quando ascolta musica, quando guarda film. Non dovrebbe pensare granchè in assoluto: solo studiare nei propri settori specialistici, lavorare per imprese, consumare, votare come viene richiesto e obbedire. Altrimenti …

Oggi alla gente sono propinate, a livello globale, le stesse dottrine, così come sono propinati gli stessi prodotti. E’ nata una religione interamente nuova di ‘essere fighi’ e di ‘stigmi’, propagata dai media elettronici e sociali, a loro volta alimentati dalle principali multinazionali.

Essere ‘fighi’ è stato trasformato nell’esatto opposto di ciò che è stato per secoli. Ora significa non pensare, essere come gli altri, essere ‘leggeri’, chiacchierare in rete, scambiare messaggi e informazioni insignificanti, desiderare gli stessi prodotti, avere lo stesso aspetto, accettare ciò che professano l’Impero e il fondamentalismo del mercato. I pochi esseri pensanti sono stati irrisi ed emarginati, sin dall’età più giovanile; sono stati umiliati e alla fine costretti a rientrare nei ranghi.

L’idea è stata semplice: “Vi renderemo stupidi, conformisti, disinformati, privi di immaginazione. Poi vi concederemo la facoltà di scegliere ed è probabile che chiederete ancor più intrattenimento, ancor più conformismo, ancor più media sociali, alti sogni chimici. Non protesterete, non chiederete il cambiamento del sistema. Lavorerete duro per rendere più ricche le élite e consumerete quello che vi sarà detto di trovare desiderabile. Amen.”

“Noi – il vostro regime e voi – saremo allora legati da una simbiosi perfetta.”

Si è andati oltre. A un certo punto gli ideologi occidentali e i loro canali mediatici si sono assegnati il diritto esclusivo di giudicare, di erigere concezioni morali.

E’ come se qualche banda di delinquenti invadesse una qualche città di confine, uccidesse gli uomini, violentasse le donne e rapinasse la banca. Il giorno successivo i membri della banca catturano un qualche miserabile ladro di biciclette che ha approfittato della confusione. Il ladro è processato e condannato a numerosi anni di carcere per il suo ‘terribile reato’. I delinquenti si atteggiano a eroi e salvatori.

Questa, in effetti, sarebbe una storia estremamente buona da raccontare. L’intera farsa è così ridicola, così trasparente. Ma, scandalosamente, nessuno ride, decisamente quasi nessuno ride in occidente!

***

Uno dei più grandi film mai realizzati – ‘I sette samurai’ di Kurosawa – è stato rapidamente oscurato da un rifacimento di Hollywood, ‘I magnifici sette’, perché dovevano essere i cowboy statunitensi, noi i samurai giapponesi, ad avere il diritto mostrare al mondo i veri parametri morali.

Naturalmente Kurosawa era un realista socialista e i suoi primi copioni furono totalmente inaccettabili per il regime occidentale. E’ anche importante ricordare che Kurosawa, dopo la guerra, era impegnato a trovare modi per sottrarsi alla censura imposta all’arte giapponese dall’amministrazione d’occupazione statunitense.

Come i film, anche tutte quelle brillanti fiabe di tutto il mondo dovevano essere sequestrate, riciclate, private di mordente, i loro messaggi sociali ridotti a zero. Disney ha riconfezionato quelle potenti e minuscole creature provenienti da ogni angolo della terra in un’orrida concezione da fast-food delle favole; le ha distrutte e umiliate, trasformate di kitsch rosa e giallognolo.

Anche in quei paesi che avevano una cultura e tradizioni antiche, come la Tailandia e l’Indonesia, non resta quasi nulla delle leggende originali: i bambini crescono completamente dipendenti da giocattoli prodotti in serie progettati al computer in laboratori degli Stati Uniti, invece di affidarsi ai loro narratori e alle proprie meravigliose leggende. E’ lo stesso che con il cibo spazzatura e, in seguito, con le sigarette.

Tutte le identità sono state spazzate via, ogni creatività e originalità è stata distrutta. Persino le ninnenanne originali stanno ora scomparendo da molte parti del mondo.

***

Scrittori, pensatori, giornalisti, registi – la maggior parte di essi, gradualmente – sono diventati obbedienti propagandisti del regime.

Così si è materializzata l’orrenda profezia di Orwell e Huxley, tranquillamente, senza alcun grande dramma o ‘evento significativo’. Ovviamente il dramma vero – il massacro di centinaia di milioni di innocenti, uomini, donne e bambini in ogni angolo del mondo – va avanti da secoli. Ma le vittime sono state, come le ha chiamate  Orwell, ‘non-persone’, è perciò non è importato a nessuno.

