Le nostre case non sono state bruciate

Redazione 19 marzo 2013 1
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Le nostre case non sono state bruciate

 Di Hashim bin Rashid

 

17 marzo 2013

Quale choorhi e che cosa c’è che non va nella nostra casta, ognuno scappa via da noi,

sottopagati, ridotti in schiavitù, sulla porta di chi comanda,

Ci è stata data soltanto una parte degli avanzi del mucchio di granaglie.

Bullah Shah, Mein Choorhaetari Aan

 

Duecento case sono state saccheggiate e bruciate – le Bibbie sono state ridotte in cenere e le croci bruciate . da una folla di oltre 2.000 musulmani a Joseph Colony, un insediamento cristiano vicino al quartiere di Badami Bagh, a Lahore. Il motivo è stato uno scambio di insulti tra due uomini ubriachi: un musulmano e un cristiano. In qualche modo, dopo una giornata di silenzio, si è saputo che questo scambio aveva incluso dei commenti presumibilmente blasfemi contro il Profeta (PBUH – Peace be upon him – La pace sia con lui ). I militanti sunniti del partito Tehreek sono entrati nella mischia per fare da “testimoni” dell’apparente lite tra nel negozio di biliardi del Cristiano. Primo: venerdì scorso il padre dell’accusato è stato arrestato in seguito alle pressioni della folla, poi l’accusato si è costituito. Tuttavia, si è saputo che il clima era stato amplificato dall’entrata di certi protagonisti esterni, e i poliziotti hanno chiesto alle oltre 200 famiglie cristiane di Joseph Colony di andarsene e queste hanno accettato. Il giorno dopo è stato come se la polizia avesse invitato la folla a saccheggiare, depredare, e incendiare Joseph Colony mentre loro stavano fermi in piedi e osservavano. I media hanno avuto una visione rapida dell’attacco della folla, e lentamente ma in sicurezza gli astanti hanno cominciato a reagire e a condannare l’incidente,  ma nel frattempo si isolavano nei salotti.

 

Le case bruciate non erano nostre

 

Noi chiamavamo la violenza: “offensiva”, “pazzia,” “vergognosa”  ma non ci  costringeva a uscire dalle case, o neanche a dubitare delle pratiche quotidiane che provocano un evento del genere. Certamente, la discriminazione contro i Cristiani, che li etichetta come “intoccabili”, per non parlare dei limiti della legge sulla blasfemia, è l’argomento del quale si sarebbe dovuto discutere. “La violenza era sbagliata, ma gli accusati devono essere ancora puniti”, è stata l’opinione che molti hanno espresso quel giorno. Il fatto è che la testimonuanza di un ubriaco – non parliamo dell’accusa – ha scarso peso nel processo nelle dovute forme di legge. Per la folla che ha bruciato del tutto Jospeh Colony, “il musulmano ubriaco stava sostenendo l’onore del loro Profeta”.

L’ironia della realtà concreta è sfuggita alla maggior parte dei musulmani pachistani, ma certamente non alla comunità cristiana della città, formata da 500.000 persone. Le proteste sono iniziate lo stesso giorno e sono durate fino a martedì. Ma si sarebbero trovati ulteriori motivi di indignazione. Le stesse forze di polizia che erano rimaste inattive a guardare 3.000 persone che saccheggiavano e depredavano Joseph Colony, hanno lanciato oltre 500 contenitori di gas lacrimogeni contro Youhanabad, il più grosso insediamento cristiano del paese,  dove vivono oltre 4.000 famiglie. Oltre 100 Cristiani sono stati arrestati mentre nessuno era stato arrestato per l’attacco della folla a Joseph Colony. I poliziotti in tenuta antisommossa hanno detto a un inviato di questo giornale. “Questi sono chooras“.

