Nulla se non critico

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Nulla se non critico

 Di Alejandro Anreus

 

26 marzo 2013

Samuel Faber, Cuba since the Revolution of 1959: A Critical assessment, Chicago: Haymarket Books, 2011, 369 pagg., 24 $  [ Cuba fino dalla rivoluzione del 1959: una valutazione critica]

La letteratura degli studi politici sulla Rivoluzione Cubana, ha sofferto per decenni soprattutto di due estremi: l’apologia romantica che ne faceva la sinistra, e la denuncia isterica fatta dalla destra. Tra la manciata di studiosi che hanno offerto un’alternativa a queste tendenze, Samuel Faber  con i  suoi libri e i suoi articoli si distingue  dagli altri.  Nel 1976, il suo libro Revolution and Reaction in Cuba, 1933-1960  [ Rivoluzione e reazione a Cuba, 1933-1960], forniva un contesto dettagliato per una narrazione dove il perseguimento della libertà e della giustizia sociale era stato bloccato da una insieme di una classe governativa corrotta, degli interessi degli Stati Uniti, e dei movimenti politici frustrati. Questa opera è stata seguita, nel 2006,  da: The Origins of the Cuban Revolution Reconsidered [ Le origini della Rivoluzione cubana riesaminate], dove ha sondato e smantellato i miti delle radici della rivoluzione. Il suo recente libro , Cuba since the Revolution of 1959: A Critical assessment, Chicago: Haymarket Books, 2011, 369 pagg., 24 $  [ Cuba fino dalla rivoluzione del 1959: una valutazione critica], non è soltanto la continuazione dei due libri precedenti, ma oserei dire che è il culmine di una vita di lavoro lucido, chiaro e critico.

Nato e cresciuto nel sobborgo di Mariano, all’Avana, Farber ha lasciato Cuba per gli Stati Uniti nel 1958, durante gli ultimi mesi del regime di Batista. Era stato attivo nel movimento studentesco cubano delle scuole superiori tramite il Direttorio Studentesco contro la dittatura di Fulgencio Batista. Questo pezzetto di biografia è importante: le radici di Farber sono nella sinistra democratica di Cuba, e questo dà l’impronta alla sua visione di studioso.

Il libro è suddiviso in un’introduzione, sette capitoli, una conclusione, e un epilogo che discute i cambiamenti avvenuti dopo il sesto congresso del Partito comunista di Cuba del 2011. Prima dell’introduzione il lettore incontra una cronologia di avvenimenti significativi nella storia dell’isola, dall’ anno della rivoluzione fallita  del 1933 e fino al novembre 2010. Questa cronologia getta luce su fatti innegabili, dalla costante intrusione degli interessi degli Stati Uniti nella politica della nazione con il suo sabotaggio di un programma progressista, fino all’eliminazione della sinistra anti-stalinista dopo il trionfo della rivoluzione del 1959, fino ai ripetuti fallimenti delle strategie di      accentramento da parte del governo di Castro. I contenuti del libro, costruiscono, capitolo per capitolo, una critica sistematica dell’intero progetto rivoluzionario in base alla prospettiva di un marxismo democratico fondato sulla tradizione pre-stalinista.

Nel primo capitolo l’autore discute la costruzione del potere dello stato cubano dall’alto, cioè da Fidel Castro e dai suoi alleati. L’affermazione di Farber nel secondo paragrafo del capitolo, inquadra chiaramente il contesto.

“La creazione finale di un regime di tipo sovietico a Cuba, l’unico nell’emisfero occidentale, non può essere spiegato in termini di generalizzazioni sul sottosviluppo, la dittatura, e l’imperialismo, che sono comuni per l’intera America Latina. Il solo fattore importantissimo che spiega l’unicità dello sviluppo di Cuba, è la leadership di Fidel Castro, che ha fatto la differenza nel trionfo contro Batista  e nel determinare  il corso preso dalla Rivoluzione cubana dopo che è arrivata al potere. A sua volta, il ruolo di Castro, è stato reso possibile dal particolare contesto socioeconomico di Cuba alla fine degli anni ’50” (pag.10).

