Razzismo e violenza sessuale in Indonesia (dove la paura domina le strade)

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di Andre Vltchek – 10-12 maggio 2013

Mio buon amico, una signora indonesiana cinese è stata afferrata e aggredita in pieno giorno nel centro di Giacarta.

Quando è successo io mi trovavo in Giappone e abbiamo scambiato numerosi messaggi e email. Non è stata la prima volta che le è successa una cosa simile e lei si è sentita umiliata, piegata e totalmente vulnerabile.

“Vorrei essere nata diversa, non cinese. Vorrei avere l’aspetto di tutte le altre,” ha scritto.

Ho passato un giorno a convincerla che non c’era nulla di sbagliato nell’essere cinese o nell’appartenere a un altro gruppo etnico. Era l’Indonesia che aveva mancato nei suoi confronti; il paese che dal 1965 ha attuato tre genocidi interamente appoggiati dall’occidente, il paese che ha utilizzato la violenza sessuale per paralizzare la propria popolazione mediante la paura.

Ho chiesto alla mia amica di scrivere, di fornirmi tre racconti, uno il suo e due di altre. Le ho chiesto tre esempi semplici. “Io li metterò in contesto”, le ho promesso.

Mi ha detto ‘sì’ e ha mantenuto. E io ho messo insieme le loro storie semplici, ma simboliche, in una storia molto più vasta e terribile che non è mai stata raccontata: una storia dell’inimmaginabile violenza sessuale che le donne indonesiani hanno dovuto subire dal 1965.

Tale storia è sempre stata un tabù qui, ma finalmente mi sono reso conto che deve essere raccontata, senza ambiguità e in un linguaggio semplice.

***

Per prima Anna mi ha raccontato la sua stessa, recente vicenda.

Il mio ufficio si trova a Jalan Wijaya. Ci sono tre piccoli caffè e ristoranti, “warung”, in quell’area ma questa volta siamo andate in uno che è a circa dieci minuti di distanza.

Non avevo mai sperimentato nulla di eccezionalmente “brutto”, muovendomi nell’area. Naturalmente alcuni giovani e studenti sul lato della strada mi sfottevano verbalmente, ma non ho mai prestato molta attenzione a ciò, perché sono sempre stata presa in giro in altre parti della città, anche nello spostarmi dalla stazione di Lebak Bulus a casa.

In realtà, quelli che Anna considera “normali prese in giro” erano sentirsi gridare espressioni come: “Dove stai andando, bellezza? Sei sola?” E a volte: “Ehi, bianca!”. C’erano anche grossolane imitazioni della lingua cinese. E non erano soltanto i ragazzi a farlo, ma anche autisti alla stazione dell’autobus; quelli che parodiavano il cinese tutto il tempo, ogni volta che la vedevano.

Quel giorno stavo camminando leggermente distante dal marciapiede e improvvisamente alcuni studenti in bicicletta mi si sono avvicinati e mi hanno afferrato il sedere, strizzandolo.

Poi sono scappati, guardando indietro verso di me; a me, ridendo e rivolgendomi quello sguardo vittorioso; pieno di orgoglio per essere riusciti a umiliarmi.

Ero così sconvolta perché davvero non lo avevo previsto, non me l’aspettavo.

Sono rimasta impietrita per diversi minuti, cercando di farmi una ragione di quanto era appena successo.

Ma condizionata dall’aver trascorso la sua intera vita in Indonesia, Anna non se l’è presa con gli aggressori, non è corsa alla stazione di polizia (“Mi avrebbero tormentata là, o peggio”, mi ha spiegato). Invece ha provato vergogna per la sua identità:

Quando mi sono ripresa un po’, la mia prima sensazione è stata: “Odio il mio aspetto cinese … se solo non fossi cinese non apparirei diversa dalla maggioranza. Se solo avessi una pelle più scura e occhi più grandi non sentirebbero il desiderio di farmi cose simili.”

C’erano altre persone, donne e uomini, che percorrevano la via, perché non loro? Perché io?

Le mie due amiche hanno cercato di calmarmi e non c’era in effetti molto altro da fare se non “lasciar perdere”. O semplicemente stare più attenta la prossima volta.

Quando sono tornata in ufficio mi hanno chiesto: “Stai bene?” Poi mi hanno detto: “Sii forte… “ e le  altre hanno semplicemente cercato di apparire interessate ma mi hanno anche rivolto quello sguardo da “Grazie a Dio non sono cinese”.

Mi vergognavo così tanto ed ero così triste. Ho anche pensato: “Cosa posso fare? Questa è l’Indonesia. Questo è il mio destino inevitabile da cinese che vive in questo paese. Se questo non fosse successo ora, sarebbe successo in un’altra occasione.”

E, francamente, quando ti sei offerto di scrivere al riguardo ho avuto i miei dubbi, perché non ero nemmeno sicura se sarebbe stato bene parlare di cose simili. Sembra essere così ‘biasa saja’ per tutti qui, una tale “cosa normale”.

