di Ken Loach – 8 marzo 2013
Il nuovo film di Loach, Spirit of ’45 [Lo spirito del 1945], è un appassionato racconto dell’unità che costruì lo stato sociale postbellico, in confronto allo smantellamento cui stiamo assistendo oggi. Oliver Huitson parla con il regista del suo film, dello stato sociale, della Thatcher, dei sindacati e del partito laburista moderno. Possiamo ritrovare quello spirito?
Holiver Huitson: La produzione del film è stata annunciata poco dopo l’approvazione della Legge sulla Salute e l’Assistenza Sociale, nel marzo del 2012. In che misura l’approvazione delle riforme del sistema sanitario nazionale hanno influenzato la tua decisione di girare il film? E’ stata più una reazione agli attacchi generali contro lo stato sociale a partire dal 2010?
Ken Loach: Ovviamente la Legge sulla Salute e l’Assistenza Sociale non è che uno dei gradini di una scala in discesa. L’idea di registrare una testimonianza dello spirito postbellico è qualcosa che avevo in testa da molto. Ho avuto la possibilità di fare questo documentario e ho pensato che questo fosse il momento per cercare di realizzarlo. L’altra cosa è che le persone che hanno un ricordo chiaro di ciò sono … dobbiamo approfittare di loro fin che sono ancora qui. Perciò da quel punto di vista c’è un’urgenza. Ma il motivo principale è stato anche che il sistema economico che abbiamo sta così manifestamente fallendo su ogni fronte. E quanto più fallisce tanto più coloro che lo propongono premono e cercano di sostenerlo con risultati sempre più disperati. Ho pensato ecancellato dalla storia perché non è interesse di alcuno dei principali partiti ricordarlo. Naturalmente i Conservatori non vogliono ricordarlo, né i Liberali, e il partito Laburista certamente non lo vuole perché è esso stesso energicamente a favore del libero mercato.
OH: Sei rimasto sorpreso al riguardo, in termini di ciò che è accaduto dopo il 2008, nel senso che molti si aspettavano una specie d’inversione delle tendenze neoliberali degli ultimi 30 anni? Ti ha sorpreso che siano accelerate invece di invertirsi?
KL: No, per nulla, perché tanto più le persone diventano disperate, tanto più si spingono all’estremo della propria ideologia essenziale. Il Partito Laburista, pur avendo fatto ciò che ha fatto nel 1945, era comunque socialdemocratico e i socialdemocratici credono che il capitalismo sia progressista e che occorra soltanto gestirlo, un po’ meglio dei conservatori. Perciò quanto più i tempi diventano disperati, tanto più i laburisti sono pronti a sacrificare i salari e le provvidenze sociali al fine di puntellare il capitalismo. E i conservatori non hanno problemi perché ciò è comunque nel loro programma. Il Partito Laburista e Miliband, con la loro idea del capitalismo benigno, fraintendono a tal punto la natura del sistema che c’è da chiedersi dove vivano. Non è certamente così che Miliband è stato cresciuto. Se c’è una cosa che dovrebbe aver imparato a casa è che il capitalismo è basato sul conflitto e non sulla collaborazione di classe.
OH: D’accordo, torneremo al Partito Laburista più avanti. Ovviamente in termini di creazione parlamentare dello stato sociale tu te ne occupi molto nel film, quale è stato lo spirito di quegli anni?
KL: Era uno spirito improntato a lavorare insieme. L’esperienza della guerra era stata che chiaramente le forze armate erano organizzate dallo stato, non erano eserciti privati che andavano a combattere. Non c’erano, come abbiamo oggi, appaltatori privati che andavano a fare il lavoro dell’esercito; erano eserciti statali. Alcune industrie erano state rilevate perché non potevano essere gestite da società private; erano talmente inefficienti!. Le miniere, ad esempio, avevano dovuto essere rilevate [dallo stato]. E chiaramente i sacrifici e i bombardamenti e il fronte interno e i soldati unirono la gente; le persone semplicemente dovevano essere buoni vicini, così ciò generò un senso di collettività, di solidarietà; dunque quello fu uno degli elementi.
Un altro elemento fu la depressione e la disoccupazione di massa degli anni ’30, il conflitto degli anni ’20, l’ascesa del fascismo, i dittatori e la sensazione generale che per risolvere i problemi della pace perché non dovremmo usare il modo in cui abbiamo risolto i problemi della guerra, cioè lavorando insieme? Abbiamo lavorato così per sei anni, con buoni risultati; è così che dovremmo continuare a lavorare insieme per costruire le case della gente e curarci di essa e ricreare le industrie.
OH: C’era una lunga storia di progressi del movimento sindacale, ma pensi che senza la guerra la creazione dello stato sociale sarebbe stata possibile?
