Ignorare il genocidio: la popolazione Rohingya merita di vivere

Redazione 13 marzo 2013 1
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Ignorare il genocidio: la popolazione Rohingya merita di vivere

di Ramzy Baroud

9 marzo 2013

Non si riesce a capire l’atteggiamento imperturbabile con cui a livello regionale e internazionale i leader  e le organizzazioni si occupano della strage   contro i Rohingya musulmani del Myanmar, il paese in precedenza noto come Birmania, I numeri parlano di atrocità dove ogni atto è un preludio a maggior violenza e a pulizia etnica. La normalizzazione dei  governi occidentali rispetto al  regime del Myanmar continua, tuttavia continua senza sosta, i leader della regione sono vigliacchi come sempre e perfino le organizzazioni per i diritti umani sembrano costrette da urgenze abituali a emettere documenti dove non ci  sono appelli all’azione  decisivi e coordinati.

Nel frattempo i ‘boat people’ (gli immigranti clandestini) rimangono da soli. Il 26 febbraio dei pescatori hanno scoperto una barca di legno pericolante che andava per mare a casaccio, a circa 25 chilometri a largo della costa della provincia indonesiana di Aceh. L’agenzia Associated Press, e altri media, hanno riferito che c’erano a bordo 121 persone, compresi dei bambini che erano estremamente deboli, disidratate, e quasi morte di fame. Erano profughi Rohingya che preferivano   correre dei rischi in mare che rimanere in Myanmar. Per capire la decisione di un genitore di rischiare la vita di un figlio su un mare agitato bisognerebbe capire i rischi più grandi che li attendono in patria.

Kate Lamb, facendo un servizio da Jiakarta, per conto della Voce dell’America ha parlato di una stima moderata dei risultati della violenza comune nello stato di Arakan, che ha provocato  la morte di  centinaia di vittime Rohingya musulmani, migliaia di case bruciate e di quasi 115.00 sfollati. Probabilmente le cifre sono maggiori su tutti i fronti. Molti Rohingya che scappavano sono morti in mare o sono scomparsi  e non sono stati mai più visti. Si raccontano storie strazianti di famiglie che si sono dovute separare e di barche affondate. Ci sono avvenimenti documentati in cui varie   e polizie di frontiera dopo che hanno affondato con successo il viaggio rischioso verso altri paesi – Thailandia, Indonesia, Bangladesh e altri. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha riferito che nel 2012 circa 13.000 profughi Rohingya  hanno tentato di lasciare il Myanmar su barche di contrabbandieri nella Baia del Bengala. Almeno 500 sono annegati.

Ma chi sono i Rohingya?

I funzionari e i media del Myanmar desiderano considerare i Rohingya semplicemente come immigranti bengalesi illegali, che, nel migliore dei casi, è una lettura ingenua della storia. Tuttavia, le intenzioni di questa classificazione approssimativa sono davvero scellerate perché intendono fornire un’autorizzazione  legale per deportare con violenza  la popolazione Rohingya. Il presidente del Myanmar, Then Sein, infatti, l’anno scorso aveva ‘offerto’ all’ONU di mandare i Rohingya “in qualsiasi altro paese disposto ad accettarli.”  L’ONU  ha declinato l’offerta.

I Rohingya sono, tuttavia, nativi dello stato di “Rohang”, ufficialmente noto come Rakhine o Arakan. Se si cerca la precisione storica, non solo i Rohingya sono nativi del Myanmar, di fatto è stata la Birmani che ha occupato il Rakhine nel 1700. Durante gli anni, specialmente nella prima metà del 20° secolo, agli originari abitanti dell’Arakan si sono uniti i lavoratori pagati poco o costretti a lavorare, provenienti dal Bengala e dall’India, che si sono stabiliti permanentemente nel paese. Per decenni ha covato la tensione tra Buddisti e Musulmani nella regione. Naturalmente, è probabile che prevalga una maggioranza appoggiata da una  giunta militare, su una minoranza che non ha seri sostenitori nella regione o in campo internazionale. Senza dovere parlare di molto equilibrio di potere, la popolazione Rohingya dell’Arakan, stimata in circa 800.000 persone, è sopravvissuta tra l’incubo di non avere alcuno stato legale, (Infatti viene ancora negata loro la cittadinanza),  scarsi diritti o nessun diritto e le purghe etniche occasionali realizzate dai loro vicini Buddisti con l’appoggio del loro governo, esercito e polizia. La peggiore violenza negli anni recenti ha avuto luogo tra il giugno e l’ottobre dello scorso anno. Anche i Buddisti hanno pagato un caro prezzo per gli scontri, ma i Rohingya che non hanno uno stato, essendo  isolati e indifesi, sono stati quelli che hanno pagato il tributo più pesante di morte e di distruzione.

E proprio quando si  viene informati che la situazione è ‘calma’ -cioè  ritorno allo status quo di totale discriminazione e isolamento  politica dei Rohingya – la violenza esplode ancora una volta e ogni volta le dimensioni del conflitto diventano più grande. Alla fine di febbraio, i media regionali e internazionali hanno riferito che una folla buddista furiosa ha attaccato scuole, negozi e case di musulmani non-Rohingya, nella capitale Rangoon. La causa della violenza era stata la voce che la comunità musulmana stava programmando di costruire una moschea.

Quello che sta succedendo nell’Arakan è pericolosissimo, non  soltanto per la portata delle atrocità e delle sofferenze infinite della popolazione Rohingya, che spesso viene descritta come la popolazione più perseguitata del mondo. Esistono anche altri livelli di rischio che minacciano di ampliare i parametri del conflitto in tutta la regione del Sudest Asiatico, provocando instabilità in zone di confine già instabili, e, naturalmente, come è successo di recente, di trasformare il conflitto da etnico a solamente religioso. In una zona con una mescolanza eccezionale di etnie e di religioni, la difficile situazione dei Rohingya, potrebbe diventare la causa scatenante che incendierebbe  parti di quella regione già insofferenti.