Siamo formate sin dall’inizio a semplicemente accettare tutto quel che viene. Come se non ci fosse nulla che possiamo fare, come se fosse il nostro destino inevitabile; un destino che non ci è neppure permesso decidere.

****

Anna non è il nome vero della mia amica. Quasi nessuna delle vittime indonesiane di molestie, violenze, persino di stupro oserebbe mai rivelare la propria identità.

Dopotutto l’Indonesia è il paese in cui il terrorismo sessuale contro le donne è qualcosa di assolutamente normale, biasa, dai giorni del colpo di stato del 1965 appoggiato dall’occidente.

Figlie che sono state molestate non lo confidano ai genitori; donne che sono state vittime di stupro non riferiscono il reato alla polizia che è essa stessa tristemente nota per molestare, tormentare e violentare le donne.

In Indonesia essere violentata è diventare ‘kotor’, sporca. Alle vittime è insegnato a non provare alcuna indignazione. Provano invece vergogna; sono abituate a nascondersi, invece di farsi avanti e battersi per sé e per le altre. Ci sono alcune eccezioni, ma estremamente poche.

Non ci sono movimenti e proteste di massa per le donne oltraggiate come in India. Non ci sono film potenti che denunciano la violenza sessuale, come quello brillante egiziano premiato intitolato “Cairo 678”.

Le vittime del genocidio del 1965, le vittime del genocidio di Timor Est, le vittime del genocidio in corso a Papua, le vittime del razzismo e della discriminazione religiosa, le vittime delle violenze sessuali, tutte queste vittimo sono state tacitate con successo mediante la paura.

Nel mio recente libro sull’Indonesia: “Arcipelago della Paura” (Pluto 2012) sostengo:

“La paura è una forza molto potente in Indonesia. Ci sono molti tipi diversi di paura. Alcuni sono legati al passato, e alla violenza, e altri alla corruzione. C’è la paura di essere denunciati, di essere puniti e di perdere la faccia. C’è la paura di ammettere al mondo la propria condizione di vittima. C’è la paura di appartenere a una minoranza – razziale, etnica o religiosa – mentre in Indonesia la maggioranza governa comunque, spesso riaffermando il proprio dominio brutalizzando e opprimendo le minoranze.”

***

L’orrore dei crimini contro le donne in Indonesia è allo stesso livello di quelli nei paesi africani devastati dalla guerra, come la Repubblica Democratica del Congo.

Ma non lo si intuirebbe mai leggendo i giornali indonesiani o parlando con i locali, poiché “il segreto” è ben celato. In occidente, ad esempio, l’Indonesia è incessantemente propagandata come un “esempio genuino o una trasformazione riuscita in una democrazia” e, in generale, come una società “tollerante”. E nessuno osa contestare miti simili. 

Ciò è dovuto al fatto che l’Indonesia è totalmente subordinata agli interessi economici e geopolitici dell’occidente, sin dal 1965, quando i suoi ufficiali corrotti guidati da Suharto commisero tradimento e cominciarono ad assassinare i loro stessi cittadini.

Nel suo famoso discorso di Pechino del 1995 Hillary Clinton dichiarò: “I diritti umani sono i diritti delle donne, e i diritti delle donne sono diritti umani”.

In seguito, nel 2009, in visita in Indonesia nel suo ruolo di Segretario di Stato USA annunciò: “Nel visitare il mondo nei prossimi anni, dirò alla gente: se volete sapere se l’Islam, la democrazia e la modernità e i diritti delle donne possono coesistere, andate in Indonesia.”

La signora Clinton parlava del paese della signora Nursyahbani Katjasungkana, Coordinatrice Nazionale del LBH-APIK (Associazione Indonesiana delle Società di Assistenza Legale alle Donne) ed ex parlamentare del Partito del Risveglio Nazionale (PKB). E la signora Nur mi ha parlato, un giorno del 2011 nella sua casa di Giacarta, della sua Indonesia:

“Milioni di donne in Indonesia subiscono la mutilazione genitale. Per motivi culturali e religiosi. I sono una di esse … E mia sorella ha subito la mutilazione genitale e io vi ho assistito. Quando hanno mutilato mia sorella – era il 1960 – io avevo solo cinque anni … c’era sangue dappertutto; sangue e urla.”

“E mia figlia ha dovuto subire la stessa cosa. La mia famiglia mi ha costretto. E io non sapevo … Era nata nel 1990, prima che io apprendessi che la mutilazione genitale è un problema di diritti umani. Io mi rifiutai di fargliela subire, ma loro continuarono a darmi addosso, a sollecitarmi: ‘Perché, perché, perché no?! E’ un peccato e una vergogna per tutta la famiglia non farlo!’ Alla fine, quando aveva sei mesi, la portai all’ospedale di Giacarta, dove glielo fecero … Non vidi l’operazione, perché la portarono via. Restai seduta fuori e piansi e piansi. Mi sentivo tutti i peli dritti. E sentii la mia piccola urlare e poi me la riportarono e c’era sangue dappertutto.”

Decisamente un bell’esempio di diritti delle donne e di diritti umani, signora Clinton!

