Vincolo di m’han dato

Redazione 13 marzo 2013 1
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parlamento

 

 

 

 

di Giuseppe Volpe – 13 marzo 2013

 

Come di consueto il presente articolo è proposto dall’autore a titolo personale e non implica condivisione da parte del collettivo znetitaly.

Sì, m’han dato il mandato ma qualcun ci ha aggiunto soldi,

mi scusi il movimento, ma passo ai manigoldi.

Lo so che mo’ vi mento, però son solo umano,

sapete, il mio figliolo mi ha chiesto un aeroplano.

 

 

Possiamo soltanto immaginare quanto i marpioni della circonvenzione e delle compere si stiano ora leccando i baffi nella contemplazione del branco di agnelli che Grillo ha portato in Parlamento.

Definisco agnelli gli eletti del Movimento 5 Stelle non per denigrare la loro intelligenza o la loro dirittura morale; intendo semplicemente dire che li ritengo  persone normali, probabilmente eccellenti in alcune competenze, fondamentalmente onesti e impegnati, ma anche, mediamente,  piuttosto in difficoltà economiche che abbienti.

E qui entra in gioco il Grande Tentatore; Gesù Cristo resistette ma qui, sempre senza offesa, abbiamo a che fare piuttosto con dei piccoli, moralmente, e abilissimi corruttori di professione da un lato e con dei poveri cristi inesperti di simili sofisticate nequizie dall’altro; da questi ultimi, o almeno da non tutti loro, non  si possono  pretendere  né speciale astuzia né eroismo.  

E’ dunque comprensibile che il papà del Movimento 5 Stelle sia particolarmente inviperito contro l’articolo 67 della nostra Costituzione che esonera i nostri parlamentari dal vincolo di mandato, con le conseguenze che abbiamo potuto constatare nelle sconce compravendite di eletti del recentissimo passato e che, legittimamente, c’è motivo di temere per il futuro. Per non parlare degli ‘ordinari’ ricatti e compromessi.

Ora, nell’affrontare il problema possiamo limitarci a constatare che la nostra Costituzione prevede (si noti bene, nella parte II, dedicata all’ordinamento della repubblica e, specificamente, delle camere) che: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” Non si tratta di un principio fondamentale; è una norma che precisa quali sono le responsabilità dell’eletto nell’ambito dell’organizzazione che la repubblica si è data. Se fosse possibile, come è, rispettando i principi fondamentali, cambiare tale organizzazione ne potrebbero derivare responsabilità maggiori o minori.  In pratica, tuttavia,  è molto difficile cambiare quando si vadano ad accentuare le responsabilità o a limitare i privilegi di quegli eletti che sono i soli titolati a modificare le regole del gioco.  E’ un chiaro caso di conflitto d’interessi. Inoltre una vasta letteratura di specialisti, con i quali non desidero competere, né ho la  competenza per farlo, afferma che il principio della libertà di decisione dell’eletto è, a dir poco, sacro. Quello che ci si dimentica troppo spesso di ricordare è che è sacro se, e solo se, l’assenza di vincolo di mandato è interpretata coerentemente con tale ‘sacralità’ e l’organizzazione dell’esercizio della sovranità popolare non ha modo migliore di realizzarsi di quello esistente.

Le circostanze possono trasformare il sacro in profano. Una delle vette del pensiero religioso Zen, peraltro parecchio bizzarro e probabilmente incomprensibile alla maggior parte di noi occidentali, afferma: “La statua di legno del Budda è sacra e va adorata; ma se fa molto freddo è solo legna da ardere.” Non so quale vetta metafisica ciò esprima, ma parrebbe proprio che il nostro Parlamento rigurgiti di buddisti Zen nella versione: “Il voto che ho ricevuto è sacro, ma trovandomi a corto di soldi lo vendo (o lo scambio).”