Questo termine che evoca la grave discriminazione basata sulla casta e che è prevalente tra i musulmani del subcontinente indiano, asserisce che i Cristiani/chooras (i due termini sono intercambiabili) sono gli ‘intoccabili’.  Questo è stato chiaramente la base del caso di Asia Bibi* che è venuto alla luce alla fine del 2010 e che all’inizio del 2011 aveva provocato l’uccisione sia dell’allora governatore del Punjab Salmaan Taser che del Ministro delle Minorfanze, Shahbaz Bhatti. Avendo allora trascorso due mesi nel tentativo di andare al fondo del caso, l’unico fatto indiscusso è risultato che il religioso e le due signore che li accusavano credevano che “i Cristiani non potevano stringere la mano ai Musulmani, non parliamo poi di mangiare con loro”. Il principio che difendevano le proteste pubbliche  contro la richiesta del suo rilascio, non era l’onore del Profeta (PBUH), ma il diritto di mantenere la condizione di ‘intoccabili’ dei Cristiani.

La stessa cosa vale per l’azione della polizia a Youhanabad. Un giorno in cui un gran numero di persone della comunità cristiana sono uscite per andare al Circolo della Stampa e  all’Assemblea del Punjab, e hanno bloccato molte strade di grande traffico, l’uso delle tattiche oppressive  della polizia contro di loro era inteso a non ottenere niente altro tranne che assicurare che la comunità non è in grado di esercitare la sua influenza sulla politica cittadina. Se questo non era lo scopo del governo del Punjab, allora possiamo chiedere: dove erano i gas lacrimogeni e la polizia anti-sommossa mentre veniva bruciata Joseph Colony?

La maggior parte della gente è consapevole che l’incidente di Badami Bagh non è stato un caso isolato – ma che l’idea è venuta da analoghi attacchi di folla per presunta blasfemia avvenuti  a Shantinagar nel 1997, a Bahmniwala e Gojra nel 2009. I responsabili di quei precedenti attacchi la hanno fatta franca, e perfino i religiosi  che hanno incitato la comunità musulmana contro la comunità cristiana stanno ancora  presidiando i loro rispettivi pulpiti. Questi precedenti incidenti sono stati attribuiti alla ribellione rurale, senza riconoscere la duplice segregazione spaziale e sociale che riguarda i Cristiani pachistani. I quartieri cristiani nei nuovi villaggi coloniali del Punjab sono sempre tenuti separati. I Cristiani – o choorhas – fornivano il lavoro non qualificato nel villaggio. Raramente si riflette molto sul fatto che le pratiche delle segregazione coloniale sono state trapiantate nello spazio urbano.

Un recente pubblicazione, The Unconquered People, [Il popolo non conquistato] fa risalire la condizione di ‘intoccabili’ che diamo alla comunità cristiana al sistema delle caste che ha avuto origine con l’arrivo degli Ariani nella Civiltà della Valle dell’Indo. Si è capito che una tribù nota come tribù Chandhala in quel periodo, era la tribù madre dei Cristiani attuali del subcontinente indiano. La kaafi (canzone) di Bullah Shah citata all’inizio dell’articolo, si riferisce ai movimenti sociali organizzati nella comunità choorha (cristiana)  del 18° secolo, contro l’oppressione statale e sociale in Punjab. La kaafi è stata cancellata dai documenti a causa del suo contenuto estremista perché implicava un musulmano di casta alta (Bullah Shah) che era contrario all’intoccabilità e la rendeva motivo di sovversione. Essa alimentava la resistenza e quindi doveva essere cancellata.

E’ entrata nel colonialismo britannico  e le radici  del cristianesimo del subcontinente si sono diffuse tra le caste inferiori, compresa quella choorah. Tuttavia, il cristianesimo del subcontinente, originatosi nel progetto coloniale, è stato costruito in modo profondamente leale allo stato e profondamente sovversivo nei riguardi dell’opposizione – molto simile al cristianesimo dei primi tempi in America Latina. Le tradizioni bibliche vengono citate nella comunità cristiana pachistana odierna  per giustificare una costante lealtà che non è riuscita a fornire loro la sicurezza della vita e della dignità e che li ha anche repressi quando prendevano posizione per avere i loro diritti.

Al contrario del cristianesimo del subcontinente indiano, il cristianesimo latino-americano ha sviluppato una forte resistenza che è diventata nota come teologia della liberazione – un progetto che ha visto  l’emancipazione umana nel mondo materiale come il fine primario che la religione esortava gli esseri umani a perseguire. Un esempio più recente è il defunto presidente venezuelano Hugo Chavez, considerato profondamente a favore dei poveri, che sosteneva di essere profondamente religioso e  che chiamava Gesù Cristo il suo eroe.