***

Nel 1965 e dopo, gli stupri e le torture sessuali furono praticati nei modi più bestiali. Molte donne appartenenti a organizzazioni di sinistra, tra cui Gerwani, ebbero ‘amputati’ seni e genitali. Anche ciò era biasa, “normale”.

L’esercito, i quadri religiosi e anche milioni di ‘ cittadini indonesiani comuni’ parteciparono agli atti più agghiaccianti. Furono creati e perfezionati interi miti a giustificazione della loro partecipazione ai massacri e agli stupri. Tra ottocentomila e tre milioni di persone, gente di sinistra, del PKI, intellettuali, insegnanti, atei e membri della minoranza cinese furono liquidati sistematicamente.

Tutte le leggende erano assolutamente grottesche, ma servirono da fondamento alla logica contorta con cui è stata costruita l’Indonesia post 1965.

Quasi tutti i miti avevano una venatura sessuale, come quelli che parlavano di orge selvagge praticate dal PKI (Partito Comunista Indonesiano) e dalle donne della sua organizzazione femminile Gerwani. Si diceva che le donne appartenenti alla sinistra avevano castrato generali dell’esercito indonesiano. Tali miti furono creati deliberatamente al fine di giustificare le raccapriccianti violenze sessuali che seguirono.

La signora Sudjinah, ex appartenente al Gerwani, ha descritto parte della violenza che seguì come ‘rappresaglia’ dopo il 1965, nel suo libro ‘Terempas Gelombang Pasang’ (Schiacciata dall’onda di marea, 2003):

“[Arrivammo] in una ex scuola cinese che risultava essere stata convertita in un centro di detenzione e interrogatorio. Appena arrivata capii immediatamente perché quell’edificio, che un tempo era stato un luogo di apprendimento per i bambini, era chiamato la “Casa del Diavolo” dai detenuti … Fui messa in una piccola cella le cui pareti erano imbrattate di sangue. Potevo sentire i pianti e i lamenti che provenivano dalla stanza degli interrogatori. La mia amica Lami [Sulami] fu interrogata per prima e poi fu il mio turno … ‘Oi, apri la bocca o altrimenti ..’ [disse l’interrogante] e mi colpirono con lunghi bastoni di rattan su tutto il corpo. C’erano circa otto di questi ‘diavoli’ vestiti con camice a strisce verdi e gialle che aggredirono il mio corpo con colpi e imprecazioni. Chiusi gli occhi e sentii i colpi in tutto il mio corpo nudo; allo stomaco, al petto, al volto e sulle braccia. Potevo sentire il sangue colarmi dalla bocca. Quando aprii gli occhi potei vedere altre, che erano già state picchiate, distese per terra, alcune svenute … C’erano più di trenta donne e ragazze in quel posto; tra di loro giovani ragazze cinesi … una era ancora svenuta. Era stata interrogata. Quando si era rifiutata di rispondere a qualsiasi domanda l’avevano torturata con l’elettricità.”

Secondo una ricerca condotta dall’Università di Harvard e dall’Istituto Portoghese di Relazioni e Sicurezza Internazionale (Kai Thaler: Presagio del futuro massacro: dalle uccisioni del 1965-1966 in Indonesia al genocidio del 1974-1999 a Timor Est):

“Le donne erano scelte per trattamenti particolarmente brutali. Il mito a proposito delle appartenenti al Gerwani che mutilavano e uccidevano i generali nel corso dell’incidente del G-30-S fecero infuriare la popolazione. Le donne ‘comuniste’ erano dunque considerate mostri selvaggi, colpevoli non soli dei presunti crimini contro i generali ma, nelle parole di Suharto, le cui “pratiche sadiche … avevano distrutto l’identità delle donne indonesiane”.

Alcuni degli slogan anticomunisti utilizzati furono ‘Gerwani Tjabol’ (Puttane Gerwani), ‘Gantung Gerwani’ (Alla forca le Gerwani) e ‘Ganjang Gerwani’ (Schiacciamo le Gerwani). A Bali migliaia di donne furono radunate e portate in uffici governativi dove furono esaminati i loro genitali per trovare segni di attività sessuale che, si affermava, potevano identificarle come appartenenti alla Gerwani; tali esami furono frequentemente accompagnati da stupri. In un’analisi di genere degli assassinii Saskia Wieringa ha rilevato che nella società indonesiana sessualmente repressa, le sfacciate trasgressioni sessuali denunciate contro le donne Gerwani tanto eccitavano quanto inferocivano i giovani maschi, spesso religiosi, che costituivano la maggioranza degli assassini. Le forme assunte da tali violenze contro le donne avvalorano questa tesi. Un documento ricevuto dal gruppo per i diritti umani Tapol è particolarmente illuminante: a una donna appartenente al PKI fu ordinato di spogliarsi e fu sottoposta a bruciature del “suo corpo e del suo onore” prima di essere uccisa a colpi d’accetta; una sposa novella, appartenente al Gerwani, fu stuprata più volte da un gruppo Ansor e poi fu “squarciata dai seni alla vagina”; una donna incinta di nove mesi fu uccisa, il ventre le fu aperto e il bambino macellato; un’altra dirigente Gerwani fu impalata attraverso la vagina con un palo di bambù appuntito. Questi estremi di violenza riflettono la disumanizzazione causata dal mito Gerwani e anche una riaffermazione del potere e del controllo maschile sulla sessualità femminile con l’eliminazione di quelle che li sfidavano.