Sebbene  nei mesi recenti la situazione difficile della popolazione Rohingya sia passata da tragedia terribile, ma nascosta, ad argomento ricorrente sui media, sta ancora affrontando una serie di ostacoli che devono essere superati perché si possa intraprendere una qualche azione. Mentre l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (ASEAN – Association of Southeast Asian Nations) ha fatto importanti balzi  in avanti nell’economia, rimane inefficiente nel campo politico, con poco interesse per i problemi riguardanti i diritti umani. Mentre finge l’impegno nella ‘non-interferenza’ e un’ attenzione sproporzionata alle dispute territoriali che si stanno inasprendo nel il Mar Cinese Meridionale, l’ASEAN sembra inconsapevole perfino dell’esistenza dei Rohingya. La cosa peggiore è che i capi dell’ASEAN presumibilmente erano d’accordo che il Myanmar dovesse presiedere il loro vertice del 2014, come ricompensa per le riforme superficiali attuate da Rangoon per alleviare il suo isolamento politico e aprire  il mercato non solo alla Cina e a poche altre nazioni.

Nel frattempo le nazioni occidentali, guidate dagli Stati Uniti, stanno  strepitando per dividersi tra di loro  la grossa torta dell’economia del Myanmar e non dicono quasi nulla sulla attuali  di Rangoon sui diritti umani. Le riforme democratiche poco importanti attuate in Myamar, sembrano, dopo tutto, un pretesto per permettere che la nazione torni alle armi occidentali. E in effetti la corsa a Rangoon è cominciata, non ostacolato dalla continua persecuzione della popolazione Rohingya. Il 26 febbraio il presidente del Myanmar, Sein ha incontrato a Oslo  il Primo ministro norvegese Jens Stoltenberg durante una visita ‘storica’. Hanno parlato di economia, naturalmente, perché il Myanmar ha moltissimo da offrire. E riguardo al conflitto nell’Arakan Jens Stoltenberg, ha dichiarato inequivocabilmente che questa è una faccenda interna della Birmania, riservandogli a dichiarazioni per lo più denigratorie. Riguardo ai ‘disaccordi’ riguardo alla cittadinanza, ha detto, “abbiamo incoraggiato il dialogo, ma non chiederemo che il governo della Birmania conceda la cittadinanza ai Rohingya.” Inoltre, per compensare Sen per le sue ipotetiche riforme coraggiose, la Norvegia ha iniziato per prima a eliminare quasi metà del suo debito e altre nazioni la hanno imitata, compreso il Giappone, che ha lasciato cadere il debito di 3 miliardi di dollari l’anno scorso.

Mentre si è abituati all’ipocrisia ufficiale, sia dell’ASEAN che dei governi occidentali, molti si stanno ancora grattando la testa, perplessi per il silenzio imperdonabile della sostenitrice della democrazia e Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Khy. Per fortuna  altri  stanno parlando apertamente.  Il Premio Nobel del Bangladesh, Muhammad Yunus, insieme all’ex presidente di Timor-Est Ramos-Horta, Premio Nobel per la pace,  hanno entrambi parlato di recente in termini decisi in appoggio alla popolazione Rohingya perseguitata.

“La minoranza musulmana Rohingya continua a soffrire un’indicibile persecuzione, a causa della quale sono morte più di 1.000 persone e centinaia di migliaia hanno dovuto abbandonare le loro case  solo nei mesi recenti, apparentemente con la complicità e la protezione delle forze di sicurezza”, hanno scritto i Premi Nobel sull’Huffington Post il 20 febbraio. Hanno criticato la Legge pregiudizievole sulla Cittadinanza del 1982, e hanno chiesto di garantire alla popolazione Rohingya la completa cittadinanza.

Le sofferenze continue della popolazione Rohingya devono finire.  Meritano diritti e dignità. Sono stanchi di attraversare mari spietati e di camminare su terreni difficili in cerca semplicemente di pura sopravvivenza. Altre voci devono unirsi a quelle che parlano apertamente in difesa dei loro diritti. L’ASEAN deve smettere di stare in  silenzio e si deve allontanare dalle sue  politiche  noiosamente prudenti e i paesi occidentali si devono confrontare con le loro società civili: nessuna normalizzazione con Rangoon quando uomini, donne e bambini innocenti bruciano vivi nelle loro case. Questa ingiustizia deve essere resa nota al mondo e sforzi seri, organizzati e determinati devono seguire per porre termine alla persecuzione della popolazione Rohingya.

 

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/ignoring-genocide-rohingya-people-deserve-to-live-by-ramzy-baroud

Originale: Ramzy baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 13 marzo 2013 alle 13:56 - Reply

    L’evidenza dimostra che, contrariamente a quanto in Occidente troppo spesso su vorrebbe far credere, non esistono religioni o etnie più violente di altre che, come dire, per statuto approvano e perseguono la violenza. I buddisti hanno subito e subiscono tanto ma nel caso birmano i musulmani notoriamente venduti dalla propaganda per violenti, stanno soffrendo persecuzioni e delitti. Il punto pertanto é quello per cui sarebbero da prevenire le manifestazioni di esercizio abusivo di potere in qualunque caso e contesto. Per impedire ciò le differenze da abbattere sono quelle basate su ignoranza e superstizione che invece prosperano in ambiti in cui é importante che ci sia una diseguaglianza economica che giustifichi la violenza che giustifichi il potere che sfrutta e fomenta conflitti.

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