Poi improvvisamente, tutto è finito sotto controllo. Il flusso delle storie si è virtualmente interrotto. Non sappiamo quando esattamente sia successo. Nessuno lo sa.

***

Penso spesso a storie vere in questi giorni oscuri della talebanizzazione occidentale del pianeta. Traggo ispirazione e ottimismo da esse.

Non troppo tempo fa, solo una ventina d’anni addietro, nei primi anni ’90, ero appena un ragazzo, un giovane giornalista che si occupava del continente sudamericano.

Non dimenticherò mai il dinamismo, lo zelo e il coraggio delle persone che incontrai in Cile, Argentina, Peru e Colombia. Il mio romanzo, il mio ribelle Point of No Return [Punto di non ritorno] che è appena riproposto ai lettori inglesi dopo essere stato interamente rivisto, fu molto influenzato da quegli anni passati in America Latina.

Il Cile e l’Argentina si stavano appena risvegliando dai loro terribili incubi, dalle brutali dittature sostenute dall’occidente. Entrambi i paesi stavano cercando di venire a patti con il proprio passato, di ricostruire le proprie società.

Il Peru era ancora consumato da una brutale ‘guerra sporca’.

Le storie erano dappertutto; cercavano narratori, facevano a gara per la nostra attenzione, ci davano la caccia.

Stavo ancora a New York all’epoca, dove conoscevo dozzine di aspiranti scrittori e registi, molti dei quali si lamentavano continuamente di ‘non sapere cosa scrivere’.

Erano i giorni post-Reagan; New York era atomizzata, frammentata, con miserabili quartieri poveri e senzatetto dovunque; gente a marcire agli ingressi della metropolitana, uomini e donne che morivano morti solitarie, abbandonati dalle famiglie e dalla società. Ma gli scrittori si concedevano il lusso di non sapere cosa dire!

Era il periodo in cui l’Impero stava consolidando il suo potere all’estero, dal Sud all’Africa Centrale all’Asia sudorientale e al Medio Oriente. L’Unione Sovietica, il paese in cui sono nato, si stava decomponendo dopo la trappola afgana, sotto il terribile regno di un imbecille ingenuo e poi di un altro, un brutale e famigerato alcolista e protegé dell’occidente.

Facevo la spola tra il risveglio dell’America Latina e l’assoluto ristagno dell’occidente, dove gli scrittori erano troppo occupati a soffrire per le proprie crisi d’identità per notare quello che succedeva nel mondo!

***

Ricordo quando estasiato mi sentii in alto sulle Ande. Naturalmente non a causa della guerra, bensì grazie alle storie, a una quantità incredibile di esse, la maggior parte delle quali era vera.

Là l’aria era sottile e così era la propaganda angloamericana. Là le storie avevano un fermo controllo sulla vita.

La gente parlava. Io ascoltavo. Era com’era stato da sempre, per millenni, e tutto sembrava giusto. Ho imparato come raccontare storie nelle Andre peruviane e boliviane. Ho imparato come ascoltare. A volte ci voleva una notte intera per ascoltare una storia breve e semplice in una capanna d’argilla, ma ne valeva sempre la pena.

Una notte il mio fotografo inglese ed io lasciammo la città di Ayacucho nel mezzo della notte, tremanti fin nelle ossa.

Solo due giorni prima eravamo stati fermati dal Sentiero Luminoso, Sendero Luminoso, processati sommariamente al lato della strada e poi condannati a morte. Vero, riuscimmo a sottrarci all’esecuzione spiegando, onestamente, la nostra avversione sia nei confronti del presidente Fujimori sia dell’imperialismo yankee. Ma eravamo ancora sconvolti poiché le nostre giovani vite avrebbero potuto finire lì, sul ciglio della strada, in un attimo.

Ayachuco significa ‘angolo della morte’; è un luogo magnifico ma dannato in alto sulle montagne, molto indigeno e maltrattato da secoli di colonialismo e dei conseguenti costumi feudali.

Era buio pesto e avevamo acceso tutti i fanali della nostra Land Rover, scossi dal mal di montagna, guidando velocemente per ‘volare’ sulla sconnessa strada sterrata. Eravamo in missione per una grande rivista ed eravamo giovani e decisamente non arrendevoli.

A una curva una donna indigena si gettò sotto le nostre ruote. Balzò, poi si inginocchiò supplicando. Schiacciai i freni. Avrebbe potuto essere una tipica trappola; e avrebbe potuto essere la nostra fine. Ma la donna stava piangendo di dolore, era in avanzata gravidanza, indicando che stava per partorire. Poi unì le mani in una potente supplica.