Il regime a quel punto stava impiegando interi battaglioni dell’esercito per stuprare donne nei villaggi e nelle cittadine di Timor Est, durante l’occupazione genocida. Uno dei comandanti era Susilo Bambang Yudhoyono, un alto ufficiale di Suharto ora presidente dell’Indonesia.

In quei giorni riuscii a introdurmi a Timor Est in diverse occasioni. In luoghi come Ermera l’esercito indonesiano era noto per arrivare inatteso, arrestare tutti gli uomini e poi stuprare tutte le donne, dalla bambine alle nonne di ottant’anni. Una volta il mio lavoro di denuncia degli orrori dell’occupazione fu scoperto; fui incarcerato e torturato e le mie riprese furono distrutte.  

Tutto questo non fu dibattuto allora e non è stato discusso sino a oggi. I dettagli delle torture e dei massacri delle donne da parte dei soldati indonesiani erano così sadici, così elaborati e raccapriccianti che non oso includerli, nemmeno in questo articolo. I temi furono resi “tabù” sotto Suharto e restano “tabù” nell’Indonesia “democratica”.

Poi ci furono gli stupri delle donne cinesi, alla luce del sole, durante quei giorni ‘eroici’ di saccheggi e caos che contribuirono ad abbattere il dittatore sostenuto dall’occidente Suharto, ma consentirono al regime filo-occidentale e al suo nucleo di sopravvivere, e addirittura di rafforzarsi.

Dovunque ci siano “tumulti” in Indonesia ci sono stupri, come ho documentato nella città di Solo nel 1998. Là centinaia di donne cinesi, per la maggior parte umili commercianti e le loro figlie, furono violentate da una folla impazzita e assetata di sangue, composta da fanatici razzisti, con la polizia che rimase a guardare oziosa.

C’è una quantità di violenze sessuali rivoltanti e continue a Papua, che ha già perso tra le 100.000 e le 500.000 persone nel massacro in corso, che assomiglia ad ancora un altro genocidio in stile indonesiano. Nel paese i membri dell’esercito indonesiano stuprano periodicamente donne, ma anche rapiscono bambini e li tengono come virtuali schiavi sessuali.

Nell’ottobre del 2004 l’allora direttore dell’istruzione di Papua Nuova Guinea (PNG), sir Peter Baki, mi ha spiegato il dramma di molti bambini di Papua nei territori occupati:

“Ai nostri ispettori che si occupano dei bambini è stato ripetutamente detto: i soldati indonesiani vengono regolarmente nei villaggi remoti di Papua. Quando vedono ragazze che piacciono loro, le incarcerano. Le famiglie sono mandate via e i soldati trattengono le ragazze fino a quando non le hanno violentate. Poi alle ragazze è detto di restare zitte; altrimenti l’esercito distruggerà l’intero villaggio. E’ proprio così semplice: se le ragazze cercano di avanzare accuse e di identificare i soldati che le hanno violentate, i parenti potrebbero essere uccisi e l’intero villaggio potrebbe essere distrutto …”

La nostra conversazione ha avuto luogo a Nandi, Fiji, dove il signor Baki stava partecipando a un incontro patrocinato dall’ONU. Mi ha avvicinato, chiedendo aiuto per “salvare i bambini di Papua”, fornendo dettagli agghiaccianti su ragazzi, anche di nove anni, che attraversano il confine verso la PNG, in fuga dalla Papua occupata con i genitali e i capezzoli mutilati o con bruciature di sigarette.

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“Ecco la seconda storia”, continua Anna. “Il suo nome è Melia Christina e anche lei ha 23 anni, di Surabaya, ora al primo anno da medico.”

Ovviamente, come nel racconto precedente, Melia non è realmente Melia, ma la vicenda è vera …

Melia era una delle mie migliori amiche alle superiori. Era anche una delle ragazze più sfortunate quando si trattava di subire insulti razzisti e molestie sessuali.

E’ nata a Situbondo ma i suoi genitori l’hanno mandata a Surabaya per gli studi superiori. Viveva in una pensione non lontano dalla nostra Scuola Superiore Cristiana Petra 2, la nostra “amata scuola”. L’edificio è al termine di una strada ampia e ci sono alcune stretti vicoli che uniscono questo assortimento tipicamente indonesiano di quartieri della classe media e di quartieri poveri.

Per arrivare a scuola dovevamo camminare per dieci minuti lungo la strada, passando accanto a veicoli a tre ruote e ai loro autisti e a venditori polpette o di zuppe di spaghetti al pollo.

Sapevamo cosa aspettarci.

La strada era dove molte di noi erano state molestate sessualmente.