Sia la figura paternalistica del caudillo che la realtà socio politica che gliela ha resa possibile, sono alle radici della creazione dello stato dopo il 1959.  Essenziale in questo è stato quello che l’autore definisce il “fatalismo geopolitico” dei politici cubani tradizionali  che credevano che nulla si importante si potesse realizzare nell’isola senza l’approvazione degli Stati Uniti; lo smantellamento simultaneo di questo, fatto da Castro e l’uso di questo fatalismo gli hanno permesso di creare un senso sia di legittimazione che di scontento, che hanno facilitato il suo programma fin dai primi giorni del 1959.

Castro è diventato rapidamente una figura intoccabile che non poteva essere criticata, acquisendo un alone  di “Fidel lo sa meglio”, che è continuato anche dopo che si è dimesso pochi anni fa. Farber si concentra sull’uso di  Castro  della parola “unità” come eufemismo al posto di potere che è monolitico e autocratico – un’affinità con lo stato stalinista formato da un solo partito – e lo collega agli accademici e agli intellettuali che nella loro simpatia per il regime sostengono che la Rivoluzione Cubana non poteva  essere stata democratica. Farber replica che questo argomento è al di fuori del processo storico vissuto, basato su previsioni che non sono garantite da una situazione fluida. L’autore aggiunge: “Anche se immaginassimo che per molte ragioni ‘oggettive’, una democrazia socialista non era davvero possibile a Cuba e che il sistema creato da Fidel Castro era ‘inevitabile’,  questo non significherebbe che un tale sistema sia degno di appoggio e di difesa.” (p.34)  Dopo un’analisi di 40 pagine dello sviluppo e dei costanti cambiamenti dello stato cubano come potere centralizzato ed esecutivo che viene dall’alto, l’autore conclude bruscamente che i lavoratori e tutti la gente oppressa e sfruttata imparerà le pratiche della democrazia socialista soltanto tramite i loro propri sforzi, prove ed errori. Le tradizioni democratiche non possono essere insegnate da dittature patriarcali e con un solo partito. Il secondo capitolo esamina lo sviluppo economico del paese fino dal 1959, esponendo la sua mancata pianificazione centrale, la corruzione corrosiva in cima alla catena amministrativa e le incerte riforme, a partire dall’assunzione della presidenza da parte di  Raul Castro. Ancora una volta, la mancanza di una discussione aperta e di un discorso democratico avvelena l’esame critico dell’economia, lasciandole ripetere fasi di centralizzazione, seguite da brevi esplosioni di riforme (da non confondersi con le versino neoliberali, guidate dal mercato) che non  sono state mai realizzate completamente. Il terzo capitolo presenta la politica estera della rivoluzione come se si fosse originata da tre fonti: la tradizionale politica stalinista dell’Unione Sovietica con la sua adattabilità opportunistica; la prospettiva comunista indipendente e intransigente di Che Guevara, e una posizione cubana non marxista ma di sinistra militante si solidarietà latino-americana. Partendo da queste fonti la politica estera della rivoluzione è passata per due fasi, con Fidel Castro che raccoglieva e sceglieva da tutte e tre le fonti quando era politicamente opportuno. Agli inizi degli anni ’60 Cuba poteva essere molto “latinoamericanista” nell’appoggiare la guerriglia e la sua opposizione sia ai dittatori di  destra che i liberali filo-statunitensi dell’emisfero occidentale, mentre negli anni ’70 e nei primi anni ’80 si è spostata verso un’alleanza con il nazionalismo africano, appoggiando il Movimento Popolare per la liberazione in  Angola, ma anche i regimi sanguinari di Amin in Uganda e di Macias nella Guinea Equatoriale.  L’impegno/appoggio del regime dell’Avana ai movimenti di guerriglia in America Centrale è analizzato in dettaglio, indicando le politiche del governo cubano come essenzialmente guidate dalle loro ragioni di stato piuttosto che da un autentica convinzione della necessità di rivoluzioni basate nelle loro propria realtà nazionale.

