Dopo la morte di Hugo Chávez
Di Steve Ellner
12 marzo 2013
Con la morte di Hugo Chávez, il Venezuela affronta la possibilità di instabilità politica e perfino di disordini, sebbene ci siano anche segnali promettenti.
L’aspetto positivo è il senso generale di una direzione nazionale appoggiata da coloro che hanno vota per Chávez, e che rappresentano la maggioranza della popolazione.
Durante i 14 anni della sua presidenza, Chávez è passato da una retorica vaga del cambiamento totale a una quantità di programmi sociali designati a far entrare nel sistema coloro che nel passato erano stati i più negletti. Inoltre, durante l’ultima metà del governo di Chávez, è emerso un modello economico in cui lo stato compete con il settore privato in molti ambiti.
L’aspetto negativo, invece, le manchevolezze organizzative dovute all’ eccessivo affidamento fatto su una sola persona e la polarizzazione sociale e politica che si è intensificata dopo l’elezione di Chávez nel 1988, lasciano il Venezuela in una situazione di vulnerabilità e con un generale senso di incertezza riguardo a che cosa sarebbe accaduto dopo.
L’organizzazione debole favorisce l’instabilità. La passività organizzativa deriva in parte dal fatto che Chávez non è riuscito a incoraggiare l’emergere di qualsiasi tipo di dirigenza collettiva o almeno di un secondo dirigente fino al primo manifestarsi del cancro nel 2011. Nessun membro della dirigenza del movimento chavista, o anche dell’opposizione, peraltro, ha un capitale politico paragonabile a quello posseduto da Chávez.
Quel capitale derivava dalle sue dimostrazioni di coraggio, come nel 1992, quando ha capeggiato un colpo di stato militare di ufficiali di medio livello sfidando ogni probabilità. E’stato anche il prodotto di una percezione che tutti avevano, che Chávez agisse in base a una convinzione personale, come, per esempio, nel 2001 quando ha criticato il bombardamento statunitense dell’Afghanistan per motivi umanitari, che ha provocato un’immediata reazione economica e minacce da parte dell’amministrazione Bush.
Un’altra manchevolezza organizzativa è lo stretto collegamento tra lo stato e il Partito Socialista Chavista Unito del Venezuela (PSUV), che manca di capacità critica. In effetti i personaggi-chiave del PSUV sono i ministri del governo, i governatori e i sindaci. Una delle caratteristiche salvifiche del PSUV, tuttavia, è lo svolgimento delle primarie interne per scegliere i candidati e in alcuni casi le cariche nel partito. Sebbene i capi del partito spesso usino risorse in nome delle loro scelte, tuttavia la base organizzata responsabilizzata grazie all’insistenza di Chávez riguardo alla “autocritica” e al rifiuto del comportamento di tipo burocratico, ha avuto sempre la possibilità di sconvolgere il candidato dell’organizzazione elettorale del partito, come spesso è accaduto.
Ora, in occasione delle elezioni comunali che si svolgeranno a luglio, il PSUV ha in programma di indire le primarie per scegliere i candidati sindaci e quelli per i consigli municipali.
Poi c’è la polarizzazione politica che viene esacerbata dalla retorica impiegata da entrambe le parti dello spettro politico. Da una parte il linguaggio provocatorio usato da Chávez contro i suoi avversari era una dellesue caratteristiche distintive. Dall’altra, praticamente tutti i leader dell’opposizione insistevano che il gioco finale della strategia di Chávez, sarebbe stato l’istituzione di uno stato autoritario.
Altri fattori contribuiscono alla sfiducia reciproca che caratterizza i rapporti tra Chavisti e anti Chavisti. Un numero abbastanza grande di venezuelani della classe media con certi privilegi esprimono su Internet e negli incontri informali, un odio palese verso i leader Chavisti, un atteggiamento di un’intensità paragonabile a quella dei seguaci di Chávez. La sfiducia è alimentata dai servizi giornalistici nazionali e internazionali che si concentrano tutti sugli aspetti negativi e sulle critiche al governo di Chávez.I media statali, da parte loro, non usano certo termini cortesi quando parlano dell’opposizione.
Il candidato dell’opposizione contro Chávez, nelle elezioni presidenziali di ottobre, che probabilmente sarà il candidato avversario del Vice Presidente Nicolás Maduro nelle prossime elezioni presidenziali imposte dalla costituzione, ha adottato uno stile relativamente moderato nei confronti del governo di Chávez. Poco dopo l’annuncio della morte di Chávez, avvenuta il 5 marzo, Capriles ha fatto un discorso commovente nel quale insisteva nel dire che Chávez era stato un “avversario” ma mai un “nemico”, e ha aggiunto: “E’ ora di attuare un dialogo nazionale tra tutti i settori.” I membri intransigenti dell’opposizione hanno criticato il tono di Capriles.