Il primo incidente avvenne di mattina presto, intorno alle sei e un quarto. Melia voleva arrivare a scuola più presto del solito ed era ancora buio.

Quando stava per raggiungere la strada principale, un giovane dai capelli lungi, che indossava una leggera camicia bianca, in sella a una bicicletta le arrivò da dietro, la afferrò improvvisamente e le strizzò con forza il seno. Poi si guardò indietro e urlò “Cina!”, sputò e poi rise.

Melia rimase sconvolta. E altre aggressioni si ripeterono in seguito.

La nostra scuola veniva a conoscenza che succedevano queste cose, in molte occasioni, ma non poteva o non voleva fare granché al riguardo. Era solo ricordato alle studentesse che dovevano essere attente quando camminavano per strada e che dovevano cercare di muoversi in gruppi, mai da sole.

Poiché nessuno faceva nulla per proteggerci, o almeno per farci sapere che ciò che ci era fatto era male e che non avrebbe dovuto succedere e che, in realtà, era un reato razzista, cominciammo a pensare che fosse tutto ‘biasa’, normale. “Succederà di nuovo, come succede sempre alle ragazze cinesi che vivono in Indonesia”.

La nostra scuola non fece mai alcun tentativo di ‘difenderci’ o almeno di farci sentire al sicuro. E meritavamo di essere protette.

Questo è quanto le fu detto: “Sii più attenta e abbi cura di te, e prega ogni giorno che non accada di nuovo.” Ma successe, ancora e ancora. Il meglio che poteva fare per ‘proteggersi’ era di tenere un grosso libro contro il petto, per proteggere il seno.

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Una delle migliori scrittrici e giornaliste indonesiane contemporanee, Linda Christanty, ha scritto per questo articolo:

“Durante i tumulti del maggio 1998, Iwan Zainuddin, un mio amico il cui padre vende zuppe vicino a una moschea di Giacarta Est venne improvvisamente a trovarmi. Non fece che pregarmi: ‘Per non favore non uscire, per favore!’ Disse che aveva appena finito di pregare in quella moschea e che aveva sentito sei giovani ridere nel raccontare storie di come avevano appena violentato diverse donne cinesi. Dunque quei giovani davvero pregavano nella moschea appena dopo aver commesso uno stupro; dopo aver violentato numerose donne. Questa è una storia vera, e davvero terrificante.”

Answer Styannes, capo della sezione Indonesia presso l’AHRC (Commissione per i Diritti Umani in Asia) di Hong Kong ha scritto per questo articolo:

“L’Indonesia ha una storia tenebrosa per quanto riguarda le violenze sessuali motivate razzialmente e tuttavia sono stati condotti pochi studi e analisi sulla questione. L’assenza di dati disaggregati sulle vittime di violenze sessuali ha resto difficile ricavare un quadro accurato sulla prevalenza del problema. I casi di violenze sessuali motivate razzialmente, che sono noti al pubblico in generale, sono quelli che fanno parte di violenza di scala più vasta, o vi sono almeno collegati. Due esempi di essi sono gli stupri di massa delle donne indonesiane-cinesi nel maggio 1998 che fanno parte di una serie di violenze che ebbero luogo in quell’anno e le violenze sessuali contro le donne di Papua perpetrate dall’esercito nell’altipiano centrale verso la fine degli anni ’70.”

“Tuttavia anche in tali casi, il problema delle violenze sessuali motivate razzialmente tende a essere sottratto al dibattito mentre è riservata maggiore attenzione al “problema principale” come gli assassinii extragiudiziali e le torture. Mentre le richieste di indagare il sequestro di attivisti e l’uccisione di studenti nel 1998 sono ancor oggi sollecitate con vigore, non è così per il problema degli stupri delle donne indonesiane-cinesi che hanno avuto luogo nello stesso anno.”

“Ciò che forse rende la violenza sessuale motivata razzialmente non ampiamente discussa in Indonesia è che essa consiste di una combinazione di due problemi la cui esistenza è difficile da provare. Nel caso del razzismo la sfida sta nel provare il motivo dei perpetratori, mentre nel caso della violenza sessuale consiste di più nella rarità dei testimoni e della disponibilità dei testimoni a parlare dell’accaduto. Le vittime, tuttavia, non sono da biasimare per non essere in grado di parlare degli abusi che hanno subito. Nel caso degli stupri di masso del 1998 contro le donne indonesiane-cinesi l’Ufficio del Procuratore Generale ha rifiutato di dar seguito all’indagine condotta da Komans HAM e dirigenti governativi in diverse occasioni hanno espresso i loro dubbi sul fatto che tali violenze abbiano avuto effettivamente luogo. E’ lo stato da biasimare; il sistema legale è semplicemente non promettente e le negazioni governative degli abusi sono semplicemente scoraggianti.”