Ci fermammo. Non avevamo idea di cosa fare. Due induriti reporter di guerra con una grande auto con tutta quell’attrezzatura all’interno, totalmente impotenti, goffi, stupidi una volta posti di fronte a una nuova vita che chiedeva il nostro aiuto.

La caricammo letteralmente sull’auto, la mettemmo sul sedile posteriore e, tanto per fare qualcosa, facemmo suonare alcune ballate cilene sullo stereo dell’auto. Cercavamo di farla sentire meglio.

Quello che seguì fu un casino, un casino totale! E da quel casino nacque una creatura. Una bambina. Nacque viva e sopravvisse; ci assicurammo tutti che sopravvivesse. E noi due, due giovani non così rispettabili che stavano scambiandosi barzellette orribili solo pochi minuti prima, mentre i nostri occhi erano incollati sulla strada polverosa a circa 4.000 metri di altitudine, alla ricerca di mortali pattuglie militari, stavamo ora saltellando attorno a quella bonaria matrona indigena, asciugandole il sudore dalla fronte, cercando di renderci utili almeno in qualche modo.

Alla fine trasportammo entrambe – la madre e la minuscola figlia – al villaggio successivo dove trovammo una levatrice disponibile. Da assistenti alla nascita fummo un totale fallimento, ma per settimane ci sentimmo infinitamente orgogliosi e la bambina – la neonata – vive ancora nei miei ricordi, come la bambina più bella e più cara.

Fu una delle storie più grandi in cui mi sia mai imbattuto, semplice e pura come un ruscello, là dietro, in alto sui monti.

In seguito ho visto scene simili al cinema. Gli uomini che cercavano di aiutare erano sempre sensibili, comici e assolutamente irrealistici.

Noi non eravamo affatto sensibili. Era una guerra, una guerra brutale, e faceva freddo e la donna era stata probabilmente abbandonata dal suo uomo, cacciata da casa … Non era una storia felice, ma era umana e alla fine, una buona storia, e probabilmente rese entrambi noi, due uomini migliori.

Dopo di ciò ho visto la morte in molte, troppe occasioni, ed era necessario vederla. Non mi rammarico di aver visto la morte, perché è così che è organizzato il mondo, ed io non posso scrivere di cose di cui non sono mai stato testimone.

Chiunque sia stato in guerra sa che quello che è mostrato nei film di Hollywood è semplicemente una menzogna. Ho descritto la guerra nel mio Point of No Return e la sto descrivendo di nuovo nel mio più recente romanzo di 1.000 pagine.

E’ importante scrivere della guerra, delle storie che uno vive nel corso della battaglia e in città e paesi devastati. Perché quasi tutte le guerra della storia moderna sono causate, sono scatenate da noi, dall’occidente. Perché la nostra ‘cultura’, la nostra brutalità, la nostra avidità ha causato la perdita di centinaia di milioni di vite, in tutto il mondo.

Le nostre guerre ‘vere’ ora sono diventate ‘a distanza’. Abbiamo inventato i bombardamenti a tappeto, abbiamo sganciato una bomba A, abbiamo ucciso milioni di uomini, donne e bambini in Indocina. Li abbiamo uccisi prevalentemente con i nostri mostri volanti, sganciando milioni di tonnellate di acciaio su borghi e villaggi poveri pieni di gente che voleva soltanto essere davvero libera, libera dalle nostre imposizioni e dal nostro terrorismo.

E adesso usiamo i droni. Non osiamo nemmeno più far volare quella merda di pesante metallo.

Tutto questo perché siamo codardi e la nostra cultura è, insieme, di despoti e di smidollati. E per rendersene conto, il solo modo per capirlo consiste nel leggere e osservare storie vere di quelli che siamo andati brutalizzando e torturando.

Ma non vogliamo farlo. Ci tappiamo le orecchie con le mani. Ci rifiutiamo di sentirli parlare e ridere, ci assicuriamo di non sentirli piangere e gridare. Li stiamo uccidendo, ma lo stiamo facendo ‘chirurgicamente’, a distanza, mentre guardiamo in televisione tarantole che divorano le nostre città, mentre ci rimpinziamo di cibo preconfezionato e acquistiamo giocattoli per i nostri bambini piccoli, giocattoli che non hanno più né cuore nè anima.

Ci siamo trasformati in idioti totali, e uccidiamo, anche, come idioti.

Oliver Stone ha realizzato film su come abbiamo ‘combattuto’ le guerre. Sono i più vicini alla realtà. Sono anche un’eccezione e a molti non è piaciuto quello che hanno visto.