Sicuramente, la minaccia di replicare le azioni intransigenti dell’opposizione tra il 2001 e il 2005 pende sul Venezuela. Durante quegli anni l’opposizione ha tentato di rovesciare il governo in varie occasioni e ha continuato a favorire la violenza nelle città, e in seguito ha rifiutato di accettare i risultati elettorali e ha perfino boicottato un’elezione congressuale. Capriles sostiene che la vera opposizione a Chávez è iniziata nel 2006, quando essa ha cambiato tattica e ha accettato risultati elettorali sfavorevoli. Tuttavia, il partito di Capriles, la Prima la Giustizia, e lo stesso Capriles sono stati protagonisti fondamentali durante il periodo dell’opposizione radicale compreso tra il 2001 e il 2005.
Ciò nondimeno ci sono dei lati positivi della situazione attuale che aumenteranno la possibilità di una transizione pacifica per il Venezuela del dopo. In primo luogo, esiste un denominatore comune tra gli elettori venezuelani: pochi vogliono ritornare al Venezuela degli anni ’90 che hanno preceduto l’avvento di Chávez al potere. Durante quel periodo l’inflazione ha raggiunto una crescita a tre cifre e le politiche neoliberali hanno facilitato il trasferimento di importanti settori dell’economia nazionale verso grosse imprese multinazionali. Con il rifiuto massiccio delle politiche dei governi che c’erano prima del 1998, i venezuelani implicitamente o esplicitamente riconoscono il contributo di Chávez per seppellire il vecchio sistema politico.
In secondo luogo, l’appoggio ai programmi e alle politiche di Chávez serve a unire saldamente insieme il movimento chavista. Gli sforzi del governo che hanno ottenuto il maggior successo sono stati quelli nell’ambito sociale. I poveri hanno acquisito un senso di responsabilità, non grazie a una vuota retorica, come sostengono molte persone dell’opposizione e dei media, ma grazie a programmi concreti che promuovono la partecipazione. Per esempio, i programmi educativi improvvisati che, malgrado la loro natura rudimentale servono conferire diplomi di scuola superiore e diplomi universitari agli studenti economicamente svantaggiati devono essere considerati un passo positivo, almeno per la loro portata massiccia.
A questo punto Maduro ha buone possibilità di vincere le imminenti elezioni presidenziali. Il vasto rispetto per Chávez e il lutto per la sua morte si tradurranno probabilmente in voti per Maduro, che il leader defunto ha nominato come suo successore nell’ultimo comunicato pubblico della sua vita, l’8 dicembre.
Maduro e gli altri leader Chavisti affronteranno problemi spinosi che potrebbero dividere il movimento. Per esempio, i Chavisti nell’abbracciare l’obiettivo del socialismo si imbattono nella realtà di un’economia che è proprietà privata per il 70%. Il governo collabora con le imprese private perfino quando giura che alla fine subentrerà al loro posto? Non c’è una risposta facile a questa domanda e ha prodotto tensioni interne perfino quando non era stata mai apertamente dibattuta.
Però la vera sfida per i Chavisti al potere a questo punto è gestire il paese senza grossi traumi. Finora, malgrado l’indifferenza del governo, l’insicurezza sulla strade, e l’inflazione tra il 20% e il 30%, sono stati evitati problemi più gravi come l’inflazione senza controllo e la scarsità di merci. Inoltre, i salari minimi sono rimasti al passo con l’inflazione. Se la dirigenza chavista potrà continuare ad evitare crisi importanti e se l’opposizione respingerà la strategia distruttiva che ha seguito nei primi anni del governo di Chávez, l’ambiente politico che ne risulterà metterebbe in grado il movimento di progredire lungo la strada sperimentale verso il cambiamento. Quel modello, e non la fiera retorica di Chávez, è l’eredità più importante del leader scomparso.
Steve Ellner insegna storia economica nella Universidad de Oriente del Venezuela fino dal 1977. E’ coordinatore del numero del maggio 2013 della rivista Latin American Perspective, intitolato, “The Latin American Radical Left in Power: Challenges and Complexities in the Twenty-First Century.” [ L'estrema sinistra latino-americana al potere: Sfide e complessità nel ventunesimo secolo].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/in-the-wake-of-hugo-ch-vez-death-by-steve-ellner
Originale: The Progressive
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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Molti discutono sui candidati alle prossime elezioni venezuelane ma pochi pensano all’ereditá trasversale dell’esperimento bolivariano di Chávez. Il presidente ha lavorato in mezzo a condizioni difficili e il suo agire, specie nell’ultimo periodo, era più rivolto a una prospettiva libertaria che autoritaria. Il popolo venezuelano ha visto, valutato e criticato. Adesso ha i dati per decidere se il futuro dovrà essere giocato in casa o venduto a chi potrebbe consegnarlo in mani che non hanno storicamente a cuore il bene degli individui e della collettività ma solo del profitto.