L’eminente esperto indonesiano dell’Islam, Noor Huda Ismail, ha anch’egli offerto commenti per questo articolo:

“Il sentimento anticinese è montato costantemente e ha a che fare con due cose: i cinesi riescono meglio economicamente, perché lavorano più duramente, in modo più intelligente e si sostengono a vicenda. I locali tendono a essere più consumatori e meno creativi. Il secondo motivo è il fatto che le autorità religiose non leggono né comprendono correttamente la storia: l’Islam è stato introdotto in Indonesia da mercanti cinesi!”

***

In pratica non ci sono più cinesi che vivono in Indonesia.

Cioè, se si considerano cinesi quelli che parlano la loro lingua, sono stati cresciuti come cinesi, sono stati allevati con favole cinesi e con cibo cinese e hanno giocato da bambini con giocattoli cinesi.

Dopo il 1965 tutto ciò che era cinese è stato messo al bando. Banditi i film e i dragoni, le torte e i giocattoli cinesi. Bandite la lingua e la scrittura cinese.

L’unico motivo fornito è stato che la Cina è un paese comunista. E il comunismo era stato messo al bando, in base a ordini impartiti all’Indonesia da Washington, Londra e Canberra. Per il “consumo” locale, il comunismo era paragonato all’ateismo. E così anche l’ateismo è stato dichiarato illegale.

Sono stati banditi anche i nomi cinesi, così i Ling sono diventati Linda e i Kwies sono stati trasformati in Gunawan.

L’eminente avvocato indonesiano per i diritti umani Ester Yusuf ha parlato di questa situazione nel mio film sull’Indonesia post-1965: “Terlena – una ‘nazione’ spezzata”:

“Perché si discute così raramente di queste cose? Perché la dimensione della discriminazione razziale in Indonesia è enorme. Si parla di violazioni dei diritti umani o di problemi umanitari, ma non ci si concentra sui problemi della minoranza cinese in particolare. Anche se ci sono state grossolane violazioni dei diritti umani dei cinesi etnici, ciò normalmente non è stato discusso o affrontato. Dal 1740 al 1998 ci sono state dodici sommosse razziali e nulla è stato risolto.

Penso che tutto questo abbia una lunga storia. Per centinaia di anni i cinesi etnici hanno imparato che non avevano alcuna protezione legale. Ci fu un pogrom nel 1740 e poi accadde di nuovo in continuazione. Nel 1740 fu attuato dal governo coloniale e anche da altri gruppi etnici che detestavano i cinesi etnici. Diventò uno schema fisso e non ci fu mai una soluzione. I cinesi etnici non hanno mai ricevuto alcuna protezione legale.”

La scrittrice cinese-indonesiana Yaya Sung spiega in dettaglio nel suo Writing on Jalan Kemenangan [A proposito di Jalan Kemenangan]:

“Un inventario redatto dall’organizzazione contro la discriminazione Solidaritas Nusa Bangsa (SNB) pubblicato in Dua Tahun Solidaritas Nusa Bangsa Melawan Rasialisme (Giacarta, SNB, 2000, Appendice) mostra che ci sono state 62 leggi e regolamenti dal tardo periodo coloniale sino al regime di Suharto (l’inventario arriva solo al 1988), esplicitamente o implicitamente discriminatorie nei confronti dei cinesi etnici. Ce ne sono state otto nel periodo coloniale, dodici dal regime di Sukarno e tre dal MPRS [sessione speciale del Parlamento della Repubblica Indonesiana che nel 1967 depose Suharto – n.d.t.]. E’ chiaro che sotto Suharto la discriminazione è stata più sfacciata, più intrusiva, invasiva e intimidatoria nei confronti dei cinesi etnici.”

Il razzismo è endemico in Indonesia. Anche prima del 1965 il maggiore scrittore del Sud-est Asiatico, Pramoedya Ananta Toer, fu condannato a un anno di carcere per aver protestato contro il trattamento discriminatorio che la popolazione cinese era costretta a subire. E “Pram” non era cinese.

I cinesi non sono stati gli unici ad aver sofferto in Indonesia. Tuttavia mettere al bando e distruggere ogni cosa abbia riferimento a una della più grandi nazione e culture della terra sia senza precedenti nella storia, con alcune raccapriccianti eccezioni sviluppate da determinati paesi, come la Germania durante il regime nazista.

L’Indonesia ha perseguitato, persino sterminato circa il 40% della popolazione di Timor Est e continua a dimenticarlo. Sta attuando un genocidio a Papua proprio oggi, mentre ne saccheggia le risorse. E’ da lì che deriva la proverbiale “crescita economica”; non dalla produzione o da invenzioni brillanti, bensì dal sacco di quelle isole devastate che sono tenute insieme in un’unione violenta e infelice, senza alcuna possibilità di secessione.

***

L’Indonesia è uno dei soli cinque paesi che conosco sulla terra in cui non oso percorrere la strada con lo sguardo dritto davanti a me. Cerco di evitare smorfie insultanti, dita aggressivamente puntate e grida di “bule” (albino, chiunque abbia una pelle chiara). Gli altri quattro paesi (e in totale ho lavorato in 150 di essi, in tutti i continenti) sono gli stati devastati dalla guerra e post-genocidi della Repubblica Democratica del Congo, del Ruanda, dell’Uganda e (solo nelle aree rurali e nei paesi poveri) del Kenia.