Il popolo sovietico ha combattuto una guerra vera e ha salvato il pianeta. Ha anche contribuito a liberare dozzine di paesi dal colonialismo occidentale. Senza di esso non ci sarebbe libertà in Africa, Medio Oriente e nella maggior parte dell’Asia. Ma questi fatti sono soppressi e non possono essere menzionati.

Quello che pure non può essere menzionato è l’eroico, e al tempo stesso umile, coinvolgimento del popolo cubano nella lotta di liberazione africana.

I sovietici hanno prodotto anche grandi film sui combattimenti e sulle vittorie in guerra, e sull’averci salvato dal fascismo: “Volano le gru”, “La ballata del soldato”, “Le albe sono tranquille qui”, per citarne solo alcuni.

Quelle splendide storie russe sono completamente sconosciute, dai film ai romanzi moderni, persino quei brillanti cartoni animati che hanno realizzato per i bambini.

L’occidente, che all’inizio ha combattuto di malavoglia i nazisti tedeschi contemporaneamente commettendo crimini contro l’umanità in Africa, Medio Oriente e Oceania, si è assicurato che tutto ciò che era collegato all’eroica lotta della Russia sovietica fosse trascinato nel fango, e in seguito ha usato la stessa tattica contro la Cina e l’America Latina, particolarmente contro Cuba.

Cuba è il nemico maggiore, un paese che l’occidente ha demonizzato e cercato di distruggere con la guerra chimica, il terrorismo e un’incessante propaganda.

Perché Cuba? Perché Cuba ha tre cose che il regime occidentale non ha: ha cuore, ha umanità e ha fegato.

***

C’è una qualche opposizione vera, o almeno dell’autocritica, in occidente? O l’occidente sta sempre più assomigliando al suo alleato dei vecchi tempi: i talebani?

Nessun film mostra l’aperto razzismo di Winston Churchill e le sue teorie a proposito delle “razze bestialmente inferiori”, né molti altri mostri coloniali come il primo ministro britannico David Lloyd George che, mentre il suo paese bombardava civili iracheni a metà degli anni ’20, affossò una proposta internazionale di messa al bando dei bombardamenti aerei con la frase: “Dobbiamo riservarci il diritto di bombardare i negri.” Difficilmente a storie che svelano il terrore scatenato contro le colonie, in pratica contro il mondo intero, è consentito di dominare la psiche degli europei e degli statunitensi.

Busti e monumenti ai razzisti e ai criminali peggiori decorano oggi Londra e le principali città britanniche, così come le statue del re belga Leopoldo II, un assassino di massa responsabile del massacro di dieci milioni di congolesi e di aver tagliato le mani a quelli che non lavoravano abbastanza velocemente per riempire i suoi forzieri, sono disseminate in tutta Bruxelles.

La storia più grande e più spaventosa, quello della schiavizzazione del mondo da parte dei tiranni europei e poi di quelli nordamericani, non è mai stata narrata. Le storie della resistenza a questo continuo terrorismo senza precedenti sono perpetuamente soppresse.

***

Così eccomi qui di nuovo, in Egitto.

Un minaccioso veicolo blindato sta spostando il suo cannone da sinistra a destra, come se cercasse qualcosa, qualcuno. Mi supera è io posso vedere chiaramente l’interno della sua canna. Non si ferma, mi ignora, come se non fossi quello che sta cercando.

Continuo a lavorare, senza fretta, a fotografare e filmare e poi a fotografare di nuovo. Lavoro in modo ripetitivo, ogni mossa calcolata.

Poi qualcosa mi colpisce al torace. Non senza quasi dolore, assolutamente non troppo dolore, solo un po’.

Ho pensato che fosse una pallottola; dicono che non si sente molto dolore nei primi istanti, nei primi secondi dopo essere stati colpiti. Non ho voluto guardare in basso, perché se ero stato colpito da una pallottola al torace presto tutto sarebbe finito; la mia vita folle, tutte quelle avventure e battaglie che ho vissuto quasi da quando ero un bambino. E così ho continuato a lavorare, per inerzia.

C’era un fumo disgustoso in tutta la strada e presto mi sono reso conto di non essere stato colpito da un proiettile bensì da un candelotto lacrimogeno vuoto.

Ero vivo e improvvisamente, quasi a festeggiare quel fatto, quel miracolo, la mia mente è riandata alla scritta a matita nell’ultima pagina di Il fiume di fuoco.