KL: Penso che la guerra sia stata il catalizzatore. Penso che allora, come oggi, ci fosse un sentimento di risentimento, di disperazione, ma gli anni ’30 furono un periodo modo tranquillo. Lo sciopero generale c’era stato molto prima, nel 1926, e i grandi scioperi delle miniere si ebbero giusto all’inizio degli anni ’20. Così negli anni ’20 ci furono le lotte sindacali, negli anni ’30 la disoccupazione si consolidò tra i 2,5 e i 3 milioni. Fu un periodo molto tranquillo e aveva bisogno … col senno di poi potremmo dire che aveva bisogno di quella terribile scossa; e che cosa terribile fu! Ma senza quella scossa è difficile immaginare cosa avrebbe smosso la gente dalla disperazione degli anni ’30, a organizzarsi, a eleggere un governo laburista con elementi di un programma socialista. Non fu un programma socialista, ma ebbe elementi di un programma socialista.
OH: Nel film hai descritto la creazione dello stato sociale e poi facciamo in qualche modo un salto al 1979, alla Thatcher, alle privatizzazioni. Secondo te com’è riuscita la Thatcher non solo a vincere le elezioni nel 1979 ma anche due elezioni successive basandosi su una piattaforma che cancellava molte delle conquiste realizzate dopo la guerra?
KL: Beh … il lungo governo dei Tory degli anni ’50 e i governi dei Laburisti negli anni ’60 e ’70 non rigenerarono l’idea della proprietà comune, non crearono alcuna democrazia industriale. Rimasero dov’erano, come organizzazioni statali gestite come imprese private, dove c’era ancora conflitto tra amministrazione e manodopera. Non rigenerarono, non investirono correttamente, così il concetto cadde in decadenza e le industrie stesse decaddero; erano mature per essere prese. E la Thatcher ovviamente perseguì ciò rifiutandosi di investire, cosicché tutti ne ebbero abbastanza dell’idea e lei fu in grado di presentare le privatizzazioni come un rimedio, e penso sia stata una decisione molto consapevole.
Perché furono eletti i Tory? Perché i Laburisti fallirono, come socialdemocratici. Immagino che l’economia mondiale fosse contro di loro, ma ciò avvenne per quelli che alcuni di noi definirebbero i conflitti intrinseci del sistema, le contraddizioni intrinseche: il capitalismo passa attraverso questi cicli. Stava fallendo e il Partito Laburista continuava a cercare di puntellare il capitalismo come aveva fatto da sempre e pagò lo scotto. La Thatcher arrivò come una scopa nuova, come la scoperta di una soluzione alle vecchie e stanche industrie nazionalizzate, attaccando i sindacati perché il Partito Laburista aveva sostenuto il peso maggiore della collaborazione con i sindacati pur essendo in conflitto con essi. E la stampa Tory, naturalmente … non dovremmo mai sottovalutarla e la Thatcher poté presentarsi come una scopa nuova. Ma doveva ancora sconfiggere i sindacati e alcuni di noi sosterrebbero che le privatizzazioni ebbero luogo perché i sindacati erano sconfitti e i minatori erano abbattuti a manganellate dalla polizia.
OH: Se torniamo per un momento allo stato sociale, hai parlato altrove dell’impatto sulla vita delle comunità e delle famiglie negli ultimi decenni. Se guardiamo alle provvidenze sociali per gli alloggi, ad esempio, c’è un senso in cui l’assistenza stessa ha cancellato elementi del senso di comunità e li ha indeboliti trasferendo a uno stato impersonale ciò che sarebbe stato realizzato dai legami comunitari locali?
KL: Beh, c’è parecchia congettura in questo … e occorre cominciare a smontarla. Il fatto che le cose siano fatte collettivamente, con il che si potrebbe intendere fatte dallo stato, non è necessariamente impersonale: può essere impersonale. Io davvero non lo so. La via più democratica è che l’edilizia e l’intera località o area siano pianificate dal comune e dal consiglio comunale; realizzati con lavoro diretto e con partecipazione democratica; realizzati da buoni architetti e da buoni pianificatori che pianifichino le case, gli spazi verdi, le scuole, gli ospedali e, più in particolare, il lavoro. Perché nello scoprire modi perché la gente viva bene, il lavoro e l’occupazione devono far parte del disegno. E non si può pianificare ciò se si cerca di allettare l’industria privata. Così, l’intera idea della pianificazione crolla se non si può pianificare l’occupazione, e ciò significa, alla fine, la proprietà comune, e penso che sia su questo punto che affonda.
Così oggi abbiamo una situazione in cui stiamo disperatamente tentando di costruire case nel Sud-Est, ma in alcune aree del Nord dove l’industria si è esaurita, abbiamo case vuote e l’economia di mercato non è in grado di risolvere questo. Così lo stato può essere impersonale, ma dipende semplicemente da come lo si organizza. L’alta finanza è sempre impersonale perché risponde agli azionisti, non alla gente del luogo.