La casta non è semplicemente la casta. Essa ha una base materiale. Se le condizioni economiche di una comunità sono le stesse, allora le affermazioni che essa è stata innalzata alla dignità,  sono false. Così come stanno le cose, è la comunità pastorale, con i suoi protettori politici nei partiti politici tradizionali che è il più grosso ostacolo a una politica attiva che emerge dall’interno della comunità cristiana e che chiede di porre fine alla discriminazione nei suoi confronti. Questa è una cosa molto diversa dai forti movimenti di opposizione verso gli adhivasi (appartenenti alle tribù) o i dalit  (gli oppressi) che si sono sviluppati al di là del confine, in India.

Il fatto che non ci sia nessun Cristiano eletto in tutte le cinque assemblee in Pakistan, dovrebbe essere considerato un segnale. La cosiddetta dirigenza politica cristiana è stata sviluppata dai partiti politici tradizionali che  distribuiscono con parsimonia i seggi riservati a coloro che gli sono più leali. Nulla potrebbe essere una farsa più grande del fatto che i Cristiani che siedono nelle assemblee e al Senato, non devono rendere conto alla propria comunità. Si può sostenere con forza che la vecchia richiesta  di un duplice voto per i Cristiani venga sollevata con più determinazione dopo l’incidente di Badami Bagh. Grossi nomi, della comunità, come il senatore Barman Michael a Akram Gill, non hanno fatto nulla di più che rilasciare comunicati stampa. La situazione è così brutta che  uno dei vescovi di Lahore  nominati di recente, ha dichiarato che “i Cristiani avranno bisogno di una milizia armata”, se continueranno a esserci incidenti del genere. Queste osservazioni presumibilmente sono state oscurate dai mezzi di informazione.

Incidenti come quello di Badami Bagh non sono la cosa  peggiore che abbiamo fatto alla comunità cristiana – sono soltanto la punta dell’iceberg. E’ il modo quotidiano in cui trattiamo i Cristiani che deve indignarci di più. Ma più che la nostra indignazione è la comunità cristiana che deve far sentire la sua opinione e presentare un programma politico unitario. Se Imran Khan e Tahirul Qadri possono far arrivare in aereo oltre 100.000 persone per una manifestazione pubblica a Lahore, perché una comunità cristiana forte di mezzo milione di persone nella città non può organizzare una protesta analoga? E’ la comunità cristiana che deve liberarsi della sua paura e rivendicare la propria dignità perché  questi incidenti non si debbano ripetere. La dignità non verrà donata loro da nessuno che è all’esterno.

Forse la conclusione di Bullah a del suo Mein Choorhaetaree Aan può servire di ispirazione:

Non siamo Hindu né Turchi, né di questa classe né di quella

indifferenti alla carne permessa e a quella proibita, non rispettiamo nessuna delle due,

quando al volto  amato è stato tolto il velo, oh Bullah, non avevamo più paura dei troni.  

http://it.wikipedia.org/wiki/Asia_Bibi

L’autore è il segretario generale (a Lahore) del Partito Awami dei lavoratori. E’ giornalista e ricercatore. Contatto: hashimbrashid@gmail.com

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/ our-homes-were-not-burnt-by-hashim-bin-rashid

Originale: Pakistan Today

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 19 marzo 2013 alle 23:14 - Reply

    Ogni minoranza, etnica o religiosa o quant’altro, è sempre usata o strumentalizzata da ogni forma di potere per trarne legittimazione o vantaggio e per procedere dalla violenza alla violenza, qualora al potere serva. E l’inganno peggiore é quando alle minoranze si dice e si chiede di farsi potere a loro volte, per alimentare una spirale stupida e folle che rimane ancora una volta lontana dalla dignità e dal principio per cui, sia maggioranza che minoranza non hanno che da fare ciò che é loro uso e costume, nell’educazione del vantaggio di solidarietà e convivenza.

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