Il quarto capitolo esamina il posto e il ruolo dei lavoratori all’interno del nuovo stato marxista-leninista. Secondo Farber, la mancanza di organizzazioni di lavoratori che sono autonome rispetto allo stato, è problematica; invece di una classe dirigente che governi dal basso, seguendo un modello di Council Communism (un movimento di estrema sinistra radicale nato in Germania negli anni ’20, n.d.t.), i lavoratori sono governati dall’alto da un unico partito che impone politiche del lavoro, procedimenti e obiettivi. La classe lavoratrice continua a essere sfruttata dallo stato e continuerà ad esserlo in futuro, particolarmente in un periodo di transizione verso un sistema economico che segue il modello cino-vietnamita. La vera responsabilizzazione della classe lavoratrice dipenderà dalla creazione di un movimento sindacale libero, indipendente e politicamente consapevole che “potrebbe tentare di fare la sue più grosse avanzate nei settori ‘vincenti’ dell’economia, e che probabilmente avrà una forza lavoro piuttosto concentrata che non dovrebbe essere difficile organizzare impedendo una sostanziale repressione di stato e capitalista” (pag.157).

I capitoli quinto e sesto trattano rispettivamente del razzismo verso i Cubani di colore e della  discriminazione sessuale. Come nei capitoli precedenti, l’autore fornisce una visione storica del problema prima dell’argomento prima del 1959 e poi procede a inquadrare e la situazione attuale. Nei primi anni della rivoluzione, il razzismo è stato “riformato” dal nuovo governo, ma non eliminato. Ha continuato a esistere istituzionalmente ed è anche regredito  durante il Periodo Speciale*negli anni ’90. Gli intellettuali di colore che richiedevano un’apertura  e una discussione dell’argomento, come il defunto Walterio Carbonell, erano definiti eversivi e mandati in prigione. In anni recenti, il movimento cubano hip hop, si è affermato in un importante categoria di giovani cubani di colore, diventando un veicolo di protesta contro il razzismo che rimane. Farber conclude “I cubani di colore avrebbero bisogno di sviluppare le loro proprie prospettive e organizzazioni politiche per replicare a un tale peggioramento delle condizioni e alla crescita della discriminazione razziale” (pag. 183)

Il capitolo sulla discriminazione dei sessi tratta sia delle donne che degli omosessuali. Alla radice di questa discriminazione, chiarisce Farber, c’è il machismo tradizionale ereditato dalla Spagna e rafforzato dai modelli sessisti di certe tradizioni culturali portate dagli schiavi africani. Aggiungete a questo l’autorità di un unico partito politico e gli effetti saranno velenosi. I diritti delle donne hanno fatto progressi sostanziali sia tramite l’istruzione che  il luogo di lavoro, tuttavia per l’autore il fatto che le donne cubane e i loro problemi siano organizzati dall’alto dalla Federación de Mujeres Cubanas (Federazione delle donne cubane), che funziona sotto l’autorità del Partito Comunista, è un danno  per l’autonomia e le attività democratiche.

Riguardo agli omosessuali, l’autore afferma che erano costantemente perseguitati dal regime rivoluzionario dal 1962 agli ’90, quando il Centro nazionale cubano per l’Educazione sessuale (con la guida di Mariela Castro Espin)  ha cominciato a difendere i diritti dei gay e dei transessuali cubani. A questa difesa si sono opposti dei settori del Partito Comunista e la Chiesa cattolica. Farber riconosce che ci sono stati cambiamenti considerevoli nelle politiche cubane riguardanti l’identità sessuale fino dagli anni ’90, e come nei capitoli precedenti, chiede la creazione di organizzazioni autonome, sia per le donne che per gli omosessuali, che, indipendentemente dal sistema di un solo partito, possano perseguire maggiore uguaglianza tramite movimenti più democratici.