Ma il vero orrore è riservato agli stranieri dalla pelle scura, in particolare quelli provenienti dall’Africa. Ho parlato con un ex parlamentare keniano e con un esperto dell’ONU etiopico; entrambi avevano deciso di esplorare l’Indonesia dopo aver partecipato a incontri ufficiali per molti giorni.

“Sai che cos’è un monyet?” mi ha chiesto il mio buon amico africano.

“Una scimmia,” ho risposto. “Perché?”

“Questa è stata la parola che ho sentito più frequentemente pronunciare in Indonesia.”

“Sei stato allo zoo?” Ero sorpreso.

“No,” ha guardato in basso. “Ho semplicemente cercato di camminare per strada.”

I ‘bules’ possono andarsene, e la maggior parte di loro lo ha già fatto. Confrontate semplicemente il numero di stranieri nei centri commerciali indonesiani (i soli luoghi di ‘incontri sociali’ rimasti nel paese in cui tutti gli spazi pubblici sono stati ‘privatizzati’) e quelli a Bangkok, Hanoi o Kuala Lumpur.

Ma la maggior parte dei cinesi e dei papuani locali non hanno simili lussi.

Spogliati della loro cultura, linguaggio e identità, costretti ad avere nomi  indonesiani, a comportarsi come indonesiani, a pensare da indonesiani, sono comunque insultati, umiliati e maltrattati.

Suharto e la sua corte militare e religiosa avevano un piano astuto: hanno assassinato innumerevoli membri della minoranza cinese, stuprato le loro mogli e figlie e inflitte un terrore tale che la gente a malapena poteva spostarsi, e poi hanno selezionato numerosi uomini d’affari cinesi come luogotenenti economici. E’ perché sapevano che dopo un così terribile bagno di sangue i cinesi non avrebbero osato ribellarsi. Altrimenti c’era sempre dietro l’angolo un ulteriore encore [una replica – n.d.t.].

L’Indonesia ha adottato codici morali e filosofici perversi. I violenti, gli assassini, i torturatori e gli stupratori se ne sono sempre andati in giro orgogliosi a testa alta. Le vittime molestate, stuprate e umiliate hanno provato vergogna, si sono sentite ‘sporche’.

Ho un’amica. Ha un figlio. E’ cinese-indonesiana. Una volta mi ha detto di essere stata stuprata e che suo figlio era il risultato di quella notte ‘vergognosa’.

Un’altra mia amica è stata molestata da bambina. Fu aggredita a casa sua da due giovani del vicinato, uomini cui ‘non piacevano i cinesi’. Abusarono sessualmente di lei per ore. “Ho provato una terribile vergogna”, ha detto. “E nei giorni seguenti quando giocavamo all’aperto hanno continuato a rivolgermi quegli sguardi …” “Giocando all’aperto?” Pensavo di aver frainteso. Quelle persone dovevano essere certamente in carcere, ad affrontare accuse e presto un processo. Ma no, erano libere e continuavano a insultarla. Non disse niente a nessuno. Nemmeno ai suoi genitori. Nulla di male è mai successo ai suoi tormentatori.

***

“E ora arriviamo alla terza e ultima storia”, dice Anna.

Il nome di fantasia della persona di cui lei parlerà è Sisca Gunawan, ventiquattro anni, vicedirettore generale di un grande hotel di Surabaya.

“Ero presente e ho visto l’incidente con i miei occhi, perché passeggiavano insieme.”

“Una volta raggiunta la fine della strada, ferme là in attesa dell’auto, improvvisamente sono arrivati tre uomini su due biciclette e si sono avvicinati lentamente a noi.”

“Sisca e io ci allontanammo spontaneamente ma loro continuarono a dirigersi verso di noi. E poi improvvisamente uno di loro allungò la mano afferrano le parti intime di Sisca.”

“Sisca cercò di allontanarlo ma lui riuscì a fare quello che voleva. Gli altri continuarono a ridere, come se avessero avuto successo in un buon gioco di squadra. Uno di loro guardò indietro verso di noi e urlò: ‘Vi sta bene!’”

“Il peggio che si fissò nella memoria di Sisca furono quelle espressioni facciali, le loro risate derisorie e insultanti.”

“E, di nuovo, la nostra scuola si limitò a informarci che avremmo dovuto stare più attente. Spostarci in gruppo, indossare uniformi larghe e muoverci quando c’era abbastanza folla. Ma noi avevamo fatto tutto quello che ci suggerivano e tuttavia le cose continuavano a succedere.”

“E così eccoci là, e col passare del tempo un numero sempre maggiore di studentesse ‘ebbe il suo turno’. Lentamente ci abituammo. Come se fosse qualcosa che tutte dovevano sperimentare.”

“Quando venivamo a conoscenza di un altro incidente non potevamo fare a meno di pensare ‘oh, ancora una volta, come c’era da aspettarsi’. Come se facesse semplicemente parte del processo d’istruzione in quella particolare scuola superiore.”