Ironia a parte, ogni sistema formale parte da alcuni assiomi, un numero quanto minore possibile di verità non dimostrate e indimostrabili; tali verità sono  considerate di per sé evidenti, di per sé comprensibili a tutti e da tutti intese allo stesso modo. Su tali verità, su tali principi fondamentali, si costruisce poi un edificio più o meno complesso per passi successivi attraverso l’applicazione, prevalentemente, della regola del “se, allora”. “Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, allora non potranno essere approvate leggi che introducano differenze tra di loro.” “Se la sovranità appartiene al popolo, allora nessuno dovrà imporre al popolo la propria volontà”  E qui già comincia a cascare l’asino perché, tanto per cambiare, nasce il problema delle diverse interpretazioni degli assiomi e di cosa sia lecito derivarne per tradurli in comportamenti della vita quotidiana. “Non rubare” è, oltre che uno dei comandamenti, una prescrizione della legge. Tuttavia un buon esegeta della Bibbia, o un buon avvocato, a seconda dei casi, sosterranno con vigore la tesi che rubare al ladro non è rubare. Punti di vista. Ci sono casi decisamente più drammatici in cui dall’interpretazione di una norma discende la liceità o illiceità di un comportamento. “Non uccidere” è interpretato in maniera radicalmente diversa da chi sostiene la possibilità, persino il dovere, di non insistere in accanimenti terapeutici e da chi ritiene che l’interruzione dei trattamenti sia un omicidio.

Per fortuna in questo intervento non mi propongo di trattare questioni così difficili; il mio tema è, sì, importante ma può anche essere affrontato con una certa leggerezza. E’ “soltanto” il modo corretto di intendere il principio della rappresentanza politica e cioè di stabilire quanto il mandato elettorale sia, possa o debba essere vincolante, per essere coerente con lo spirito della costituzione.

E’ arcinoto che la  nostra democrazia è strutturata in modo tale che il popolo sceglie i propri rappresentanti in parlamento sulla base dell’”offerta” di nomi promossa dai partiti e secondo meccanismi elettorali più o meno equi o truffaldini (e già qui dovrebbero esserci dei dubbi sul fatto che chi ha approvato la legge elettorale abbia interpretato il ‘volere del popolo’). Dal voto dovrebbe emergere una maggioranza (di un singolo partito o di una coalizione) in grado di legiferare e di esprimere un governo. Fatto ciò il cittadino può tranquillamente dimenticarsi di avere voce in capitolo su ciò che i suoi eletti faranno perché, come recita l’articolo 67 della costituzione “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Senza vincolo, appunto. Perché? Come va interpretata la norma? Qual è il suo spirito? L’opinione più condivisa dagli esperti è che il parlamentare non deve essere condizionato da alcunché nelle sue scelte perché la sua missione è di promuovere il bene dell’intera collettività e non della parte che lo ha eletto o del partito che ha appoggiato la sua campagna. Si tratta senza dubbio di un’idea molto nobile che forse poteva trovare un buon livello di corrispondenza concreta nei parlamentari contemporanei dei costituenti ma che, anche allora, era almeno un po’ contraddittoria.

L’eletto, infatti, ha ricevuto l’investitura a parlamentare da una percentuale variabile di elettori di un certo distretto, comunque, di norma,  non dalla totalità di essi. Da candidato è, dunque, uomo di parte (e di partito) e non si capisce bene come, una volta eletto, possa diventare un uomo di tutti, che abbia a cuore anche gli interessi di quegli avversari contro cui si è scagliato, magari veementemente, in campagna elettorale. 

Ci sono diverse ipotesi riguardo a una personalità simile. Può trattarsi di uno schizofrenico; una delle sue multiple personalità si è manifestata in campagna elettorale e l’altra prende il sopravvento una volta in  parlamento. Può essere un ipocrita con componenti megalomaniache: ha mentito agli elettori (popolo bue) e al partito (o si è reso complice delle menzogne del partito) perché superiore a questi e/o a quello e solo una volta eletto manifesta la sua superiore virtù a educazione e beneficio degli ignoranti. Può essere un idealista che, nel superiore interesse dei suoi rappresentati, subisce il calvario della necessità di dire ciò che abbastanza gente vuol sentirsi dire per poi, ottenuto il mandato, fare quello che la gente, tutta la gente, la nazione, ha necessità che egli faccia (dal suo individuale punto di vista).