E ho ricordato il voto di una ragazza, una domestica di nome Ratan, da The Postmaster [L’ufficiale postale], il primo della trilogia Three Daughters [Tre figlie] diretto da uno dei registi più brillanti di tutti i tempi: Satyajit Ray. Mi sono ricordato la sua storia, in origine scritta da Tagore:

Un nuovo ufficiale postale arriva da Calcutta in un piccolo villaggio. Ratan, una domestica, un’orfana “gli viene data”. Egli è gentile con lei; non la picchia come faceva il suo precedente “padrone”. Ma il villaggio lo annoia. Comincia a insegnarle come leggere e scrivere. Le parla. Sono spaventati da una terribile tempesta, insieme. Lui cade malato. Lei si trasferisce a casa sua; resta accanto a lui, notte e giorno, sveglia e gli salva la vita. Si innamora di lui anche se non viene pronunciata alcuna parola di intimità. Lui si riprende. Decide di andarsene. Arriva un nuovo ufficiale postale. Lei incontra il suo amore in una strada vuota, mentre lui sta partendo. Le lo guarda, per l’ultima volta. Lui si ferma e poi prosegue. Queste immagini, pressochè sconosciute fuori dall’India, sono tra i momenti più belli del cinema mondiale.

“Che storia,” penso. “Che storia grandiosa!”

Il fumo stava a quel punto coprendo l’intera superficie della strada. “Che cosa sto facendo qui?” ho pensato, solo per una frazione di secondo.

Ma inconsciamente lo sapevo: ero al fronte, da anni, a combattere per la sopravvivenza delle storie vere. Quelle che ci circondano; piccole ma profonde, spaventate e umiliate da produzioni multimilionarie provenienti da Hollywood e da Disney, con il loro falso pathos e rumore e bugie.

Guardando il cannone ho pensato che i filosofi, non solo i narratori di storie, sono ‘fuori moda’. A entrambi è stata assegnata l’identità di giocattoli di legno, fatti con amore ma ora obsoleti, gettati nell’oblio dall’iper-realtà, dai media elettronici, con emozioni e interazioni umane ridotte a pochi latrati abbreviati incoerenti.

Ho premuto il pulsante. La mia pesante macchina fotografica professionale ha registrato un momento: una bambina che si aggrappa a sua madre, con il gas lacrimogeno che le brucia gli occhi. Ma la sua storia, la sua storia minuscola e reale come potrebbe competere con degli insetti giganteschi che invadono la terra? Come potrebbe commettere con l’orrore dell’intera California che precipita dalla scogliera in quei film catastrofici di Hollywood?

Quello che sto in realtà cercando di fare qui è cercare disperatamente di registrare gli ultimi squarci di umanità. Il dolore vero, i desideri e le speranze veri, e sì, il vero amore.

Per registrare tutte quelle storie che stanno svanendo ho continuato a spostarmi in estremità geografiche, in alcune delle parti più inaccessibili del mondo, in zone di conflitto e di guerra. Sono stato mosso da un astio assoluto per la realtà virtuale, che stava tentando di uccidere la compassione, le speranze, i sogni e persino l’amore. E non occorre dire che la realtà virtuale ha provato un astio assoluto per persone come me.

Mi sono aggiustato la camicia sudicia e ho controllato gli occhiali. Intatti. Le macchine fotografiche funzionavano. Il mio corpo funzionava. Il nome di quella ragazza nel film di Ray era Ratan. La scritta a mano alla fine di ‘Il fiume di fuoco’ diceva: D.K. 30-9-99 24036. Qualsiasi cosa significasse.

Il cannone si è spostato di nuovo; questa volta da destra a sinistra. Di nuovo non si è fermato. Ero vivo. E il mio cuore era ancora a sinistra, al suo posto, e pulsava regolarmente spingendo sangue rosso attraverso le mie vene. E non avrei smesso di raccontare storie ‘vere’ fintanto che ci fosse stato quel movimento naturalmente centrato a sinistra nel mio torace gonfio.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. E’ ora ristampato e disponibile il suo romanzo politico rivoluzionario acclamato dalla critica ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno]. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia, l’arcipelago della paura] (Pluto). Ha appena completato il documentario ‘Rwanda Gambit’ a proposito della storia del Ruanda e del saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente vive e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato attraverso il suo sito web.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2013/05/03/imperialism-is-now-murdering-stories/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 17 maggio 2013 alle 22:38 -

    Dovessimo impiegare una vita intera sarà vitale imparare a pensare, far capire a se stessi che abbiamo un obbligo verso la nostra dignità e che questa deve anelare alla libera espressione del nostro criticismo. Nessuno dovrebbe piu potere dirci nulla senza l’onore di una dimostrazione argomentata.

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