OH: Il film è apertamente polemico. Cosa pensi della reazione della cultura popolare al crollo della finanza e all’austerità in generale dove questo genere di polemica sembra molto raro?
KL: Difficile dirlo. Non sono sicuro di cosa sia la cultura popolare. C’è una cultura che è sviluppata mediante i nuovi media, che può essere molto sovversiva e critica, un prodotto dei tagli dell’austerità e del resto. Ma inevitabilmente è come uno spettacolo di fuochi d’artificio; non condurrà a un movimento coerente con un programma coerente, e tuttavia si tratta di una reazione inevitabile. Penso che i media popolari, cioè la stampa e le emittenti tradizionali, siano quelli che ci si può aspettare: molto favorevoli al governo. Promuovono divisioni tra i lavoratori, trovano capri espiatori, chi chiede sussidi è demonizzato, diversamente dagli evasori fiscali che compaiono e scompaiono ma, per quel che riguarda gli attacchi permanenti, viene colpevolizzato chi chiede provvidenze. C’è una grande aggressione contro gli immigrati, il che è tradizionale; devono sempre trovare dei capri espiatori quando l’economia crolla. Non sono mai quelli che hanno causato il crollo o che ne beneficiano; sono i poveri, resi più poveri, e dunque qui non c’è nulla di cui sorprendersi.
Il pericolo, naturalmente, è che è un terreno di coltura per il fascismo. Ci sono una disoccupazione di massa, capri espiatori individuati, nessuna rappresentanza, politicamente, della sinistra. Non abbiamo rappresentanza; non in un movimento politico, non nelle emittenti, non sulla stampa … La sinistra eloquente esiste a malapena e tuttavia c’è un’ondata di rabbia per quello che è successo, ma non è concentrata in un movimento politico ed è tenuta fuori vista dai media convenzionali.
OH: E, infine, su tale punto, se parliamo del Partito Laburista come esiste oggi, c’è qualche speranza di un Partito Laburista riformato o è arrivato il tempo di un’organizzazione democratica di massa che vada oltre il Partito Laburista?
KL: Parliamo di riformare il partito laburista da un secolo, vero? Da quando Ramsey McDonald abbandonò lo sciopero generale … e il governo del 1945 fu in realtà un lampo nelle conquiste del Partito Laburista, ma non riesco a vedere il Partito Laburista sviluppare una dirigenza socialista. Non ce lo vedo. Sono da cinquant’anni nella politica emarginata e questo è quello che la gente ha detto sempre, e il Partito Laburista si è mosso costantemente a destra nella sua dirigenza.
Penso che il ruolo chiave sia giocato dai sindacati. Se i sindacati dicessero ‘faremo quello che abbiamo fatto un secolo fa, fonderemo un partito che rappresenti gli interessi dei lavoratori e appoggeremo soltanto candidati che sostengano politiche della sinistra’ allora potremmo ricominciare daccapo. Ma abbiamo bisogno di un nuovo movimento e di un nuovo partito. E ci vuole tutta la gente della sinistra del Partito Laburista che ha passato la vita a lamentarsene e che deve uscire ad avviarne uno nuovo, con i sindacati.
Ci vogliono i sindacati perché dispongono di risorse. Se Unite, Unison, GMB, sai, dicessero ‘ne abbiamo abbastanza’ … Ma sono come i cani; più li si prende a calci e più tornano a strisciare dal loro padrone. E devono davvero svegliarsi e di dire ‘questo non succederà. Non salveremo il Partito Laburista.’ Voglio dire: alle ultime elezioni della dirigenza [dei laburisti] la sinistra non aveva neppure un candidato; questo è successo dopo decenni che la gente diceva ‘riprendiamoci il Partito Laburista’; non ha potuto avere nemmeno un candidato perché era stata purgata da Blair e dalla sua banda. I sindacati devono tagliare i ponti, ripartire da zero, con tutti quelli di sinistra, con tutte le campagne, le campagne per il sistema sanitario nazionale, le campagne per gli alloggi, le campagne per i servizi alle comunità; tutti. E ricominciamo daccapo. A quel punto potremo davvero avanzare.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-left-needs-to-start-again-interview-with-ken-loach-by-ken-loach
Originale: Open Democracy
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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La sinistra in Europa è stata sacrificata dall’ipocrisia socialdemocratica, da quel conservatorismo travestito da attenzione alle politiche sociali che è diventato il miglior bugiardo al servizio del libero mercato. Ogni cittadino ha finito col sentirsi inadeguato se non in linea con una visione antipubblica della società. Svendere l’idea di collettività solidale come un regresso é stato il trucco delle socialdemocrazie europee per potere avere in giusto compenso come premio per avere venduto un secolo di lotte dei lavoratori.