La casistica non è esaustiva, ma può bastare, forse, per convenire che rispettare lo spirito dell’articolo 67 della costituzione è piuttosto arduo. A meno che, è stato sostenuto anche questo, l’eletto non accetti liberamente di obbedire alla linea del partito o (questo non mi risulta sia stato detto) del gruppo di interessi che lo ha portato in parlamento. In questo caso, per una forma di sofisma che mi pare un po’ ardito, chi si comportasse così non sarebbe vincolato, in quanto quella di essere vincolato non sarebbe un’imposizione ma una libera scelta. Pare una logica parecchio tortuosa e che, a volerla dire tutta, pare proprio voler prendere per fessi coloro cui è proposta.

Esiste un ulteriore caso in cui l’eletto potrebbe essere legittimato a scelte non coerenti con il suo schieramento in fase elettorale; ed è che egli, come Paolo di Tarso, già feroce persecutore dei cristiani, folgorato sulla via di Damasco è poi diventato uno dei martiri di quella fede, così il parlamentare, folgorato al suo ingresso a Palazzo Madama o a Montecitorio, veda improvvisamente ciò che aveva ignorato sino a un attimo prima. Sono cose che succedono, ma credo siano statisticamente marginali. Far conto sulle folgori per garantire una democrazia non pare una scelta particolarmente razionale. Anche se, peraltro, non sarebbe pessima l’idea di sottoporre a elettroshock i neo-eletti. Le conseguenze sarebbero, sì, imprevedibili ma probabilmente si ridurrebbe, e di parecchio, il numero dei candidati. Un modo, diciamo, per ridurre i costi della politica.

Qui, però, mi rendo conto di aver probabilmente messo il carro davanti ai buoi. Perché, infatti, obietterà qualcuno, dobbiamo dare per scontato che l’eletto possa commettere, diciamo così, atti impuri, tradendo non solo, come pare tenuto a fare per dovere d’ufficio, il suo elettorato nel dettaglio, ma anche l’idea generale stessa di promozione del bene della Nazione? In effetti non lo sto dando per scontato. Prendo atto che il problema si è manifestato, e gravemente, in concreto e che la lettera della norma non previene comportamenti censurabili. L’idea che il fine giustifichi i mezzi pare imperante nella nostra, e altrui, politica. I falli sono una delle regole del gioco. Quello che conta è il risultato.

Sembrerebbe quasi che, ma non voglio crederlo, i nostri costituenti si siano arresi all’idea che il parlamento alla fin fine non può che essere una versione  del paese in scala ridotta: se nel paese prevalgono i mascalzoni prevarranno i mascalzoni anche in parlamento. Tutto sommato, almeno saranno di meno a scannarsi, truffarsi, compravendersi, eccetera e lo faranno per conto terzi (e anche. , soprattutto proprio) e una qualche forma di pace sociale sarà in qualche modo garantita. Meglio che il paese sia trasformato in una gigantesca tifoseria di un paio di squadre di wrestling (dove ci si picchia per finta) piuttosto che la nazione sia trasformata in un ring in cui l’intero popolo si picchia per davvero. Immagino sia un’ipotesi soltanto accademica. O, meglio, lo spero.

Forse più affidabile è l’ipotesi che i costituenti abbiano preso in considerazione l’eventualità di comportamenti poco specchiati dei parlamentari, ma  ritenendo tuttavia sufficiente deterrente il fatto che il politico ‘soltanto’ mentitore sarebbe punito dai suoi elettori, non essendo rieletto, e il politico corrotto sarebbe perseguito dalla giustizia. Quelle, hanno forse ritenuto i nostri padri costituenti, sono le  uniche misure preventive possibili e sufficientemente efficaci.