Il settimo capitolo tratta dei dissidenti e dei critici della rivoluzione in una gamma di posizioni politiche. Ciò che è più “tonificante” in questo capitolo è l’obiettivo e l’approccio assennato usato dall’autore. Farber trova che i critici più efficaci sono ora i cristiano-democratici moderati e i socialisti democratici che vivono sull’sola; sono non violenti, favoriscono la creazione di uno spazio civile e democratico, e rifiutano l’embargo economico degli Stati Uniti. Si fa menzione significativa di Yoani Sánchez ** e del suo blog  Generación Y. Mentre la  riconosce come l’autrice di “colonne fresche e scritte bene” che commentano le difficoltà quotidiane dei Cubani, Farber la considera giustamente come più preoccupata, a volte, dei miglioramenti economici (riforme capitaliste) che dell’uguaglianza, abbandonando quindi gli aspetti più importanti del progetto non realizzato della Rivoluzione. Al di fuori di Cuba, l’autore trova valida la dissidenza di gruppi come la rivista Encuentro de la Cultura Cubana (ha cessato le pubblicazioni nel 2008) e il suo sito che la continua: www.cubaencuentro. com., con il suo orientamento che va dal liberale al social-democratico e perfino il suo  “rampollo” :Diario de Cuba. ). Al contrario dei precedenti dissidenti in esilio, questi gruppi rifiutano l’azione violenta, favoriscono lo smantellamento dell’embargo imposto dagli USA, e appoggiano un colloquio  tra i Cubani che vivono sull’isola e gli esuli, purché si svolga al di fuori di qualsiasi patrocinio governativo.

Nella Conclusione del libro, Farber scrive che in base ai criteri di sovranità nazionale, crescita economica, livelli di vita, e di democrazia politica e libertà, l’insieme dei risultati di Cuba è, nel migliore dei casi  misto, pur non negando i suoi importanti successi nei campi dell’istruzione, della sanità e della cultura, se vengono paragonati ad altre nazioni latino-americane. Tuttavia, “se il socialismo assume un autentico comando democratico delle grandi maggioranze popolari, allora Cuba non si qualifica in alcun modo come società socialista (pag. 268). La breve analisi  che si fa nell’Epilogo del Sesto Congresso del partito, ( che era in ritardo di 9 anni) fa notare che l’accettazione di Raul Castro del modello Cino-Vietnamita di unire il capitalismo, la significativa economia statale, e l’autoritarismo politico. Questo cocktail, sostiene Farber, si dimostrerà letale, perché creerà la spietatezza del mercato, la stagnazione dello stato e il forte impatto dell’autoritarismo. Nelle sue parole finali l’autore è lucido e speranzoso: “In ogni caso, la creazione della democrazia nell’economia, nella politica, e nella società cubana in generale, non sarà lasciata come dono dalla gente al potere, ma dovrà essere ottenuta con le lotte dal basso” (pag. 291).

Fino dalla sua pubblicazione, avvenuta  nel 2011, il libro di Farber è riuscito a irritare sia i difensori sentimentali del neo-stalinismo ovunque e la destra faziosa dell’esilio – prova della forza e della chiarezza della sua discussione. Il rigore storico di questa opera e la sua prospettiva marxista critica sono modelli da imitare. Credo che questo libro sia destinato a diventare un classico.

 

*www.barriodecuba.eu/forum/viewtopic.php?t=31795&sid..

**it.wikipedia.org/wiki/Yoani_Sánchez

 

Alejandro Anreus è professore di storia dell’arte e di Studi Latino Americani alla William Paterson University

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/nothing-if-not-critical-by-alejandro-anreus

Originale:Image.ashx ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

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Un commento su “Nulla se non critico

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Castro è il pilastro della resistenza antimperialista americana in Sud America. Il suo governo è purtroppo totalitario e negli anni si è macchiato di violazioni dei diritti umani. Questa piccola isola ha ricordato al mondo che un’altra visione del destino di popoli usati é possibile. Nel tempo bisognerà dare voce agli anticastristi che hanno sofferto in questi decenni o che sono stati perseguitati proprio per il principio con cui la rivoluzione cubana è nata. Quando Castro sparirà verosimilmente Cuba avrà un effetto imprevedibile ma desideroso di cambiare e quello sarà il momento in cui molti cercheranno di appropriarsi del futuro del cubani.

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