“Nessuno cercò di difenderci, o almeno di dirci che non era colpa nostra, che non è sbagliato essere cinesi e che in realtà era orribile che fossimo trattate a quel modo.”

***

In generale il clima politico non è mirato a proteggere le donne indonesiane e decisamente non le minoranze.

La signora Nursyahbani Katjasungkana ha spiegato:

“Nella nostra cultura e in conformità alla religione le donne devono obbedire agli uomini. Persino nella legge sul matrimonio l’uomo è descritto come quello che mantiene la famiglia. Stiamo cercando di cambiare le leggi, ma c’è resistenza e le cose non procedono velocemente.”

“E non è solo in casa che le donne sono molestate. L’ho constatato anche in parlamento, dove i colleghi prevaricano le parlamentari donne. Una delle mie colleghe deputate – è bella, nubile e avvocato di Lampung – è apertamente molestata da loro. Loro si esprimono in modi tipo: “Oh, mi dispiace per lei. Non posso prenderla, perché ho già quattro mogli.”

Eva Kusuma Sundari, parlamentare del PDIP teme per il futuro delle donne in Indonesia. Nel 2011 mi ha detto:

“La paura sta crescendo tra noi donne.  Secondo la commissione nazionale per i diritti delle donne ci sono almeno 96 norme locali decise da politici locali. Si tratta della normativa islamica; in effetti è molto discriminatrice nei confronti delle donne. Sta lì la minaccia contro le donne. E’ sempre lì.”

****

Una delle poesie scritte dalla signora Sulami, ex terzo segretario del Gerwani comincia così:

E’ solo un frammento di storia.

Anche se è solo un frammento

purtuttavia

questa storia viene da

un orrore agghiacciante sconfinato come l’oceano,

dalle sventurate morti per tortura di chi

che deve sopportare

di essere vittime senza fine.

E’ di questo che scrivo ora.

Come potrei non farlo?

I figli dell’umanità,

centinaia di migliaia torturati a morte,

centinaia di migliaia carcerati,

fatti sbarcare sull’isola dell’esilio,

a combattere con la foresta

minacciati dai pitoni.

Madri morte, padri morti anch’essi,

Madri incarcerate, padri anch’essi in carcere,

bambini lasciati a cavarsela da soli.

Ragazzine stuprate,

gravidanze non volute,

con quegli odiosi bambini che ringhiano contro di loro,

cacciate dalla scuola!

Bastardi!

Anna non conosceva questa poesia. Solo di recente ha cominciato ad apprendere la storia del suo popolo, del suo paese, del mondo.

Fino a pochissimo tempo addietro non sospettava che ogni singolo insulto scagliato contro di lei e contro le sue amiche, ciascun atto di violenza, faceva parte di qualcosa di molto più grande, e anche di molto più sinistro.

Ciò che è  veramente vergognoso, veramente kotor, sporco, è il passato e il presente del suo paese. Ma ha cercato di soffocarla, di umiliarla spingendola a un silenzio sottomesso, servile, alla passività e all’accettazione.

Anna ha resistito, La grande maggioranza delle donne indonesiane non osa.

L’intero paese non si è mai ripreso dagli orrendi stupri del 1965 che sono scemati ma in realtà non sono mai cessati e per molti versi continuano anche al giorno d’oggi.

E’ uno stupro silenzioso, uno stupro istituzionalizzato. E al riguardo tutte le definizioni sono distorte. In Indonesia, da decenni, il saccheggio è chiamato progresso, le menzogne sono trasformate in dogmi, il feudalesimo è chiamato democrazia e la sottomissione terrorizzata è scambiata per amore e rispetto.

Da quasi cinquant’anni ormai, le figlie dell’Indonesia, cinesi e di altre razze, si muovono su un ghiaccio sottilissimo; un’immagine bizzarra per questo paese caldo e tropicale. Esse appaiono tuttora fragili, incerte e assolutamente non protette.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. E’ ora ristampato e disponibile il suo romanzo politico rivoluzionario acclamato dalla critica ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno]. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia, l’arcipelago della paura] (Pluto). Ha appena completato il documentario ‘Rwanda Gambit’ a proposito della storia del Ruanda e del saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente vive e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato attraverso il suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2013/05/10/racism-and-sexual-violence-in-indonesia/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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One thought on “Razzismo e violenza sessuale in Indonesia (dove la paura domina le strade)

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Sembrano così lontane queste storie ad un occidentale, eppure non è così. Basta poco per capire da dove derivi questo maschilismo macho e idiota. La società che consuma tutto insegna anche a divorare il senso del rispetto per l’uguaglianza e la mediocre risultanza é un degrado che inizia lentamente, concependo pensieri, espressioni sporadiche e poi occasioni goliardiche fino al razzismo. Il razzismo si nutre di vigliaccheria, è sempre ai danni di esseri umani comuni e ancor di piu ai danni di donne che la concorrenza del capitale e l’ottusitá religiosa hanno rinchiuso nei loro corpi, rinchiudendo il nostro progresso reale.