Oggi pare ingenuo crederlo ma, ad attenuante dei costituenti, va ricordato che ai tempi loro un imprenditore, tanto per dirne una,  che falliva senza colpa alcuna aveva come unica scelta il suicidio per salvare la sua onorabilità.  Decisamente altri tempi. Il senso dell’onore di troppi uomini politici contemporanei farebbe ribrezzo anche all’idea di onore che hanno i mafiosi, che in effetti risultano tenere in bassissima considerazione i politici al loro soldo.  Comunque io non sono  favore dello harakiri, che peraltro è/era  pratica di altra geografia e tradizione. Non amo le stragi e di strage si tratterebbe se dovessero praticare lo harakiri tutti i disonorevoli e disonorati eletti. Il paese è già testimone  di troppi suicidi di gente per bene. E l’esempio di una diversa moralità, magari anche solo ipocrita, di altri tempi è solo parziale: nei confronti dei disonesti veri, o dei capri espiatori di turno, era molto forte la condanna e l’emarginazione sociale. Oggi la disonestà viene intesa come ‘saper stare al mondo’ e quanto più il disonesto riesce ad arricchirsi sottraendosi alla giustizia tanto più è addirittura celebrato e  preso e additato ad esempio (salvo che dalle sue vittime più dirette, non dalle molte altre, inconsapevoli). La nostra Costituzione è dunque vecchia perché si è involuta la società.

Il deterrente della mancata rielezione del parlamentare ‘traditore’ è risibile. Chi cambi bandiera può vedersi garantita la rielezione nelle liste del partito cui si è venduto (occorre fare nomi e cognomi?) o comunque vedersi diversamente e lautamente compensato. Il deterrente, poi,  dell’incriminazione e della condanna per corruzione induce i più furbi a vendersi con contropartite giuridicamente ineccepibili: cosa c’è di illecito nel fatto che un parlamentare sia assunto a capo, o nell’alta dirigenza,  di questo o quell’organismo pubblica o impresa privata? O che lo sia un familiare prossimo? O che un’azienda dello zio o del cugino riceva contratti di consulenza o appalti? Anche qui non occorrerà, credo, esemplificare. Solo chi soffra di deliri di onnipotenza si fa pagare direttamente per contanti senza uno straccio di giustificazione per i fondi ricevuti. E chi delira non teme certo di essere pescato con le dita nella marmellata o, se pescato, di essere punito severamente.  Insomma questa faccenda di garantire che all’assenza di vincolo di mandato corrisponda, in larga misura, un impegno moralmente lodevole dell’eletto per tema delle conseguenze di un comportamento scorretto,  oggi non funziona, se mai è funzionata.

Tuttavia c’è un’altra prospettiva dalla quale considerare l’assenza di vincolo di mandato.

Mi sento, infatti, di affermare che, implicito o esplicito, giuridicamente sostenibile o meno, il parlamento, nel suo insieme, ha ricevuto dall’elettorato, nel suo insieme, un mandato vincolante: quello di legiferare per il bene della Nazione, oltre che, naturalmente, nel rispetto della Costituzione. Negare che un simile mandato esista significherebbe negare il principio stesso della rappresentanza politica. Affermarlo in termini così generici, peraltro, sembrerebbe non avere conseguenze pratiche atteso che il “bene della nazione” è concetto assolutamente astratto.

Esiste tuttavia almeno un caso in cui ciò che la Nazione considera il proprio “bene” è esplicitamente manifestato dal popolo, quindi dalla Nazione,  e non si vede come il parlamento possa agire in contrasto con la volontà popolare vantando l’assenza di vincolo di mandato.

E’ il caso in cui il popolo si esprime attraverso un referendum. Un caso concreto eclatante è quello dell’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti.  Nell’aprile 1993, con una partecipazione al referendum del 77% degli elettori, il 90,30% dei voti validi fu a favore dell’abolizione del finanziamento. Ora se questa non è una manifestazione della volontà popolare circa il “bene” della Nazione vincolante per gli organismi rappresentativi, non riesco a immaginare quale possa essere. E tuttavia nel dicembre 1993 quella volontà popolare esplicita fu disconosciuta  e il parlamento ripristinò il finanziamento pubblico ai partiti nella forma di “contributo alle spese elettorali”, aggravando poi il tradimento della volontà popolare con la legge del 1997 sulla “contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”; della serie “se non è zuppa è pan bagnato”. E’ questo, anche, che si deve intendere per esonero dal vincolo di mandato? Chi vogliamo prendere in giro?

Se questa è la democrazia rappresentativa parlamentare, dobbiamo concludere che in essa la sovranità appartiene al popolo esclusivamente per quanto riguarda la scelta dei propri truffatori e dobbiamo rassegnarci ad affermare che vale, mutatis mutandis, per i nostri parlamentari la famosa frase di Napoleone Bonaparte quando fu incoronato re d’Italia: “Dio me l’ha data [la corona], guai a chi la tocca”. Oggi di Napoleoni monarchetti d’Italia ne abbiamo un cospicuo numero e la nuova formulazione sarebbe: “M’han dato il mandato [gli elettori], guai a chi mi ritiene vincolato”. O, ancora più oscenamente, come ho cercato di esprimere ironicamente in apertura: “M’han dato il mandato [gli elettori], m’han dato i soldi [i corruttori], libero da mandato con i soldi son schierato.”

Ora sarebbe doveroso da parte mia, provare a occuparmi dei correttivi possibili. Della loro necessità non mi pare possa esserci dubbio, ma quello di individuare i  correttivi dovrebbe essere innazitutto il compito di chi crede che il sistema migliore possibile sia l’attuale democrazia rappresentativa parlamentare e ha scelto la via elettorale per cambiare il sistema (auguri!). Credo tuttavia di aver annoiato a sufficienza i miei eventuali quattro lettori, probabilmente più competenti di me nel giudicare quanto l’analisi che ho proposto abbia valore e nel proporre rimedi all’attuale, scellerato a mio parere, stato delle cose.

Tuttavia, poiché i sostenitori ad oltranza dell’attuale sistema potrebbero legittimamente affermare, al solito, che “demolire è facile, ma bisogna anche saper costruire”, implicando che un’alternativa migliore non è possibile,  me la cavo agevolmente invitando a valutare le esperienze reali, niente affatto comuniste o rivoluzionarie, di democrazia diretta consultando la relativa voce anche solo su Wikipedia. C’è molto che si può costruire partendo da lì e tenendo conto delle immense potenzialità messeci a disposizione della tecnologia informatica. Senza fare della fantapolitica potremmo benissimo immaginare un parlamento il cui mandato sia unicamente consultivo e al popolo sia restituita la sua sovranità. Certo, ci sarebbero molti problemi da risolvere ma, credo, sarebbero per lo più problemi tecnici e molto meno complessi che ridare dignità e coerenza a un sistema che ha fallito.

Chi lo può dire? Forse nuove leve potranno provare a fare qualche passo proprio in quella direzione. E forse a non farsi cooptare (eufemismo) dal sistema ancora dominante. Glielo e me lo auguro.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 14 marzo 2013 alle 00:31 - Reply

    Partecipare è una responsabilità e presuppone una certa informazione sui fatti, una cultura media di carattere generale e un certo spirito di iniziativa e si aggregazione. Delegare a qualcun altro è possibile ma se questa delega è troppo poco controllabile e verificabile quel mandato non sentirà più il peso della verifica e potrebbe tradire il proprio mandato. Non riesco a vedere senso in una delega che non sia locale, temporanea e revocabile in quakibe momento, breve e ovviamente gratuita. Aspirare ad un’assemblea che si critica per avere fatto uso improprio del mandato e pensare di potere cambiare la logica del potere dall’interno è quanto meno rischioso. Il popolo non dovrebbe ambire a gestire potere ma ad amministrarsi localmente, ignorando comodamente e completamente il potere che come è noto ha grande capacitá persuasiva.

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